VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

IN ITALIA, A INIZIO NOVECENTO POVERTÀ, MALATTIE, LAVORO DUROUna bocca in meno da sfamareAldo Molinengo Giuseppe Reinaudo (Barge1, 1926)Una volta, in confronto ad adesso, c’era meno di niente. Si viveva di poco, tutti erano poveri e sembrava normale. Noi vivevamo alle Balme, era una borgata tutta sotto la roccia. Avevamo uno o due vacche, e si vendeva il burro per comperare il companatico2. Il resto erano patate e castagne. Eravamo già fortunati perché mio padre lavorava alle cave, e aveva uno stipendio. Comunque, a dodici anni mi ha mandato a fare il vaché3 nelle cascine. Il contratto si faceva qui, a Barge: nei giorni di mercato venivano a cercare i ragazzi, o le ragazze se serviva una sërventa4. Il lavoro era duro, e non è che ci dessero tanto da mangiare. Si diventava persino malati. A pranzo ci davano polenta e latte scremato, e alla sera il minestrone di fagioli. Io mi dovevo svegliare alle quattro, e si lavorava fino a tardi di sera. Non facevo solo il vaché, ma tutti i lavori, anche quelli pesanti. Raccoglievo anche il grano e il fieno. Lavoravo come un garzone, anche se non avevo ancora l’età di esserlo. Si tornava a casa solo due o tre domeniche l’anno, più la festa del paese, e si andava a piedi. Lavoravo da marzo fino a Natale. A quattordici anni ho lavorato nelle cave di quarzite, fino al 1943. Facevo il cavatore, e guadagnavo dieci lire al giorno, che davo a mio padre. Ci pagavano ogni quindici giorni. Salivamo a piedi, in tanti; ognuno partiva dal posto dove abitava, da tutti i paesi attorno alla montagna. Lassù eravamo almeno trecento a lavorare, dalla primavera all’autunno. C’era tanta polvere a spaccare la pietra. Il padrone delle cave era uno della Svizzera tedesca, e in tempo di guerra riusciva a fare dare l’esonero dal servizio militare a quelli che lavoravano con lui. Forse sarebbe stata meglio la guerra, perché qui poi si moriva di silicosi5 per la polvere.Lidia Riberi (Rifreddo, 1932)Quando è morta mia madre, nel 1944, io avevo dodici anni, mi avevano trovato lavoro nel Seminario6 di Pinerolo. Prima ero andata a fare la sërventa nelle cascine. Come tutti ero stata portata sotto l’Ala ’d fer7, al mercato di Saluzzo. C’erano tanti altri bambini e bambine, e molti piangevano. Qualcuno aveva già con sé il fagotto, per andare subito dai padroni. Non mi facevano solo fare i lavori di casa, ma anche tutti quelli di campagna. Non stavo mai ferma, c’era sempre qualcosa da fare, anche quando pioveva. Alla sera andavo a dormire stanca morta, anche perché al mattino dovevo svegliarmi presto. Quando mi mandavano al torrente a lavare le lenzuola, avevo paura di cadere dentro, perché era un torrente grosso, e l’acqua scorreva forte. Me lo sognavo anche di notte. A casa si tornava solo per la festa del paese, san Luigi, e una domenica ogni tanto. Poco, perché sapevano che se andavamo a casa poi non avremmo più voluto tornare in cascina. Qualche volta i genitori andavano a trovare i figli dai padroni, per vedere come stavano, ma capitava di rado. Io mangiavo con la famiglia, ma so di tanti bambini che mangiavano per conto loro, perché gli davano poca roba, e non dovevano vedere cosa c’era sulla tavola dei padroni. Comunque, anch’io mangiavo poco. Tante volte non avevo neanche da bere, perché ero a lavorare nei campi distante dalla cascina, e non veniva nessuno a portarmi dell’acqua. Si dormiva nella stalla.Flavia Rinaudo (Brossasco, 1945)La mia famiglia era talmente povera che non aveva niente, neanche una casa, e il Comune ce ne aveva data una in paese. Eravamo dieci figli, nati tra il 1932 e il 1947; io sono del 1945, la nona di dieci. Noi, sia fratelli che sorelle, siamo sempre stati affittati tutti, e abbiamo