VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

SU UNA NAVE IN PARTENZA DA VENEZIA, NEL XV SECOLO Da mercante a schiavo Sergio Anselmi Il 20 marzo 1474 Luca e i suoi due amici salutarono i parenti, non appena il vento favorì l’uscita della Martana (questo il nome della galea) dal porto, ove sempre si sparava una botta di bombarda «a bon viazo et salvamento Dio guardi et conducha vui et le vostre robbe salve da ogni insidia divinale et humanale, posibile et imposibile, pensabile et impensabile»1. […] Luca, mai uscito dalle lagune, guardava curioso quell’andare pacifico, i delfini e gli uccelli, gli ombrati profili delle terre più lontane. Guardava attento ogni manovra, desiderando presto di apprendere a condurre bene una nave e governare gli uomini, seguendo in ciò il consiglio del nonno Zuanne e del padre Francesco, reputati2 mercanti, i quali avevano molto navigato. Recava con sé un quadernetto fitto di note sui porti, sui fondachi3, sul valore delle merci e delle monete, sulle misure e sulle parole giuste da usare con i forestieri nello stringere e nel disfare affari. Ma molte erano le pagine bianche e lui avrebbe dovuto riempirle di note e osservazioni, che cominciò a scrivere subito. A Ragusa quelli della Martana fecero molti affari, comprando, soprattutto dai fiorentini e dagli anconitani, bellissimi rasi, nastri, pellicce di linci e zibellini. Anche Luca si fece avanti e si mise in galea 70 braccia4 di rasi di vario tipo comperati dai fiorentini. Una bella spesa da recuperare presto, vendendo dalle parti di Smirne5 per comperare spezie da recare a Venezia. Già in vista di Candia6 la Martana fu avvicinata da due fuste7 che con manovre chiaramente ostili cominciarono a stringerla. Fu presto evidente che nessuna manovra avrebbe consentito la salvezza né v’era speranza di soccorso. Fu inevitabile prepararsi al combattimento, con spari di petrere e bombarde8, che lasciarono indifferenti i pirati. Questi, portatisi a tiro, cominciarono a colpire i veneziani con tiri di balestra. La battaglia fu breve e in un baleno la Martana fu presa. I pirati, fatti subito gettare in mare i morti e i feriti, perquisirono la galea, mostrandosi assai insoddisfatti per aver trovato poche merci. Misero tutti in catene e, preso possesso della Martana, fecero vela verso Chios. I pirati ammucchiarono 40 000 ducati di moneta, cifra considerevolissima che era stata imbarcata a Venezia per comperare spezie. I sogni e le speranze di Luca si infransero in quella prima battaglia, nella quale pure combatté con coraggio per salvare la vita, e le robe e i fagotti suoi. A Chios i gentiluomini furono «tagliati», nel senso che su ciascuno di loro fu posta una taglia, maggiore o minore a seconda dell’età e di quella che pareva essere la loro condizione sociale. Luca fu stimato 900 ducati. Quanto all’equipaggio, alcuni si sottrassero alla vendita, dichiarandosi disposti ad aderire all’islam e a lavorare sulle navi turche, altri dicendosi in grado di ottenere da casa il prezzo del riscatto. Luca e i suoi compagni furono affidati a Chair El Muscat, che aveva un buon ergastolo dove custodiva i prigionieri. Li faceva lavorare nella sua manifattura di cordami, guadagnando poi il 12 per cento del riscatto, ma conservando il diritto di trattenere o vendere come schiavi coloro che non fossero stati riscattati dalle famiglie entro un anno. I prigionieri non riscattati potevano anche interessare i genovesi, sempre alla ricerca di buoni marinai per le loro navi. Andò così che, partite per Venezia le lettere che chiedevano i riscatti, i prigionieri cominciarono ad attendere, rompendosi le mani nell’intrecciare corde, disperando spesso di poter uscire da quell’isola dove però, con loro meraviglia, videro