VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

IN FUGA DALLA TERRA IN CUI SI È CRESCIUTI Una nuova vita da immigrata Tahar Ben Jelloun Arrivammo a Parigi all’alba. Il cielo era grigio, le strade dovevano essere dipinte anch’esse di grigio, la gente camminava con passo deciso guardando per terra, anche gli abiti erano scuri. I muri erano talvolta neri, e talvolta grigi. Faceva freddo. Mi sfregavo gli occhi per vedere bene e registrare tutto. Se mio fratello1 fosse stato là, avrebbe domandato: «È questo la Francia?». Pensavo a lui mentre scoprivo quel paese straniero che sarebbe diventato la mia patria. Guardavo i muri e le facce confusi nella stessa tristezza. Contavo le finestre delle case alte. Perdevo il filo dei miei calcoli. C’erano troppe finestre, e troppe case le une sulle altre. Erano talmente alte che i miei occhi si perdevano tra le nuvole. Provavo le vertigini. Decine di domande si urtavano nella mia testa. Andavano e venivano, cariche di mistero e di impazienza. Ma a chi rivolgerle? A mio padre che era stanchissimo e che non poteva rispondere alla curiosità di una bambina che si riceveva in faccia e di buon mattino tutto un mondo del quale non capiva assolutamente niente? Durante il percorso, mio padre non aveva detto una parola, ci fermammo due volte, sul bordo della strada, per mangiare. Neppure mia madre parlava. Mi rendevo conto che questo viaggio era una fuga. Ci allontanavamo il più possibile dal villaggio. Mia madre non dormiva. Non smetteva di guardare mio padre, che inghiottiva le sue lacrime. La nostra sistemazione avvenne abbastanza rapidamente. Fummo aiutati da altre famiglie marocchine, e anche da Madame Simone, mandata dall’amministrazione comunale per facilitarci le pratiche dell’immigrazione. Grande, un po’ corpulenta, con il sorriso facile, Madame Simone era la nostra fata e la nostra amica. Come assistente sociale, cercò dapprima di spiegarci la sua funzione e il suo ruolo, ma per noi era un angelo inviato da Dio per accoglierci in quella città dove tutto era difficile. Diceva qualche parola di arabo e ci raccontava di aver vissuto e lavorato a Beni Melal2. Io ero ribelle. Non parlavo con i miei genitori. La mia lingua era il berbero3 e non capivo come si potesse utilizzare un altro dialetto per comunicare. Come tutti i bambini pensavo che la mia lingua materna fosse universale. Ero ribelle e persino aggressiva, perché la gente non mi rispondeva quando parlavo. Madame Simone mi diceva delle parole arabe, che per me erano altrettanto estranee che le parole che diceva nella sua lingua. Io mi dicevo: non mi vuole bene, perché non mi parla in berbero. Allora sputavo, gridavo e gettavo delle cose per terra. Non ero né viziata né difficile. Ero assalita dalle cose nuove e volevo capire. Avevo l’impressione di essere diventata, da un giorno all’altro, sordomuta, gettata e dimenticata dai miei genitori in una città in cui tutti mi volgevano le spalle e dove nessuno mi guardava o mi parlava. Forse ero trasparente, invisibile, forse il colore scuro della mia pelle mi faceva confondere con gli alberi. Passavo ore e ore accanto a un albero. Nessuno si fermava. Ero un albero, diciamo un arbusto, a causa della mia piccola statura e della magrezza. Andavo bene come spaventapasseri. Ma non c’era alcun campo di grano e tanto meno nessun uccello. C’era sì qualche piccione, ma così molle e stupido che faceva vergogna alla sua tribù! Mi piaceva guardare le automobili che passavano. Aspiravo profondamente i gas di scarico e cercavo di impregnarmi di quel profumo di città, così nuovo e così inebriante per la pastorella