VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

SPECIALE Cittadinanza attivaI DIRITTI DELLE DONNEUn lungo cammino che continua LA PRIMA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLE DONNE1789: inizia la Rivoluzione francese, che cambierà profondamente e per sempre la società europea. A poco a poco gli uomini cesseranno di essere sudditi e diventeranno cittadini, titolari di diritti e non più solo del dovere di obbedienza al re che ha un potere assoluto e illimitato. E le donne?Olympe de Gouges è una giornalista e scrittrice francese. Aderisce con entusiasmo alla rivoluzione ed è convinta che essa porterà anche alla parità tra uomo e donna.Nel 1791 scrive un documento intitolato Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che dovrebbe essere il naturale completamento della famosa Dichiarazione dei diritti dell’uomo, approvata nel 1789. L’emancipazione femminile, però, non rientra nei progetti dei capi rivoluzionari. Anzi, Olympe è considerata una nemica della rivoluzione: viene condannata a morte e giustiziata nel 1793. Affermare i diritti delle donne, a quell’epoca, costava la vita.Leggiamo alcuni articoli della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina.Affermando la parità tra i sessi, la Dichiarazione assegna alla donna alcuni diritti davvero rivoluzionari per l’epoca, come il diritto di voto (articolo VI), il diritto di esercitare qualunque professione e quello di occupare le cariche pubbliche (articolo XIII).Articolo ILa Donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’interesse comune.Articolo VILa legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente o con i loro rappresentanti alla sua formazione; essa deve essere uguale per tutti. Tutte le cittadine e tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammessi a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo le loro capacità e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.Articolo XNessuno deve essere molestato per le sue opinioni anche di principio. Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sul podio, sempre che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.Articolo XIIÈ necessario garantire maggiormente i diritti della donna e della cittadina; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti.Articolo XIIIPer il mantenimento della forza pubblica e per le spese di amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutti i lavori ingrati, a tutte le fatiche, deve quindi partecipare anche alla distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche, delle dignità e dell’industria.Le donne e il lavoroRiguardo al lavoro, la discriminazione verso le donne è sempre avvenuta su due piani. Da un lato, le donne di umili condizioni sociali erano impiegate in lavori pesanti, pericolosi e retribuiti pochissimo. Dall’altro, le donne di media condizione sociale erano “condannate” a restare in casa, dove svolgevano i lavori domestici e si prendevano cura del marito e dei figli. Nell’Ottocento, però, si fecero alcuni passi avanti. A metà del secolo, in Inghilterra, fu vietato il lavoro femminile e minorile in miniera. In seguito, per le donne, fu emanato il divieto di lavoro notturno e furono stabiliti orari di lavoro meno disumani. A fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa. L’espansione dei servizi e dei commerci, infatti, richiedeva molto personale. Negozi e grandi magazzini avevano bisogno di commesse, gli uffici pubblici e le ditte commerciali assumevano segretarie e dattilografe. Sempre più ragazze frequentavano scuole superiori, così aumentò anche il numero delle infermiere negli ospedali e delle insegnanti nelle scuole. Rimanevano comunque forti discriminazioni. Salvo rarissime eccezioni, le donne non facevano carriera, cioè non arrivavano a ricoprire posti di direzione e di grande responsabilità. Una serie di professioni restò “vietata” alle donne: per esempio, in Italia solo nel 1963 le donne poterono intraprendere la professione di magistrato. Inoltre le impiegate erano in maggioranza ragazze giovani e non ancora sposate: al momento del matrimonio venivano licenziate.Il movimento femminileL’Ottocento fu anche il secolo in cui nacque il femminismo, cioè un movimento organizzato delle donne per rivendicare i loro diritti e la parità con l’uomo. Le prime organizzazioni femministe furono fondate in Inghilterra verso la metà del secolo; in seguito ne nacquero in altri Paesi europei e negli Stati Uniti. Le principali richieste delle femministe erano:• il diritto delle donne a