fatto una vita dura. Nostro fratello più piccolo è stato affittato solo per un anno, perché scappava sempre, tornava subito a casa. Io ho incominciato ad andare a lavorare a nove anni, quando andavo ancora a scuola. La scuola l’ho fatta fino alla quinta, e siccome quell’anno ero stata affittata già a marzo, non l’avevo finita. Venivano i padroni a cercarci a casa, a gennaio o febbraio, e contrattavano la ricompensa: il mantenimento e un regalo, una gallina oppure un vestito. Mio padre si raccomandava solo che mi trattassero bene, e che non mi lasciassero mai uscire, così andavo fuori della cascina solo alla domenica per la Messa. A casa tornavo solo per Pasqua e per la festa del paese. Una o due volte, veniva mio padre a trovarmi, ma era peggio, perché poi mi veniva il magone8 e l’indomani, quando ero in un prato da sola, mi mettevo a piangere e chiedevo la morte, perché volevo tornare a casa. Là c’erano anche dei garzoni, e mangiavamo con la famiglia, ma non ce n’era tanto da mangiare. A dormire, i garzoni stavano sotto il portico, e se faceva freddo andavano nella stalla, mentre io avevo una stanza dove c’erano i topi. Lavoravo come loro, come un uomo: mungevo, raccoglievo il fieno, il grano, toglievo l’erba dall’orto. Facevo di tutto, non solo i lavori di casa. Tutto a mano, perché lì non avevano nessuna macchina, solo un trattore. Poi, ho cambiato e sono stata affittata a Manta, dove non ero per niente contenta, e per poter tornare a casa dicevo che avevo tanto mal di pancia. Solo che, anziché chiamare mio padre, mi avevano portata dal dottore, che mi aveva dato delle pastiglie da prendere, dicendo che se non passava dovevano portarmi all’ospedale. Io buttavo via le pastiglie, e facevo finta di avere ancora tanto male, così siamo andati all’ospedale di Saluzzo, dove mi hanno operata di appendicite, dicendo che però non sembrava tanto infiammata. Poi, almeno, sono tornata a casa, e non sono mai più andata in cascina, forse perché i miei genitori avevano capito che soffrivo troppo.(Tratto da: A. Molinengo, Bambini affittati, Priuli & Verlucca) Il testo Oggi spesso rabbrividiamo a leggere o ascoltare vicende di bambini che sono costretti a lavorare con ritmi e orari massacranti nei Paesi più poveri del pianeta. Ma solo qualche decennio fa anche i bambini italiani erano sottoposti allo stesso sfruttamento. I bambini venivano dati in affitto dalle famiglie per avere meno bocche da sfamare. Leggi qualche testimonianza diretta di alcuni “bambini affittati”. L’autore Aldo Molinengo, nato in provincia di Cuneo nel 1953, si occupa di agronomia e tematiche del paesaggio e insegna Scienze naturali in una Scuola superiore. Ha pubblicato alcuni libri e realizzato dei video dedicati alla storia, alla cultura e alle tradizioni della sua terra, il Piemonte. 1. Barge: località in provincia di Cuneo, come Rifreddo, Brossasco e Manta, citati più avanti.2. companatico: ciò che si mangia con il pane (salumi, formaggio…).3. vaché: pastore, custode delle bestie al pascolo.4. sërventa: cameriera, serva, aiutava la moglie del padrone nei lavori di casa.5. silicosi: malattia provocata dall’infiltrazione di polvere di silicio nei polmoni.6. Seminario: collegio dove vivono e studiano i ragazzi destinati a diventare sacerdoti.7. Ala ’d fer: la tettoia in ferro della piazza di Saluzzo, dove nel giorno di mercato si affittavano i bambini.8. il magone: sensazione di tristezza che stringe la gola. COMPRENDERE 1. In che modo i padroni potevano trovare e affittare i bambini che servivano?2. Qual era l’età media, all’incirca, in cui si veniva affittati?3. Ogni quanto tempo i bambini potevano tornare a casa?