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i generi 5. alludere: fare riferimento in modo non esplicito. 6. tregua: pausa. di voler fare amicizia con me. Anzi mi accorsi che mi pigliavano in giro. Dal mio banco, vidi un giorno che Rosabianca aveva disegnato un asino, e sotto vi aveva scritto: «Quell asino di e lo mostrava alla sua amica; e l altra, dove c erano quei puntini, scrisse una parola 105 che mi sembrò il mio cognome. In preda a un profondo sconforto, mi chiesi perché mai ero per loro un asino. Mi sentivo però un asino dalla testa ai piedi. Un momento pensai che volessero alludere5 ai miei brutti voti; ma era impossibile, perché loro due ne avevano di eguali o peggiori. Nell intervallo, mi 110 diedi a interrogarle, se ero io quell asino del disegno e perché. Non mi rispondevano; si guardavano e ridevano. Soffocavano gran risate nei fazzoletti. Alle loro risate, io non riuscivo a opporre che la mia immensa serietà: pesante come il piombo, interrogativa, affannata e ridicola. Mi sembrava che non avrei potuto ridere mai più. 115 Invidiavo la loro amicizia disperatamente. Insieme alla malinconia, era nata in me anche l invidia; sentivo invidia per tutti. Le uniche persone che non invidiavo erano i miei genitori: perché mi piacevano poco, quanto poco io piacevo a me. Essi abitavano con me nella nostra spregevole casa; si scambiavano discorsi che sapevo a memoria. 120 Facevano parte di quello che più al mondo mi sembrava odioso e squallido, e cioè me stessa; erano colpevoli della mia immensa malinconia, avendola generata insieme con me; e tuttavia non ne capivano nulla, continuando a scambiarsi, su cose di nessuna importanza, parole che mi sembravano di una inutilità rivoltante. 125 Tuttavia la malinconia mi sembrava uno stato d animo non miserevole e non vile; e invece i morsi dell invidia mi sembravano deturpanti, per cui mi affrettavo a gettarli nel cielo sconfinato della malinconia. Rosabianca aveva spesso l influenza, e faceva lunghe assenze da 130 scuola. La invidiavo. Essere di salute delicata, e ammalarsi spesso, era il sogno della mia vita; sia perché aver la febbre significava non andare a scuola, sia perché una salute delicata mi sembrava una cosa poetica, seducente e gentile. La mattina, quando andavo a scuola, cercavo di respirare profon135 damente l aria nebbiosa, nella speranza che mi si ammalasse la gola. Mi accorsi però che ammalarsi era per me difficilissimo. Riuscivo ad avere, nell inverno, una o due piccole influenze: ma la febbre mi durava un giorno; il giorno dopo non avevo più niente. Sognavo una polmonite. E mi dicevo come ero caduta in basso, come si era ridotta 140 la mia vita: poiché l unica cosa che potevo augurare a me stessa era la tregua6 d una malattia. (Tratto da: N. Ginzburg, Mai devi domandarmi, Einaudi) 27 5395A_1 2 3_Generi.indd 27 15/02/18 10:04
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