svolgere le stesse attività lavorative degli uomini con uguale retribuzione;• la parità tra moglie e marito nell’ambito della famiglia;• il diritto di voto e quello di candidarsi alle cariche pubbliche.Nel 1903 l’inglese Emmeline Pankhurst guidò le proteste delle donne che chiedevano la possibilità di votare. Erano perciò chiamate suffragette («suffragio» è sinonimo di «voto»). Il primo Paese che attribuì il diritto di voto alle donne fu la Finlandia nel 1906, seguita dalla Norvegia nel 1907 e dall’Inghilterra nel 1918. In Italia le donne dovettero attendere fino al 1946.I progressi del NovecentoNel XX secolo furono purtroppo due guerre mondiali a dare una spinta decisiva all’emancipazione femminile. Poiché gli uomini erano al fronte, le donne furono chiamate a sostituirli nelle fabbriche e negli uffici. Dimostrarono così di poter svolgere le stesse attività lavorative dei maschi. In famiglia furono loro a doversi occupare dell’educazione dei figli e a prendere tutte quelle decisioni che, per tradizione, spettavano ai mariti. Dopo le guerre, molte lavoratrici furono licenziate e i mariti ripresero il ruolo di capifamiglia. Ma le donne avevano raggiunto la consapevolezza delle loro possibilità e dei loro diritti.Nel 1948 le donne ottennero finalmente un riconoscimento ufficiale della loro parità con l’uomo. Nella Dichiarazione universale dei diritti umani fu scritto che «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali e hanno parità di diritti». Lo stesso documento stabilì la parità dei coniugi all’interno del matrimonio e l’uguaglianza delle retribuzioni a parità di mansioni assegnate e di lavoro svolto. Anche le nuove Costituzioni democratiche dei Paesi europei inclusero l’uguaglianza dei diritti senza distinzione di sesso. Ad esempio, l’articolo 3 della Costituzione italiana, entrata in vigore nel 1948, afferma che «tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di sesso».Ma un conto sono le Costituzioni e le dichiarazioni ufficiali, un conto è la realtà quotidiana. Moltissime donne continuarono a essere discriminate (cioè trattate in modo differente) sia in famiglia sia sul lavoro. Così, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, le battaglie femministe ripresero con grande vigore in Europa e negli Stati Uniti. Le proteste delle donne si collegarono a quelle degli studenti, e più in generale dei giovani, che chiedevano maggiore libertà e la fine dell’autoritarismo in famiglia e a scuola.Grazie a queste lotte, e anche alla crescente presenza di donne nei Parlamenti europei, molti Stati stabilirono una sempre maggiore parità tra i due sessi. In Italia nel 1975 entrò in vigore il nuovo diritto di famiglia, che attribuisce ai coniugi gli stessi diritti e doveri. Veniva così eliminata la vecchia figura del capofamiglia, al quale era attribuita la patria potestà, cioè il diritto esclusivo di decidere in merito all’educazione dei figli. Con quasi trent’anni di ritardo veniva così attuato il principio stabilito dalla nostra Costituzione: «Il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi».L’emancipazione femminile in ItaliaEmancipazione significa passare da una condizione di subordinazione a una posizione di parità. Vediamo le principali tappe attraverso cui questo percorso è stato compiuto dalle donne italiane.Una storia che deve ancora iniziareNel XXI secolo, in tutti i Paesi democratici l’uguaglianza tra uomo e donna può dirsi raggiunta e garantita dalle leggi. Tuttavia nella nostra società resistono pregiudizi e alcuni uomini conservano una mentalità arretrata, che considera la donna poco più che un oggetto a loro disposizione. Ne sono un sintomo i molti episodi di violenza sulle donne che ancora oggi si verificano in Italia e in altri Paesi considerati civili. Purtroppo questa mentalità arretrata non si trova soltanto tra persone molto anziane e prive di istruzione; talvolta la manifestano anche i giovani e uomini di responsabilità e di potere.La condizione delle donne è ancora molto difficile in gran parte dell’Asia e dell’Africa, e anche in alcuni Paesi dell’America centro-meridionale. In queste parti del mondo le donne non soltanto sono prive di diritti civili e politici, ma non hanno la minima libertà personale. Talvolta non possono nemmeno uscire in strada se non sono accompagnate da un uomo. Inutile dire che, per loro, scuola e lavoro sono mete per ora inaccessibili. Per tutte queste donne (e sono la maggioranza nel mondo attuale) la lunga storia dell’emancipazione femminile deve ancora iniziare.