• Giuseppe: • Lidia: • Flavia: 4. Perché ai bambini veniva concesso di tornare a casa così raramente?5. Flavia parla della ricompensa che veniva contrattata con i genitori dei bambini che venivano dati in affitto. Di che cosa si tratta?6. Qual era, dunque, il vantaggio di dare i propri figli in affitto?7. Flavia racconta di aver sofferto molto: quale espediente ha escogitato per poter tornare a casa? LESSICO 8. I resoconti delle persone intervistate sono trascritti fedelmente, con il linguaggio da loro usato, semplice ed essenziale. Ci sono diversi termini che si riferiscono ai lavori che i bambini affittati dovevano svolgere. Collega correttamente.pastoreservacavatoregarzonechi lavora nelle cave, minatorecustode delle bestie al pascoloaiutante, persona che fa lavori di faticaaiutava la moglie del padrone nei lavori di casa9. L’immagine delle campagne piemontesi che emerge da queste pagine è l’immagine di una terra povera in cui si conduceva una vita misera e dura. Individua nel testo e sottolinea almeno tre espressioni che lo confermino.10. Quesito INVALSI Nella frase «A dormire, i garzoni stavano sotto il portico… mentre io avevo una stanza dove c’erano i topi» (r. 73-74) il connettivo “mentre” si può sostituire conA. quando B. invece C. però D. sebbene ESPRIMERE E VALUTARE 11. Parlare Quale delle storie lette ti ha colpito e ti ha commosso di più? Perché?Ti ha stupito il fatto che soltanto pochi decenni fa i bambini potessero essere “affittati”?Pensi che al giorno d’oggi non ci siano più situazioni come queste?Confronta le tue risposte con quelle dei tuoi compagni.12. Scrivere Ti viene offerta la possibilità di preparare un’intervista a Giuseppe, Lidia o Flavia.A chi ti rivolgeresti? Che cosa vorresti sapere? Scrivi le domande che vorresti porre. AL CINEMA Due ragazzine raccolgono nel loro paese la biancheria altrui e la portano al fiume con una carriola sgangherata e con molta fatica…• Piccole lavandaie(da L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi)
IN ITALIA, A INIZIO NOVECENTO POVERTÀ, MALATTIE, LAVORO DUROUna bocca in meno da sfamareAldo Molinengo Giuseppe Reinaudo (Barge1, 1926)Una volta, in confronto ad adesso, c’era meno di niente. Si viveva di poco, tutti erano poveri e sembrava normale. Noi vivevamo alle Balme, era una borgata tutta sotto la roccia. Avevamo uno o due vacche, e si vendeva il burro per comperare il companatico2. Il resto erano patate e castagne. Eravamo già fortunati perché mio padre lavorava alle cave, e aveva uno stipendio. Comunque, a dodici anni mi ha mandato a fare il vaché3 nelle cascine. Il contratto si faceva qui, a Barge: nei giorni di mercato venivano a cercare i ragazzi, o le ragazze se serviva una sërventa4. Il lavoro era duro, e non è che ci dessero tanto da mangiare. Si diventava persino malati. A pranzo ci davano polenta e latte scremato, e alla sera il minestrone di fagioli. Io mi dovevo svegliare alle quattro, e si lavorava fino a tardi di sera. Non facevo solo il vaché, ma tutti i lavori, anche quelli pesanti. Raccoglievo anche il grano e il fieno. Lavoravo come un garzone, anche se non avevo ancora l’età di esserlo. Si tornava a casa solo due o tre domeniche l’anno, più la festa del paese, e si andava a piedi. Lavoravo da marzo fino a Natale. A quattordici anni ho lavorato nelle cave di quarzite, fino al 1943. Facevo il cavatore, e guadagnavo dieci lire al giorno, che davo a mio padre. Ci pagavano ogni quindici giorni. Salivamo a piedi, in tanti; ognuno partiva dal posto dove abitava, da tutti i paesi attorno alla montagna. Lassù eravamo almeno trecento a lavorare, dalla primavera all’autunno. C’era tanta polvere a spaccare la pietra. Il padrone delle cave era uno della Svizzera tedesca, e in tempo di guerra riusciva a fare dare l’esonero dal servizio militare a quelli che lavoravano con lui. Forse sarebbe stata