cresciuta all’aria pura. Passavo le giornate a contare le macchine e mi addormentavo per la fatica sulla panca. Non guardavo più le vacche, ma continuavo a fare gli stessi gesti, e arrivavo persino a considerare che le automobili erano delle vacche che avevano premura e scappavano in tutte le direzioni. Avevo un bell’aspettare, nessun cavaliere spuntava per suonare musica al mio fianco. La città sfilava sotto i miei occhi e io perdevo la nozione di ogni cosa. In primo luogo del tempo: confondevo il giorno con la notte. Dormivo a qualsiasi ora e mi risvegliavo quando gli altri erano sprofondati nel sonno. Avevo perso il mattino. Non riuscivo mai a ritrovarlo. Ogni volta che aprivo gli occhi era notte, o la fine della giornata. Mio padre mi spiegò che in questo paese la giornata era suddivisa in ore, mentre al villaggio si conosceva soltanto il levarsi e il tramontare del sole. Mi insegnò a leggere l’ora di un orologio: - Qui è quando tua madre prepara le focaccine (sono le sei); qui è quando tu fai uscire le bestie (sono le sette); qui quando il sole è sopra la tua testa (è mezzogiorno, è l’ora della seconda preghiera); qui è quando è ora di pranzo (è l’una); qui è l’ora di fare rientrare gli animali, ed è il momento del tramonto del sole; qui è l’ora di cena; per il resto è notte… Mi lasciò il suo orologio, e io passai la giornata a imparare il tempo. Avevo trovato i miei propri punti di riferimento con la partenza di mio padre per il lavoro e con il suo rientro. Ma tutto ciò si complicava perché durante una settimana lui partiva quando il sole era sopra la mia testa e rientrava tardi, nella notte. La settimana dopo era al contrario; se ne andava tardi nella notte e rientrava quando il sole era sopra la mia testa. Ma il sole era un cattivo compagno. C’era raramente. A me piacevano le nuvole. Ma quelle là erano spesse e nere. Avevano lo spessore del mio cuore e il colore dei miei sogni. Da noi, al villaggio, le nuvole quando arrivavano erano di fretta. O si sfasciavano in pioggia o si disperdevano abbastanza in fretta. La pioggia non cadeva in qualsiasi momento. Qui invece arrivava spesso per lavare i muri e le strade. Non si preannunciava, e nessuno la festeggiava. Dopo qualche giorno, il tempo non aveva più segreti per me. Dicevo l’ora a me stessa e agli altri; mi capitava poi di dire a un passante in berbero: - È l’ora di fare rientrare le bestie! -. Mi scambiavo per un orologio da muro, ossessionato dalla precisione. Avevo tenuto al braccio il grosso orologio di mio padre, e ogni volta che si passava da un’ora all’altra gridavo: - Stiamo passando dalle tre alle quattro! Dopo il tempo, fu necessario mettere in ordine tra i rumori che mi assalivano da ogni parte, e che non smettevano mai. Sapevo che era impossibile ritrovare il silenzio, la calma e la grande serenità della natura. Ma ci tenevo a sapere di dove venissero quei rumori. Dovevo riconoscerli e dominarli, se no sentivo che la mia testa sarebbe scoppiata. Mi mettevo alla finestra e tendevo bene le orecchie: distinguevo il rumore delle automobili da quello degli autobus e dei camion. Mi piaceva molto la sirena delle autoambulanze. C’era per contro il rumore delle macchine che trapanavano il suolo. Era insopportabile. Non arrivavo a controllarlo. Era selvaggio, intermittente e interminabile. Mi mancava evidentemente il canto degli uccelli, le grida dei bambini che uscivano dalla scuola coranica4, il ritmo della mietitrebbiatrice, i richiami dei contadini e le loro canzoni nostalgiche… Mia madre, rosa dal dispiacere, era caduta in uno stato di tristezza infinita, silenziosa e grigia. Non si preoccupava di adattarsi. Si preparava a continuare a fare il suo lavoro di donna di casa, senza dover uscire né affrontare il mondo direttamente. Cucinava, lavava, metteva in ordine, strofinava, mangiava un po’ e non faceva domande, lasciava che le cose facessero il loro corso e che la nuova vita si svolgesse, con la stessa indifferenza, di giorno e di notte. Mia madre aveva lasciato l’anima al villaggio. Il suo corpo non smetteva di dimagrire e il suo sguardo restava costantemente fisso verso un punto lontano, verso la tomba di Driss. Cercavo di scuoterla, le parlavo. Si erano rovesciati i ruoli: la figlia che consolava la madre, raccontandole storie per farla dormire, per insegnarle a vivere senza Driss e dimenticare. Mi proponevo di essere la speranza e la riuscita, il fuoco e la risata: - Stammi a sentire, madre! Ho già imparato a conoscere il tempo e a riconoscere i rumori. Mi rimane da imparare il francese, ma vedrai, diventerò medico o architetto, sarò la tua fortuna, la tua gioia e il tuo orgoglio. Ho voglia di sapere tutto. Anche io andrò a scuola. Imparerò l’aritmetica e la scrittura, conoscerò la città e le macchine. Nel villaggio non avevo il diritto di andare alla scuola coranica per imparare a leggere e scrivere. Perché le ragazze sono destinate ai campi e alla cascina. Qui non ci sono più bestie, campi, cascina e scuola coranica. Qui, madre, le cose si addossano le une alle altre e la gente corre. Anch’io adesso mi metto a correre. Bisogna che impari. Bisogna che cominci la scuola… (Tratto da: T. Ben Jelloun, A occhi bassi, Einaudi) Il testo Lasciare la terra in cui si è cresciuti, la propria terra, per arrivare in un Paese che non si conosce, magari in una grande metropoli che sembra inghiottirti… È questa la storia di Fatima, una ragazzina di undici anni emigrata a Parigi. L’autore Tahar Ben Jelloun, apprezzato scrittore di lingua francese, è nato a Fez, in Marocco, nel 1944. Insegnante di liceo, dopo aver conseguito a Parigi un dottorato in psichiatria sociale, si è dedicato a questa specializzazione e ne ha ricavato materiale per numerosi suoi scritti. Tra le sue numerose opere pubblicate in Italia ricordiamo A occhi bassi, Partire, Il razzismo spiegato a mia figlia. 1. mio fratello: il fratello Driss, morto assassinato. 2. Beni Melal: città del Marocco a sud-est di Casablanca. 3. berbero: lingua propria della popolazione araba diffusa nell’Africa settentrionale. 4. scuola coranica: scuola religiosa araba dove si legge e si studia il Corano, libro sacro per i musulmani. COMPRENDERE 1. Chi è Madame Simone e quale ruolo ha?2. La ragazza nella nuova città perde la nozione del tempo: che cosa fa il padre per aiutarla?3. Come reagisce la madre? Quale dispiacere la tormenta? Cerca di aiutare la giovane figlia?4. Quali importanti decisioni prende infine la ragazza? LESSICO 5. Fatima coglie la disperazione dei genitori all’arrivo a Parigi, da alcuni segnali. Completa, con le parole del testo.• Il padre non ..............................................• La madre non ............................., non ............................., non ..............................................• Fatima si rende conto che quel viaggio è ..............................................6. Rileggi le righe 42-52, sottolinea e trascrivi gli aggettivi e i sostantivi che Fatima attribuisce a sé, nel descrivere il proprio spaesamento.• aggettivi: • sostantivi: 7. La frase «Avevo un bell’aspettare, nessun cavaliere spuntava per suonare musica al mio fianco» (r. 60-61) significa che☐ quand’era pastorella viveva in un mondo fantastico☐ nessuno interviene ad aiutarla☐ lei aspetta veramente un cavaliere8. Rileggi le parole di Fatima da «A me piacevano le nuvole…» fino a «… il colore dei miei sogni» (r. 83-84) e spiega la similitudine.9. Il rumore delle perforatrici era «intermittente e interminabile» (r. 104). Che cosa significa? Spiegalo con l’aiuto del dizionario.10. Rileggi l’ultimo capoverso del testo (r. 115-132), individua e trascrivi i sette sostantivi che l’autore usa per indicare i coraggiosi propositi di Fatima, nei confronti della madre e di se stessa. ANALIZZARE 11. Fatima dice di essere ribelle. Basandoti sulle informazioni date dal testo, indica che cosa manifesta la ragazza con questo comportamento (due risposte):☐ profondo disagio ☐ capricci e maleducazione☐ sofferenza ☐ carattere difficile e aggressivo12. La frase «Ma tutto ciò si complicava perché durante una settimana lui partiva quando il sole era sopra la mia testa e rientrava tardi, nella notte. La settimana dopo era al contrario…» (r. 78-81) ci fa capire che☐ Fatima ha dei problemi a imparare l’orario☐ il padre non spiega bene il suo lavoro☐ il padre lavora facendo anche i turni di notte13. Nella nuova realtà Fatima scopre nuovi odori e nuovi rumori. Quali sono e che reazioni suscitano in lei?• Quale “profumo” aspirava profondamente?• Quale rumore le piaceva molto? Quale trovava insopportabile? ESPRIMERE E VALUTARE 14. Parla re Per gli immigrati imparare la lingua del paese ospite è molto importante per il loro inserimento nel tessuto sociale. Prova a immaginare l’impatto di uno straniero, che non conosca la nostra lingua, con una realtà a lui sconosciuta: quali difficoltà incontrerà? In molte città d’Italia sono stati organizzati presso Centri Interculturali o CTP (Centri Territoriali Permanenti di corsi serali di scuola media per adulti) alcuni corsi di lingua italiana per stranieri. Possono frequentare questi corsi gli stranieri che vogliono imparare o migliorare la conoscenza dell’Italiano. Dove abiti tu esiste un tale servizio? Conosci qualche gruppo di volontari che offre accoglienza agli stranieri?
IN FUGA DALLA TERRA IN CUI SI È CRESCIUTI Una nuova vita da immigrata Tahar Ben Jelloun Arrivammo a Parigi all’alba. Il cielo era grigio, le strade dovevano essere dipinte anch’esse di grigio, la gente camminava con passo deciso guardando per terra, anche gli abiti erano scuri. I muri erano talvolta neri, e talvolta grigi. Faceva freddo. Mi sfregavo gli occhi per vedere bene e registrare tutto. Se mio fratello1 fosse stato là, avrebbe domandato: «È questo la Francia?». Pensavo a lui mentre scoprivo quel paese straniero che sarebbe diventato la mia patria. Guardavo i muri e le facce confusi nella stessa tristezza. Contavo le finestre delle case alte. Perdevo il filo dei miei calcoli. C’erano troppe finestre, e troppe case le une sulle altre. Erano talmente alte che i miei occhi si perdevano tra le nuvole. Provavo le vertigini. Decine di domande si urtavano nella mia testa. Andavano e venivano, cariche di mistero e di impazienza. Ma a chi rivolgerle? A mio padre che era stanchissimo e che non poteva rispondere alla curiosità di una bambina che si riceveva in faccia e di buon mattino tutto un mondo del quale non capiva assolutamente niente? Durante il percorso, mio padre non aveva detto una parola, ci fermammo due volte, sul bordo della strada, per mangiare. Neppure mia madre parlava. Mi rendevo conto che questo viaggio era una fuga. Ci allontanavamo il più possibile dal villaggio. Mia madre non dormiva. Non smetteva di guardare mio padre, che inghiottiva le sue lacrime. La nostra sistemazione avvenne abbastanza rapidamente. Fummo aiutati da altre famiglie marocchine, e anche da Madame Simone, mandata dall’amministrazione comunale per facilitarci le pratiche dell’immigrazione. Grande, un po’ corpulenta, con il sorriso facile, Madame Simone era la nostra fata e la nostra amica. Come assistente sociale, cercò dapprima di spiegarci la sua funzione e il suo ruolo, ma per noi era un angelo inviato da Dio per accoglierci in quella città dove tutto era difficile. Diceva qualche parola di arabo e ci raccontava di aver vissuto e lavorato a Beni Melal2. Io ero ribelle. Non parlavo con i miei genitori. La mia lingua era il berbero3 e non capivo come si potesse utilizzare un altro dialetto per comunicare. Come tutti i bambini pensavo che la mia lingua materna fosse universale. Ero ribelle e persino aggressiva, perché la gente non mi rispondeva quando parlavo. Madame Simone mi diceva delle parole arabe, che per me erano altrettanto estranee che le parole che diceva nella sua lingua. Io mi dicevo: non mi vuole bene, perché non mi parla in berbero. Allora sputavo, gridavo e gettavo delle cose per terra. Non ero né viziata né difficile. Ero assalita dalle cose nuove e volevo capire. Avevo l’impressione di essere diventata, da un giorno all’altro, sordomuta, gettata e dimenticata dai miei genitori in una città in cui tutti mi volgevano le spalle e dove nessuno mi guardava o mi parlava. Forse ero trasparente, invisibile, forse il colore scuro della mia pelle mi faceva confondere con gli alberi. Passavo ore e ore accanto a un albero. Nessuno si fermava. Ero un albero, diciamo un arbusto, a causa della mia piccola statura e della magrezza. Andavo bene come spaventapasseri. Ma non c’era alcun campo di grano e tanto meno nessun uccello. C’era sì qualche piccione, ma così molle e stupido che faceva vergogna alla sua tribù! Mi piaceva guardare le automobili che passavano. Aspiravo profondamente i gas di scarico e cercavo di impregnarmi di quel profumo di città, così nuovo e così inebriante per la pastorella cresciuta all’aria pura. Passavo le giornate a contare le macchine e mi addormentavo per la fatica sulla panca. Non guardavo più le vacche, ma continuavo a fare gli stessi gesti, e arrivavo persino a considerare che le automobili erano delle vacche che avevano premura e scappavano in tutte le direzioni. Avevo un bell’aspettare, nessun cavaliere spuntava per suonare musica al mio fianco. La città sfilava sotto i miei occhi e io perdevo la nozione di ogni cosa. In primo luogo del tempo: confondevo il giorno con la notte. Dormivo a qualsiasi ora e mi risvegliavo quando gli altri erano sprofondati nel sonno. Avevo perso il mattino. Non riuscivo mai a ritrovarlo. Ogni volta che aprivo gli occhi era notte, o la fine della giornata. Mio padre mi spiegò che in questo paese la giornata era suddivisa in ore, mentre al villaggio si conosceva soltanto il levarsi e il tramontare del sole. Mi insegnò a leggere l’ora di un orologio: - Qui è quando tua madre prepara le focaccine (sono le sei); qui è quando tu fai uscire le bestie (sono le sette); qui quando il sole è sopra la tua testa (è mezzogiorno, è l’ora della seconda preghiera); qui è quando è ora di pranzo (è l’una); qui è l’ora di fare rientrare gli animali, ed è il momento del tramonto del sole; qui è l’ora di cena; per il resto è notte… Mi lasciò il suo orologio, e io passai la giornata a imparare il tempo. Avevo trovato i miei propri punti di riferimento con la partenza di mio padre per il lavoro e con il suo rientro. Ma tutto ciò si complicava perché durante una settimana lui partiva quando il sole era sopra la mia testa e