SPECIALE Cittadinanza attivaI DIRITTI DELLE DONNEUn lungo cammino che continua LA PRIMA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLE DONNE1789: inizia la Rivoluzione francese, che cambierà profondamente e per sempre la società europea. A poco a poco gli uomini cesseranno di essere sudditi e diventeranno cittadini, titolari di diritti e non più solo del dovere di obbedienza al re che ha un potere assoluto e illimitato. E le donne?Olympe de Gouges è una giornalista e scrittrice francese. Aderisce con entusiasmo alla rivoluzione ed è convinta che essa porterà anche alla parità tra uomo e donna.Nel 1791 scrive un documento intitolato Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che dovrebbe essere il naturale completamento della famosa Dichiarazione dei diritti dell’uomo, approvata nel 1789. L’emancipazione femminile, però, non rientra nei progetti dei capi rivoluzionari. Anzi, Olympe è considerata una nemica della rivoluzione: viene condannata a morte e giustiziata nel 1793. Affermare i diritti delle donne, a quell’epoca, costava la vita.Leggiamo alcuni articoli della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina.Affermando la parità tra i sessi, la Dichiarazione assegna alla donna alcuni diritti davvero rivoluzionari per l’epoca, come il diritto di voto (articolo VI), il diritto di esercitare qualunque professione e quello di occupare le cariche pubbliche (articolo XIII).Articolo ILa Donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’interesse comune.Articolo VILa legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente o con i loro rappresentanti alla sua formazione; essa deve essere uguale per tutti. Tutte le cittadine e tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammessi a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo le loro capacità e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.Articolo XNessuno deve essere molestato per le sue opinioni anche di principio. Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sul podio, sempre che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.Articolo XIIÈ necessario garantire maggiormente i diritti della donna e della cittadina; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti.Articolo XIIIPer il mantenimento della forza pubblica e per le spese di amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutti i lavori ingrati, a tutte le fatiche, deve quindi partecipare anche alla distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche, delle dignità e dell’industria.Le donne e il lavoroRiguardo al lavoro, la discriminazione verso le donne è sempre avvenuta su due piani. Da un lato, le donne di umili condizioni sociali erano impiegate in lavori pesanti, pericolosi e retribuiti pochissimo. Dall’altro, le donne di media condizione sociale erano “condannate” a restare in casa, dove svolgevano i lavori domestici e si prendevano cura del marito e dei figli. Nell’Ottocento, però, si fecero alcuni passi avanti. A metà del secolo, in Inghilterra, fu vietato il lavoro femminile e minorile in miniera. In seguito, per le donne, fu emanato il divieto di lavoro notturno e furono stabiliti orari di lavoro meno disumani. A fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa. L’espansione dei servizi e dei commerci, infatti, richiedeva molto personale. Negozi e grandi magazzini avevano bisogno di commesse, gli uffici pubblici e le ditte commerciali assumevano segretarie e dattilografe. Sempre più ragazze frequentavano scuole superiori, così aumentò anche il numero delle infermiere negli ospedali e delle insegnanti nelle scuole. Rimanevano comunque forti discriminazioni. Salvo rarissime eccezioni, le donne non facevano carriera, cioè non arrivavano a ricoprire posti di direzione e di grande responsabilità. Una serie di professioni restò “vietata” alle donne: per esempio, in Italia solo nel 1963 le donne poterono intraprendere la professione di magistrato. Inoltre le impiegate erano in maggioranza ragazze giovani e non ancora sposate: al momento del matrimonio venivano licenziate.Il movimento femminileL’Ottocento fu anche il secolo in cui nacque il femminismo, cioè un movimento organizzato delle donne per rivendicare i loro diritti e la parità con l’uomo. Le prime organizzazioni femministe furono fondate in Inghilterra verso la metà del secolo; in seguito ne nacquero in altri Paesi europei e negli Stati Uniti. Le principali richieste delle femministe erano:• il diritto delle donne a svolgere le stesse attività