che la gente viveva tranquilla e senza odio, presa dalle proprie faccende. Anche le donne si avvicinavano ai veneziani, guardandoli e toccandoli, quasi per sincerarsi che fossero uomini come tutti gli altri, essendo terribile la fama che li accompagnava. E non pareva possibile che un giovane come Luca, capelli chiari, viso e modi gentili, poteva essere uno di quelli che nella guerra contro i turchi straziavano e uccidevano chiunque incontrassero9. Una di queste donne, anche lei sulla ventina, attratta da Luca gli si avvicinò più volte. Cominciarono a familiarizzare, tanto che più di una volta, di notte, quando già il guardiano aveva applicato la catena alla caviglia dei prigionieri, Luca riuscì a raggiungerla con la complicità del guardiano stesso, al quale aveva promesso un compenso non appena fosse stato liberato. Con Diotima (così si chiamava la ragazza), Luca costruì un temerario piano di fuga che avrebbe dovuto portarli a una barchetta con cui far vela verso Creta. Alla donna spettava il compito di trovare la barca e di preparare acqua, fichi, un sacco di olive secche e qualche abito. Ma la fuga fallisce. Qualcuno li scopre mentre stanno per rubare la barca e i due vengono catturati. E allora… Andò che Luca fu venduto a Smirne come schiavo, e poi rivenduto, finché se ne persero le tracce. Diotima fu assegnata a Chair, il quale se ne servì per più anni per le faccende. Ormai trentenne, riuscì a venderla a un greco di Rodi. (Tratto da: S. Anselmi, Mercanti, corsari, disperati e streghe, il Mulino) Il testo Luca, figlio ventenne di un mercante veneziano, è deciso a seguire le orme del padre. Perciò si imbarca su una galea, pieno di entusiasmo, di voglia di imparare e con in tasca «qualche moneta da far fruttare». L’avventura di Luca è stata ricostruita, a partire da antichi documenti, da Sergio Anselmi, che ama raccontare «piccole storie di uomini non illustri, di destini oscuri e dimenticati». L’autore Sergio Anselmi (1924-2003) è stato uno storico italiano. Si è occupato in particolare della storia dell’area adriatica e delle Marche, la sua regione, dal Medioevo fino ai giorni nostri. Oltre ai saggi accademici (è stato professore universitario di storia economica), ha scritto anche testi narrativi. 1. «a bon viazo… impensabile»: era il saluto di rito alle navi veneziane in partenza. Significa: «Dio vi conduca a fare un buon viaggio e alla salvezza, e protegga voi e le vostre merci da ogni pericolo naturale o umano, possibile e impossibile, prevedibile e imprevedibile». 2. reputati: stimati. 3. fondachi: magazzini di cui si servivano i mercanti quando arrivavano in porti stranieri. 4. braccia: misura di lunghezza, in passato usata soprattutto per le stoffe. Il braccio corrispondeva a circa 60-70 cm (cioè la lunghezza di un braccio umano). 5. Smirne: città della costa turca. 6. Candia: città dell’isola greca di Creta. 7. fuste: navi da guerra piccole e veloci. 8. petrere e bombarde: armi da fuoco, che sparavano grosse palle di pietra o metallo. 9. uno di quelli… incontrassero: tra Veneziani e Turchi c’era competizione per il dominio dei commerci marittimi e, di conseguenza, più volte Venezia entrò in guerra con l’Impero ottomano. LESSICO 1. La formula di saluto «a bon viazo… pensabile et impensabile» (r. 3-6) ti fa capire che ☐ l’italiano del XV secolo era diverso da oggi ☐ si parlava veneziano stretto ☐ i mercanti non sono colti e parlano in modo rozzo 2. L’espressione «aveva un buon ergastolo» (r. 46-47) significa che ☐ le prigioni erano ospitali ☐ possedeva luoghi adatti a tenere i prigionieri ☐ le persone catturate scontavano la prigione a vita 3. Nella frase «disperando spesso di poter uscire da quell’isola dove però, con loro meraviglia, videro che la gente viveva tranquilla e senza odio, presa dalle proprie faccende» l’espressione “con loro meraviglia” (r. 55-57) significa che i prigionieri ☐ sapevano che i Turchi erano gente cattiva e crudele e non credevano a quanto vedevano ☐ erano molto stupiti da tutte le novità che li circondavano ☐ si rendono conto di essere tra persone normali, nonostante la pessima fama dei Turchi ANALIZZARE 4. Riassumi la vicenda narrata in una breve sintesi. 