meglio la guerra, perché qui poi si moriva di silicosi5 per la polvere.Lidia Riberi (Rifreddo, 1932)Quando è morta mia madre, nel 1944, io avevo dodici anni, mi avevano trovato lavoro nel Seminario6 di Pinerolo. Prima ero andata a fare la sërventa nelle cascine. Come tutti ero stata portata sotto l’Ala ’d fer7, al mercato di Saluzzo. C’erano tanti altri bambini e bambine, e molti piangevano. Qualcuno aveva già con sé il fagotto, per andare subito dai padroni. Non mi facevano solo fare i lavori di casa, ma anche tutti quelli di campagna. Non stavo mai ferma, c’era sempre qualcosa da fare, anche quando pioveva. Alla sera andavo a dormire stanca morta, anche perché al mattino dovevo svegliarmi presto. Quando mi mandavano al torrente a lavare le lenzuola, avevo paura di cadere dentro, perché era un torrente grosso, e l’acqua scorreva forte. Me lo sognavo anche di notte. A casa si tornava solo per la festa del paese, san Luigi, e una domenica ogni tanto. Poco, perché sapevano che se andavamo a casa poi non avremmo più voluto tornare in cascina. Qualche volta i genitori andavano a trovare i figli dai padroni, per vedere come stavano, ma capitava di rado. Io mangiavo con la famiglia, ma so di tanti bambini che mangiavano per conto loro, perché gli davano poca roba, e non dovevano vedere cosa c’era sulla tavola dei padroni. Comunque, anch’io mangiavo poco. Tante volte non avevo neanche da bere, perché ero a lavorare nei campi distante dalla cascina, e non veniva nessuno a portarmi dell’acqua. Si dormiva nella stalla.Flavia Rinaudo (Brossasco, 1945)La mia famiglia era talmente povera che non aveva niente, neanche una casa, e il Comune ce ne aveva data una in paese. Eravamo dieci figli, nati tra il 1932 e il 1947; io sono del 1945, la nona di dieci. Noi, sia fratelli che sorelle, siamo sempre stati affittati tutti, e abbiamo fatto una vita dura. Nostro fratello più piccolo è stato affittato solo per un anno, perché scappava sempre, tornava subito a casa. Io ho incominciato ad andare a lavorare a nove anni, quando andavo ancora a scuola. La scuola l’ho fatta fino alla quinta, e siccome quell’anno ero stata affittata già a marzo, non l’avevo finita. Venivano i padroni a cercarci a casa, a gennaio o febbraio, e contrattavano la ricompensa: il mantenimento e un regalo, una gallina oppure un vestito. Mio padre si raccomandava solo che mi trattassero bene, e che non mi lasciassero mai uscire, così andavo fuori della cascina solo alla domenica per la Messa. A casa tornavo solo per Pasqua e per la festa del paese. Una o due volte, veniva mio padre a trovarmi, ma era peggio, perché poi mi veniva il magone8 e l’indomani, quando ero in un prato da sola, mi mettevo a piangere e chiedevo la morte, perché volevo tornare a casa. Là c’erano anche dei garzoni, e mangiavamo con la famiglia, ma non ce n’era tanto da mangiare. A dormire, i garzoni stavano sotto il portico, e se faceva freddo andavano nella stalla, mentre io avevo una stanza dove c’erano i topi. Lavoravo come loro, come un uomo: mungevo, raccoglievo il fieno, il grano, toglievo l’erba dall’orto. Facevo di tutto, non solo i lavori di casa. Tutto a mano, perché lì non avevano nessuna macchina, solo un trattore. Poi, ho cambiato e sono stata affittata a Manta, dove non ero per niente contenta, e per poter tornare a casa dicevo che avevo tanto mal di pancia. Solo che, anziché chiamare mio padre, mi avevano portata dal dottore, che mi aveva dato delle pastiglie da prendere, dicendo che se non passava dovevano portarmi all’ospedale. Io buttavo via le pastiglie, e facevo finta di avere ancora tanto male, così siamo andati all’ospedale di Saluzzo, dove mi hanno operata di appendicite, dicendo che però non sembrava tanto infiammata. Poi, almeno, sono tornata a casa, e non sono mai più andata in cascina, forse perché i miei genitori avevano capito che soffrivo troppo.