lavorative degli uomini con uguale retribuzione;• la parità tra moglie e marito nell’ambito della famiglia;• il diritto di voto e quello di candidarsi alle cariche pubbliche.Nel 1903 l’inglese Emmeline Pankhurst guidò le proteste delle donne che chiedevano la possibilità di votare. Erano perciò chiamate suffragette («suffragio» è sinonimo di «voto»). Il primo Paese che attribuì il diritto di voto alle donne fu la Finlandia nel 1906, seguita dalla Norvegia nel 1907 e dall’Inghilterra nel 1918. In Italia le donne dovettero attendere fino al 1946.I progressi del NovecentoNel XX secolo furono purtroppo due guerre mondiali a dare una spinta decisiva all’emancipazione femminile. Poiché gli uomini erano al fronte, le donne furono chiamate a sostituirli nelle fabbriche e negli uffici. Dimostrarono così di poter svolgere le stesse attività lavorative dei maschi. In famiglia furono loro a doversi occupare dell’educazione dei figli e a prendere tutte quelle decisioni che, per tradizione, spettavano ai mariti. Dopo le guerre, molte lavoratrici furono licenziate e i mariti ripresero il ruolo di capifamiglia. Ma le donne avevano raggiunto la consapevolezza delle loro possibilità e dei loro diritti.Nel 1948 le donne ottennero finalmente un riconoscimento ufficiale della loro parità con l’uomo. Nella Dichiarazione universale dei diritti umani fu scritto che «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali e hanno parità di diritti». Lo stesso documento stabilì la parità dei coniugi all’interno del matrimonio e l’uguaglianza delle retribuzioni a parità di mansioni assegnate e di lavoro svolto. Anche le nuove Costituzioni democratiche dei Paesi europei inclusero l’uguaglianza dei diritti senza distinzione di sesso. Ad esempio, l’articolo 3 della Costituzione italiana, entrata in vigore nel 1948, afferma che «tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di sesso».Ma un conto sono le Costituzioni e le dichiarazioni ufficiali, un conto è la realtà quotidiana. Moltissime donne continuarono a essere discriminate (cioè trattate in modo differente) sia in famiglia sia sul lavoro. Così, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, le battaglie femministe ripresero con grande vigore in Europa e negli Stati Uniti. Le proteste delle donne si collegarono a quelle degli studenti, e più in generale dei giovani, che chiedevano maggiore libertà e la fine dell’autoritarismo in famiglia e a scuola.Grazie a queste lotte, e anche alla crescente presenza di donne nei Parlamenti europei, molti Stati stabilirono una sempre maggiore parità tra i due sessi. In Italia nel 1975 entrò in vigore il nuovo diritto di famiglia, che attribuisce ai coniugi gli stessi diritti e doveri. Veniva così eliminata la vecchia figura del capofamiglia, al quale era attribuita la patria potestà, cioè il diritto esclusivo di decidere in merito all’educazione dei figli. Con quasi trent’anni di ritardo veniva così attuato il principio stabilito dalla nostra Costituzione: «Il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi».L’emancipazione femminile in ItaliaEmancipazione significa passare da una condizione di subordinazione a una posizione di parità. Vediamo le principali tappe attraverso cui questo percorso è stato compiuto dalle donne italiane.Una storia che deve ancora iniziareNel XXI secolo, in tutti i Paesi democratici l’uguaglianza tra uomo e donna può dirsi raggiunta e garantita dalle leggi. Tuttavia nella nostra società resistono pregiudizi e alcuni uomini conservano una mentalità arretrata, che considera la donna poco più che un oggetto a loro disposizione. Ne sono un sintomo i molti episodi di violenza sulle donne che ancora oggi si verificano in Italia e in altri Paesi considerati civili. Purtroppo questa mentalità arretrata non si trova soltanto tra persone molto anziane e prive di istruzione; talvolta la manifestano anche i giovani e uomini di responsabilità e di potere.La condizione delle donne è ancora molto difficile in gran parte dell’Asia e dell’Africa, e anche in alcuni Paesi dell’America centro-meridionale. In queste parti del mondo le donne non soltanto sono prive di diritti civili e politici, ma non hanno la minima libertà personale. Talvolta non possono nemmeno uscire in strada se non sono accompagnate da un uomo. Inutile dire che, per loro, scuola e lavoro sono mete per ora inaccessibili. Per tutte queste donne (e sono la maggioranza nel mondo attuale) la lunga storia dell’emancipazione femminile deve ancora iniziare.