5. Rileggi velocemente il brano cercando tutte le informazioni esplicite e implicite che puoi avere su Luca; quindi scrivi un suo breve ed efficace ritratto. 6. Dalla lettura di questo testo puoi ricavare alcune informazioni storiche. Per ciascuna delle seguenti, sottolinea sul testo le frasi dalle quali si possono ricavare. a. Nel XV secolo i mari erano infestati dalle scorrerie dei pirati b. La Repubblica di Venezia ha grandi scambi commerciali nei porti del Mediterraneo c. Venivano messe in commercio molte merci preziose d. A Venezia interessavano le spezie e. Genova era nemica di Venezia 7. Sia i Turchi sia i Veneziani prigionieri erano pieni di pregiudizi gli uni nei confronti degli altri. • Quale fama accompagnava i Veneziani? • A che cosa non potevano credere le donne del luogo? • E che cosa non credevano possibile i Veneziani? ESPRIMERE E VALUTARE 8. Parlare La meraviglia da parte dei Veneziani di vedere i Turchi come persone tranquille e senza odio, lo sconcerto delle donne turche che non potevano credere che un giovane come Luca, bello e gentile, potesse essere un veneziano di quelli ”che straziavano e uccidevano”, ci fanno capire che in tempo di pace davvero “tutto il mondo è paese”, che ci si può innamorare di un “nemico” o di una “nemica”. Che cosa e chi portano dunque all’odio del nemico? Chi è, in realtà, il nemico? Prova a rispondere a questo interrogativo e confronta il tuo pensiero con i compagni.
SU UNA NAVE IN PARTENZA DA VENEZIA, NEL XV SECOLO Da mercante a schiavo Sergio Anselmi Il 20 marzo 1474 Luca e i suoi due amici salutarono i parenti, non appena il vento favorì l’uscita della Martana (questo il nome della galea) dal porto, ove sempre si sparava una botta di bombarda «a bon viazo et salvamento Dio guardi et conducha vui et le vostre robbe salve da ogni insidia divinale et humanale, posibile et imposibile, pensabile et impensabile»1. […] Luca, mai uscito dalle lagune, guardava curioso quell’andare pacifico, i delfini e gli uccelli, gli ombrati profili delle terre più lontane. Guardava attento ogni manovra, desiderando presto di apprendere a condurre bene una nave e governare gli uomini, seguendo in ciò il consiglio del nonno Zuanne e del padre Francesco, reputati2 mercanti, i quali avevano molto navigato. Recava con sé un quadernetto fitto di note sui porti, sui fondachi3, sul valore delle merci e delle monete, sulle misure e sulle parole giuste da usare con i forestieri nello stringere e nel disfare affari. Ma molte erano le pagine bianche e lui avrebbe dovuto riempirle di note e osservazioni, che cominciò a scrivere subito. A Ragusa quelli della Martana fecero molti affari, comprando, soprattutto dai fiorentini e dagli anconitani, bellissimi rasi, nastri, pellicce di linci e zibellini. Anche Luca si fece avanti e si mise in galea 70 braccia4 di rasi di vario tipo comperati dai fiorentini. Una bella spesa da recuperare presto, vendendo dalle parti di Smirne5 per comperare spezie da recare a Venezia. Già in vista di Candia6 la Martana fu avvicinata da due fuste7 che con manovre chiaramente ostili cominciarono a stringerla. Fu presto evidente che nessuna manovra avrebbe consentito la salvezza né v’era speranza di soccorso. Fu inevitabile prepararsi al combattimento, con spari di petrere e