(Tratto da: A. Molinengo, Bambini affittati, Priuli & Verlucca) Il testo Oggi spesso rabbrividiamo a leggere o ascoltare vicende di bambini che sono costretti a lavorare con ritmi e orari massacranti nei Paesi più poveri del pianeta. Ma solo qualche decennio fa anche i bambini italiani erano sottoposti allo stesso sfruttamento. I bambini venivano dati in affitto dalle famiglie per avere meno bocche da sfamare. Leggi qualche testimonianza diretta di alcuni “bambini affittati”. L’autore Aldo Molinengo, nato in provincia di Cuneo nel 1953, si occupa di agronomia e tematiche del paesaggio e insegna Scienze naturali in una Scuola superiore. Ha pubblicato alcuni libri e realizzato dei video dedicati alla storia, alla cultura e alle tradizioni della sua terra, il Piemonte. 1. Barge: località in provincia di Cuneo, come Rifreddo, Brossasco e Manta, citati più avanti.2. companatico: ciò che si mangia con il pane (salumi, formaggio…).3. vaché: pastore, custode delle bestie al pascolo.4. sërventa: cameriera, serva, aiutava la moglie del padrone nei lavori di casa.5. silicosi: malattia provocata dall’infiltrazione di polvere di silicio nei polmoni.6. Seminario: collegio dove vivono e studiano i ragazzi destinati a diventare sacerdoti.7. Ala ’d fer: la tettoia in ferro della piazza di Saluzzo, dove nel giorno di mercato si affittavano i bambini.8. il magone: sensazione di tristezza che stringe la gola. COMPRENDERE 1. In che modo i padroni potevano trovare e affittare i bambini che servivano?2. Qual era l’età media, all’incirca, in cui si veniva affittati?3. Ogni quanto tempo i bambini potevano tornare a casa?• Giuseppe: • Lidia: • Flavia: 4. Perché ai bambini veniva concesso di tornare a casa così raramente?5. Flavia parla della ricompensa che veniva contrattata con i genitori dei bambini che venivano dati in affitto. Di che cosa si tratta?6. Qual era, dunque, il vantaggio di dare i propri figli in affitto?7. Flavia racconta di aver sofferto molto: quale espediente ha escogitato per poter tornare a casa? LESSICO 8. I resoconti delle persone intervistate sono trascritti fedelmente, con il linguaggio da loro usato, semplice ed essenziale. Ci sono diversi termini che si riferiscono ai lavori che i bambini affittati dovevano svolgere. Collega correttamente.pastoreservacavatoregarzonechi lavora nelle cave, minatorecustode delle bestie al pascoloaiutante, persona che fa lavori di faticaaiutava la moglie del padrone nei lavori di casa9. L’immagine delle campagne piemontesi che emerge da queste pagine è l’immagine di una terra povera in cui si conduceva una vita misera e dura. Individua nel testo e sottolinea almeno tre espressioni che lo confermino.10. Quesito INVALSI Nella frase «A dormire, i garzoni stavano sotto il portico… mentre io avevo una stanza dove c’erano i topi» (r. 73-74) il connettivo “mentre” si può sostituire conA. quando B. invece C. però D. sebbene ESPRIMERE E VALUTARE 11. Parlare Quale delle storie lette ti ha colpito e ti ha commosso di più? Perché?Ti ha stupito il fatto che soltanto pochi decenni fa i bambini potessero essere “affittati”?Pensi che al giorno d’oggi non ci siano più situazioni come queste?Confronta le tue risposte con quelle dei tuoi compagni.12. Scrivere Ti viene offerta la possibilità di preparare un’intervista a Giuseppe, Lidia o Flavia.A chi ti rivolgeresti? Che cosa vorresti sapere? Scrivi le domande che vorresti porre. AL CINEMA Due ragazzine raccolgono nel loro paese la biancheria altrui e la portano al fiume con una carriola sgangherata e con molta fatica…• Piccole lavandaie(da L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi)