VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

UNA NOBILE DEL SETTECENTO IN VISITA NELLE SUE TERRE Nel villaggio dei contadini Dacia Maraini Entrando nella casa sconosciuta un buio appiccicoso e pesante di odori la inchioda sulla soglia. L’aria molle le sbatte sulla faccia come un panno bagnato: non si vedono che ombre nere immerse nell’oscurità della stanza. Poi piano piano, abituando gli occhi a quel nero, ecco sorgere dal fondo un letto alto da terra e circondato da una fitta zanzariera, un catino di ferro ammaccato, una madia1 dalle zampe rabbecciate, un fornello in cui brucia della legna che sprigiona un fumo acre. I tacchetti della duchessa affondano nella terra battuta del pavimento. Vicino alla porta un asino mangia un poco di fieno ammucchiato, delle galline accoccolate dormono con la testa nascosta sotto l’ala. Una minuscola donna vestita di bianco e di rosso sbuca dal nulla con un bambino in braccio. Marianna non riesce a non storcere la bocca all’assalto di quegli odori sfacciati: di sterco, di orina secca, di latte cagliato, di carbonella, di fichi secchi, di minestra di ceci2. Il fumo le penetra negli occhi, nella bocca facendola tossire. È la prima volta che Marianna entra nella casa di una «viddana», la moglie di uno dei suoi coloni. Per quanto abbia letto di loro nei libri, non aveva mai immaginato una simile povertà. […] Marianna fa segno a Fila che è rimasta fuori in strada con un grosso paniere di provviste3. La ragazza entra, si fa il segno della croce, arriccia il naso disgustata. Probabilmente anche lei è nata in una casa come questa, ma ha fatto di tutto per dimenticarlo. Ora è lì che si agita impaziente come una che sia abituata all’aria odorosa di lavanda di grandi stanze luminose4. La donna col bambino in braccio caccia con un calcio le galline che prendono a svolazzare per la stanza starnazzando; sposta con una mano le poche povere stoviglie che si trovano sulla tavola e aspetta la sua parte di doni. Marianna estrae dal cesto dei salumi, dei sacchetti di riso, dello zucchero e appoggia ogni cosa sulla mensa con gesti bruschi. A ogni regalo che offre si sente più ridicola, più oscena. L’oscenità di una coscienza che si appaga della sua generosità e chiede al Signore un posto in paradiso5. […] Uscendo Marianna si porta le mani al collo sudato, respira a bocca aperta tirando su l’aria pulita a larghe sorsate. Ma gli odori che stagnano nel vicolo non sono molto migliori di quelli all’interno della casa: escrementi, verdure marce, olio fritto, polvere. Ora molte donne si affacciano alle porte aspettando il loro turno di elemosina. Alcune se ne stanno sulla soglia di casa spidocchiando i figli e chiacchierando allegramente fra di loro. «Qui soffoco, torno alla torre» scrive Marianna sulla tavoletta6 «continuate voi». Fila dà un’occhiata di sbieco, di malumore, al cesto premuto contro un fianco, ancora zeppo di cibi. Ora dovrà continuare il lavoro da sola. Intanto Marianna si avvia a grandi passi verso Torre Scannatura. Svoltando in un vicolo incespica in un vaso da notte che una donna sta rovesciando in mezzo a una strada. Anche a Palermo succede questo nei quartieri poveri: le massaie la mattina svuotano i bisogni della notte in mezzo alla via, poi escono con un secchio d’acqua e spingono ogni cosa un poco più avanti, dopodiché si disinteressano di quello che succede. Ma siccome c’è sempre qualcuno a monte che fa la stessa operazione, la viuzza è percorsa eternamente da uno scolo maleodorante e coperto di mosche. Quelle stesse mosche che vanno a posarsi sulle facce dei «picciriddi» seduti a giocare sui bordi del vicolo e si aggrappano alle loro palpebre come fossero squisitezze da succhiare. I bambini, con quei grappoli di insetti attaccati agli occhi, finiscono per assomigliare a delle maschere strampalate e mostruose. Marianna cammina svelta cercando di schivare le immondizie. […] Ma ogni volta che crede di aver raggiunto la strada per la torre si trova davanti un muretto coperto di cocci, una svolta, un recinto per galline. Ovunque giri lo sguardo è la stessa cosa: case basse addossate le une alle altre, spesso munite di una sola entrata che fa da finestra e da porta. Dentro si intravvedono stanze scure abitate da persone e animali in tranquilla promiscuità. E fuori rivoli di acqua sudicia, qualche bottega, un fabbro ferraio che lavora sulla soglia sprizzando scintille, un sarto che alla luce della porta taglia, cuce e stira. […] Marianna si trova davanti una folla di bambini e di donne che la sbirciano sorpresi come se fosse un essere soprannaturale. Due storpi, che si trascinano sul selciato appoggiandosi a delle stampelle, si mettono ad arrancare dietro di lei con l’idea di cavarle del denaro: una donna così elegante non può non portarsi appresso sacchetti pieni di oro sonante. Perciò le si avvicinano, le toccano i capelli, la tirano per la manica, le strappano i fiocchi che tengono annodate alla vita la tavoletta per scrivere e la sacchetta con l’inchiostro e le penne. Per liberarsi, Marianna strappa con uno strattone la fibbia e lascia ogni cosa ai bambini e agli storpi riprendendo a correre. I piedi si sono fatti arditi, scavalcano gli scoli, si precipitano giù per scalette scoscese, attraversano correndo buche piene di fango, affondano nei mucchi di immondizia e di sterco di cui è foderata la strada. Improvvisamente, quando meno se lo aspetta, si trova finalmente fuori, sola, in mezzo a una stradina dalle erbacce alte. (Tratto da: D. Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli) Il testo Marianna appartiene alla nobile famiglia degli Ucrìa, che possiede numerosi feudi in Sicilia. È una donna intelligente e sensibile, che legge molto. Conduce però la vita oziosa e agiata degli aristocratici del Settecento, senza mai domandarsi da dove vengano le ricchezze di famiglia. Quando però il marito muore, tocca a lei interessarsi dell’amministrazione delle proprietà terriere. Per la prima volta si reca in visita a un villaggio dove vivono i suoi viddani, cioè i contadini che lavorano le sue terre. L’autrice Dacia Maraini (Fiesole, Firenze, 1936) è autrice di romanzi, racconti, testi teatrali e poesie. Ha trascorso l’infanzia in Giappone, dove il padre, studioso dell’Oriente, si era trasferito. Durante la Seconda guerra mondiale è stata internata per due anni con la famiglia in un campo di concentramento a Tokyo. La sua vasta opera, in cui occupa un posto di rilievo il tema della condizione femminile, ha ricevuto numerosi premi. 1. madia: mobile che un tempo serviva come base per impastare il pane e dentro il quale si conservavano le pagnotte. 2. di sterco… di ceci: sono gli odori che ristagnano nella casa mescolandosi tra loro. La carbonella serve per accendere il fuoco; il latte cagliato è quello che sta trasformandosi in formaggio. 3. Marianna… paniere di provviste: una volta l’anno il duca faceva visita alle famiglie dei suoi contadini e distribuiva loro dei regali. Dopo la sua morte, per la prima volta questo compito spetta a Marianna. 4. una che sia abituata… luminosa: Fila è una giovane servitrice di Marianna. È di origine contadina, ma ormai si è abituata a vivere nel grande, arioso e luminoso palazzo degli Ucrìa. Perciò anche lei ora si trova a disagio in quell’ambiente povero ed è impaziente di tornare a casa. 5. l’oscenità… in paradiso: Marianna è a disagio perché si rende conto che i nobili sfruttano i contadini, che lavorano duramente per loro e rimangono poverissimi. Poi, una volta l’anno, i nobili regalano loro un po’ di cibo. E si sentono a posto con la coscienza, come se quel gesto fosse una prova di grande generosità, tale da meritare il paradiso. 6. scrive Marianna sulla tavoletta: Marianna è sordomuta, perciò comunica scrivendo su dei fogli e appoggiandosi su di una tavoletta che porta sempre con sé. USA IL DIZIONARIO • Con quale aggettivo potresti sostituire “arditi” nella frase «I piedi si sono fatti arditi»? • Di quale figura retorica si tratta? LESSICO 1. L’inizio del brano presenta due personificazioni e una similitudine: individuale e trascrivile. 2. Rintraccia nel testo e sottolinea tutti gli elementi descrittivi che fanno riferimento al senso dell’odorato. 3. Con quale immagine vengono descritti gli insetti che tormentano i bambini? A chi somigliano così i bambini? 4. «Marianna si trova davanti una folla di bambini e di donne che la sbirciano sorpresi come se fosse un essere soprannaturale» (r. 69-70): prova a spiegare con parole tue questa similitudine. ANALIZZARE 5. Dove è ambientata la vicenda? In quale secolo? 6. Quali caratteristiche avevano le case dei contadini all’epoca? Individua nel testo tutte le informazioni e ricostruisci per scritto la loro descrizione. 7. All’inizio e alla fine del testo, si nota un forte contrasto tra la nobiltà di Marianna e la miseria del popolo. Rintraccia i due punti e sottolineali. 8. Che cosa porta in dono Marianna ai contadini? Come si sente nel compiere questo gesto? ESPRIMERE E VALUTARE 9. Scrivere Mettiti nei panni di uno dei contadini e attribuiscigli pensieri e voce: che cosa avrà pensato di Marianna? Avrà apprezzato i doni o si sarà solo sentito preso in giro? Avrà fatto qualche commento sul suo modo di essere vestita?
UNA NOBILE DEL SETTECENTO IN VISITA NELLE SUE TERRE Nel villaggio dei contadini Dacia Maraini Entrando nella casa sconosciuta un buio appiccicoso e pesante di odori la inchioda sulla soglia. L’aria molle le sbatte sulla faccia come un panno bagnato: non si vedono che ombre nere immerse nell’oscurità della stanza. Poi piano piano, abituando gli occhi a quel nero, ecco sorgere dal fondo un letto alto da terra e circondato da una fitta zanzariera, un catino di ferro ammaccato, una madia1 dalle zampe rabbecciate, un fornello in cui brucia della legna che sprigiona un fumo acre. I tacchetti della duchessa affondano nella terra battuta del pavimento. Vicino alla porta un asino mangia un poco di fieno ammucchiato, delle galline accoccolate dormono con la testa nascosta sotto l’ala. Una minuscola donna vestita di bianco e di rosso sbuca dal nulla con un bambino in braccio. Marianna non riesce a non storcere la bocca all’assalto di quegli odori sfacciati: di sterco, di orina secca, di latte cagliato, di carbonella, di fichi secchi, di minestra di ceci2. Il fumo le penetra negli occhi, nella bocca facendola tossire. È la prima volta che Marianna entra nella casa di una «viddana», la moglie di uno dei suoi coloni. Per quanto abbia letto di loro nei libri, non aveva mai immaginato una simile povertà. […] Marianna fa segno a Fila che è rimasta fuori in strada con un grosso paniere di provviste3. La ragazza entra, si fa il segno della croce, arriccia il naso disgustata. Probabilmente anche lei è nata in una casa come questa, ma ha fatto di tutto per dimenticarlo. Ora è lì che si agita impaziente come una che sia abituata all’aria odorosa di lavanda di grandi stanze luminose4. La donna col bambino in braccio caccia con un calcio le galline che prendono a svolazzare per la stanza starnazzando; sposta con una mano le poche povere stoviglie che si trovano sulla tavola e aspetta la sua parte di doni. Marianna estrae dal cesto dei salumi, dei sacchetti di riso, dello zucchero e appoggia ogni cosa sulla mensa con gesti bruschi. A ogni regalo che offre si sente più ridicola, più oscena. L’oscenità di una coscienza che si appaga della sua generosità e chiede al Signore un posto in paradiso5. […] Uscendo Marianna si porta le mani al collo sudato, respira a bocca aperta tirando su l’aria pulita a larghe sorsate. Ma gli odori che stagnano nel vicolo non sono molto migliori di quelli all’interno della casa: escrementi, verdure marce, olio fritto, polvere. Ora molte donne si affacciano alle porte aspettando il loro turno di elemosina. Alcune se ne stanno sulla soglia di casa spidocchiando i figli e chiacchierando allegramente fra di loro. «Qui soffoco, torno alla torre» scrive Marianna sulla tavoletta6 «continuate voi». Fila dà un’occhiata di sbieco, di malumore, al cesto premuto contro un fianco, ancora zeppo di cibi. Ora dovrà continuare il lavoro da sola. Intanto Marianna si avvia a grandi passi verso Torre Scannatura. Svoltando in un vicolo incespica in un vaso da notte che una donna sta rovesciando in mezzo a una strada. Anche a Palermo succede questo nei quartieri poveri: le massaie la mattina svuotano i bisogni della notte in mezzo alla via, poi escono con un secchio d’acqua e spingono ogni cosa un poco più avanti, dopodiché si disinteressano di quello che succede. Ma siccome c’è sempre qualcuno a monte che fa la stessa operazione, la viuzza è percorsa eternamente da uno scolo maleodorante e coperto di mosche. Quelle stesse mosche che vanno a posarsi sulle facce dei «picciriddi» seduti a giocare sui bordi del vicolo e si aggrappano alle loro palpebre come fossero squisitezze da succhiare. I bambini, con quei grappoli di insetti attaccati agli occhi, finiscono per assomigliare a delle maschere strampalate e mostruose. Marianna cammina svelta cercando di schivare le immondizie. […] Ma ogni volta che crede di aver raggiunto la strada per la torre si trova davanti un muretto coperto di cocci, una svolta, un recinto per galline. Ovunque giri lo sguardo è la stessa cosa: case basse addossate le une alle altre, spesso munite di una sola entrata che fa da finestra e da porta. Dentro si intravvedono stanze scure abitate da persone e animali in tranquilla promiscuità. E fuori rivoli di acqua sudicia, qualche bottega, un fabbro ferraio che lavora sulla soglia sprizzando scintille, un sarto che alla luce della porta taglia, cuce e stira. […] Marianna si trova davanti una folla di bambini e di donne che la sbirciano sorpresi come se fosse un essere soprannaturale. Due storpi, che si trascinano sul selciato appoggiandosi a delle stampelle, si mettono ad arrancare dietro di lei con l’idea di cavarle del denaro: una donna così elegante non può non portarsi appresso sacchetti pieni di oro sonante. Perciò le si avvicinano, le toccano i capelli, la tirano per la manica, le strappano i fiocchi che tengono annodate alla vita la tavoletta per scrivere e la sacchetta con l’inchiostro e le penne. Per liberarsi, Marianna strappa con uno strattone la fibbia e lascia ogni cosa ai bambini e agli storpi riprendendo a correre. I piedi si sono fatti arditi, scavalcano gli scoli, si precipitano giù per scalette scoscese, attraversano correndo buche piene di fango, affondano nei mucchi di immondizia e di sterco di cui è foderata la strada. Improvvisamente, quando meno se lo aspetta, si trova finalmente fuori, sola, in mezzo a una stradina dalle erbacce alte. (Tratto da: D. Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli) Il testo Marianna appartiene alla nobile famiglia degli Ucrìa, che possiede numerosi feudi in Sicilia. È una donna intelligente e sensibile, che legge molto. Conduce però la vita oziosa e agiata degli aristocratici del Settecento, senza mai domandarsi da dove vengano le ricchezze di famiglia. Quando però il marito muore, tocca a lei interessarsi dell’amministrazione delle proprietà terriere. Per la prima volta si reca in visita a un villaggio dove vivono i suoi viddani, cioè i contadini che lavorano le sue terre. L’autrice Dacia Maraini (Fiesole, Firenze, 1936) è autrice di romanzi, racconti, testi teatrali e poesie. Ha trascorso l’infanzia in Giappone, dove il padre, studioso dell’Oriente, si era trasferito. Durante la Seconda guerra mondiale è stata internata per due anni con la famiglia in un campo di concentramento a Tokyo. La sua vasta opera, in cui occupa un posto di rilievo il tema della condizione femminile, ha ricevuto numerosi premi. 1. madia: mobile che un tempo serviva come base per impastare il pane e dentro il quale si conservavano le pagnotte. 2. di sterco… di ceci: sono gli odori che ristagnano nella casa mescolandosi tra loro. La carbonella serve per accendere il fuoco; il latte cagliato è quello che sta trasformandosi in formaggio. 3. Marianna… paniere di provviste: una volta l’anno il duca faceva visita alle famiglie dei suoi contadini e distribuiva loro dei regali. Dopo la sua morte, per la prima volta questo compito spetta a Marianna. 4. una che sia abituata… luminosa: Fila è una giovane servitrice di Marianna. È di origine contadina, ma ormai si è abituata a vivere nel grande, arioso e luminoso palazzo degli Ucrìa. Perciò anche lei ora si trova a disagio in quell’ambiente povero ed è impaziente di tornare a casa.  5. l’oscenità… in paradiso: Marianna è a disagio perché si rende conto che i nobili sfruttano i contadini, che lavorano duramente per loro e rimangono poverissimi. Poi, una volta l’anno, i nobili regalano loro un po’ di cibo. E si sentono a posto con la coscienza, come se quel gesto fosse una prova di grande generosità, tale da meritare il paradiso. 6. scrive Marianna sulla tavoletta: Marianna è sordomuta, perciò comunica scrivendo su dei fogli e appoggiandosi su di una tavoletta che porta sempre con sé. USA IL DIZIONARIO • Con quale aggettivo potresti sostituire “arditi” nella frase «I piedi si sono fatti arditi»? • Di quale figura retorica si tratta? LESSICO 1. L’inizio del brano presenta due personificazioni e una similitudine: individuale e trascrivile. 2. Rintraccia nel testo e sottolinea tutti gli elementi descrittivi che fanno riferimento al senso dell’odorato. 3. Con quale immagine vengono descritti gli insetti che tormentano i bambini? A chi somigliano così i bambini? 4. «Marianna si trova davanti una folla di bambini e di donne che la sbirciano sorpresi come se fosse un essere soprannaturale» (r. 69-70): prova a spiegare con parole tue questa similitudine. ANALIZZARE 5. Dove è ambientata la vicenda? In quale secolo? 6. Quali caratteristiche avevano le case dei contadini all’epoca? Individua nel testo tutte le informazioni e ricostruisci per scritto la loro descrizione. 7. All’inizio e alla fine del testo, si nota un forte contrasto tra la nobiltà di Marianna e la miseria del popolo. Rintraccia i due punti e sottolineali. 8. Che cosa porta in dono Marianna ai contadini? Come si sente nel compiere questo gesto? ESPRIMERE E VALUTARE 9. Scrivere Mettiti nei panni di uno dei contadini e attribuiscigli pensieri e voce: che cosa avrà pensato di Marianna? Avrà apprezzato i doni o si sarà solo sentito preso in giro? Avrà fatto qualche commento sul suo modo di essere vestita?