bombarde8, che lasciarono indifferenti i pirati. Questi, portatisi a tiro, cominciarono a colpire i veneziani con tiri di balestra. La battaglia fu breve e in un baleno la Martana fu presa. I pirati, fatti subito gettare in mare i morti e i feriti, perquisirono la galea, mostrandosi assai insoddisfatti per aver trovato poche merci. Misero tutti in catene e, preso possesso della Martana, fecero vela verso Chios. I pirati ammucchiarono 40 000 ducati di moneta, cifra considerevolissima che era stata imbarcata a Venezia per comperare spezie. I sogni e le speranze di Luca si infransero in quella prima battaglia, nella quale pure combatté con coraggio per salvare la vita, e le robe e i fagotti suoi. A Chios i gentiluomini furono «tagliati», nel senso che su ciascuno di loro fu posta una taglia, maggiore o minore a seconda dell’età e di quella che pareva essere la loro condizione sociale. Luca fu stimato 900 ducati. Quanto all’equipaggio, alcuni si sottrassero alla vendita, dichiarandosi disposti ad aderire all’islam e a lavorare sulle navi turche, altri dicendosi in grado di ottenere da casa il prezzo del riscatto. Luca e i suoi compagni furono affidati a Chair El Muscat, che aveva un buon ergastolo dove custodiva i prigionieri. Li faceva lavorare nella sua manifattura di cordami, guadagnando poi il 12 per cento del riscatto, ma conservando il diritto di trattenere o vendere come schiavi coloro che non fossero stati riscattati dalle famiglie entro un anno. I prigionieri non riscattati potevano anche interessare i genovesi, sempre alla ricerca di buoni marinai per le loro navi. Andò così che, partite per Venezia le lettere che chiedevano i riscatti, i prigionieri cominciarono ad attendere, rompendosi le mani nell’intrecciare corde, disperando spesso di poter uscire da quell’isola dove però, con loro meraviglia, videro che la gente viveva tranquilla e senza odio, presa dalle proprie faccende. Anche le donne si avvicinavano ai veneziani, guardandoli e toccandoli, quasi per sincerarsi che fossero uomini come tutti gli altri, essendo terribile la fama che li accompagnava. E non pareva possibile che un giovane come Luca, capelli chiari, viso e modi gentili, poteva essere uno di quelli che nella guerra contro i turchi straziavano e uccidevano chiunque incontrassero9. Una di queste donne, anche lei sulla ventina, attratta da Luca gli si avvicinò più volte. Cominciarono a familiarizzare, tanto che più di una volta, di notte, quando già il guardiano aveva applicato la catena alla caviglia dei prigionieri, Luca riuscì a raggiungerla con la complicità del guardiano stesso, al quale aveva promesso un compenso non appena fosse stato liberato. Con Diotima (così si chiamava la ragazza), Luca costruì un temerario piano di fuga che avrebbe dovuto portarli a una barchetta con cui far vela verso Creta. Alla donna spettava il compito di trovare la barca e di preparare acqua, fichi, un sacco di olive secche e qualche abito. Ma la fuga fallisce. Qualcuno li scopre mentre stanno per rubare la barca e i due vengono catturati. E allora… Andò che Luca fu venduto a Smirne come schiavo, e poi rivenduto, finché se ne persero le tracce. Diotima fu assegnata a Chair, il quale se ne servì per più anni per le faccende. Ormai trentenne, riuscì a venderla a un greco di Rodi. (Tratto da: S. Anselmi, Mercanti, corsari, disperati e streghe, il Mulino) Il testo Luca, figlio ventenne di un mercante veneziano, è deciso a seguire le orme del padre. Perciò si imbarca su una galea, pieno di entusiasmo, di voglia di imparare e con in tasca «qualche moneta da far fruttare». L’avventura di Luca è stata ricostruita, a partire da antichi documenti, da Sergio Anselmi, che ama raccontare «piccole storie di uomini non illustri, di destini oscuri e dimenticati». L’autore Sergio Anselmi (1924-2003) è stato uno storico italiano. Si è occupato in particolare della storia dell’area adriatica e delle Marche, la sua regione, dal Medioevo fino ai giorni nostri. Oltre ai saggi accademici (è stato professore universitario di storia economica), ha scritto anche testi narrativi. 1. «a bon viazo… impensabile»: era il saluto di rito alle navi veneziane in partenza. Significa: «Dio vi conduca a fare un buon viaggio e alla salvezza, e protegga voi e le vostre merci da ogni pericolo naturale o umano, possibile e impossibile, prevedibile e imprevedibile». 2. reputati: stimati. 3. fondachi: magazzini di cui si servivano i mercanti quando arrivavano in porti stranieri. 4. braccia: misura di lunghezza, in passato usata soprattutto per le stoffe. Il braccio corrispondeva a circa 60-70 cm (cioè la lunghezza di un braccio umano). 5. Smirne: città della costa turca. 6. Candia: città dell’isola greca di Creta. 7. fuste: navi da guerra piccole e veloci. 8. petrere e bombarde: armi da fuoco, che sparavano grosse palle di pietra o metallo. 9. uno di quelli… incontrassero: tra Veneziani e Turchi c’era competizione per il dominio dei commerci marittimi e, di conseguenza, più volte Venezia entrò in guerra con l’Impero ottomano. LESSICO 1. La formula di saluto «a bon viazo… pensabile et impensabile» (r. 3-6) ti fa capire che ☐ l’italiano del XV secolo era diverso da oggi ☐ si parlava veneziano stretto ☐ i mercanti non sono colti e parlano in modo rozzo 2. L’espressione «aveva un buon ergastolo» (r. 46-47) significa che ☐ le prigioni erano ospitali ☐ possedeva luoghi adatti a tenere i prigionieri ☐ le persone catturate scontavano la prigione a vita 3. Nella frase «disperando spesso di poter uscire da quell’isola dove però, con loro meraviglia, videro che la gente viveva tranquilla e senza odio, presa dalle proprie faccende» l’espressione “con loro meraviglia” (r. 55-57) significa che i prigionieri ☐ sapevano che i Turchi erano gente cattiva e crudele e non credevano a quanto vedevano ☐ erano molto stupiti da tutte le novità che li circondavano ☐ si rendono conto di essere tra persone normali, nonostante la pessima fama dei Turchi ANALIZZARE 4. Riassumi la vicenda narrata in una breve sintesi. 5. Rileggi velocemente il brano cercando tutte le informazioni esplicite e implicite che puoi avere su Luca; quindi scrivi un suo breve ed efficace ritratto. 6. Dalla lettura di questo testo puoi ricavare alcune informazioni storiche. Per ciascuna delle seguenti, sottolinea sul testo le frasi dalle quali si possono ricavare. a. Nel XV secolo i mari erano infestati dalle scorrerie dei pirati b. La Repubblica di Venezia ha grandi scambi commerciali nei porti del Mediterraneo c. Venivano messe in commercio molte merci preziose d. A Venezia interessavano le spezie e. Genova era nemica di Venezia 7. Sia i Turchi sia i Veneziani prigionieri erano pieni di pregiudizi gli uni nei confronti degli altri. • Quale fama accompagnava i Veneziani? • A che cosa non potevano credere le donne del luogo? • E che cosa non credevano possibile i Veneziani? ESPRIMERE E VALUTARE 8. Parlare La meraviglia da parte dei Veneziani di vedere i Turchi come persone tranquille e senza odio, lo sconcerto delle donne turche che non potevano credere che un giovane come Luca, bello e gentile, potesse essere un veneziano di quelli ”che straziavano e uccidevano”, ci fanno capire che in tempo di pace davvero “tutto il mondo è paese”, che ci si può innamorare di un “nemico” o di una “nemica”. Che cosa e chi portano dunque all’odio del nemico? Chi è, in realtà, il nemico? Prova a rispondere a questo interrogativo e confronta il tuo pensiero con i compagni.