rientrava tardi, nella notte. La settimana dopo era al contrario; se ne andava tardi nella notte e rientrava quando il sole era sopra la mia testa. Ma il sole era un cattivo compagno. C’era raramente. A me piacevano le nuvole. Ma quelle là erano spesse e nere. Avevano lo spessore del mio cuore e il colore dei miei sogni. Da noi, al villaggio, le nuvole quando arrivavano erano di fretta. O si sfasciavano in pioggia o si disperdevano abbastanza in fretta. La pioggia non cadeva in qualsiasi momento. Qui invece arrivava spesso per lavare i muri e le strade. Non si preannunciava, e nessuno la festeggiava. Dopo qualche giorno, il tempo non aveva più segreti per me. Dicevo l’ora a me stessa e agli altri; mi capitava poi di dire a un passante in berbero: - È l’ora di fare rientrare le bestie! -. Mi scambiavo per un orologio da muro, ossessionato dalla precisione. Avevo tenuto al braccio il grosso orologio di mio padre, e ogni volta che si passava da un’ora all’altra gridavo: - Stiamo passando dalle tre alle quattro! Dopo il tempo, fu necessario mettere in ordine tra i rumori che mi assalivano da ogni parte, e che non smettevano mai. Sapevo che era impossibile ritrovare il silenzio, la calma e la grande serenità della natura. Ma ci tenevo a sapere di dove venissero quei rumori. Dovevo riconoscerli e dominarli, se no sentivo che la mia testa sarebbe scoppiata. Mi mettevo alla finestra e tendevo bene le orecchie: distinguevo il rumore delle automobili da quello degli autobus e dei camion. Mi piaceva molto la sirena delle autoambulanze. C’era per contro il rumore delle macchine che trapanavano il suolo. Era insopportabile. Non arrivavo a controllarlo. Era selvaggio, intermittente e interminabile. Mi mancava evidentemente il canto degli uccelli, le grida dei bambini che uscivano dalla scuola coranica4, il ritmo della mietitrebbiatrice, i richiami dei contadini e le loro canzoni nostalgiche… Mia madre, rosa dal dispiacere, era caduta in uno stato di tristezza infinita, silenziosa e grigia. Non si preoccupava di adattarsi. Si preparava a continuare a fare il suo lavoro di donna di casa, senza dover uscire né affrontare il mondo direttamente. Cucinava, lavava, metteva in ordine, strofinava, mangiava un po’ e non faceva domande, lasciava che le cose facessero il loro corso e che la nuova vita si svolgesse, con la stessa indifferenza, di giorno e di notte. Mia madre aveva lasciato l’anima al villaggio. Il suo corpo non smetteva di dimagrire e il suo sguardo restava costantemente fisso verso un punto lontano, verso la tomba di Driss. Cercavo di scuoterla, le parlavo. Si erano rovesciati i ruoli: la figlia che consolava la madre, raccontandole storie per farla dormire, per insegnarle a vivere senza Driss e dimenticare. Mi proponevo di essere la speranza e la riuscita, il fuoco e la risata: - Stammi a sentire, madre! Ho già imparato a conoscere il tempo e a riconoscere i rumori. Mi rimane da imparare il francese, ma vedrai, diventerò medico o architetto, sarò la tua fortuna, la tua gioia e il tuo orgoglio. Ho voglia di sapere tutto. Anche io andrò a scuola. Imparerò l’aritmetica e la scrittura, conoscerò la città e le macchine. Nel villaggio non avevo il diritto di andare alla scuola coranica per imparare a leggere e scrivere. Perché le ragazze sono destinate ai campi e alla cascina. Qui non ci sono più bestie, campi, cascina e scuola coranica. Qui, madre, le cose si addossano le une alle altre e la gente corre. Anch’io adesso mi metto a correre. Bisogna che impari. Bisogna che cominci la scuola… (Tratto da: T. Ben Jelloun, A occhi bassi, Einaudi) Il testo Lasciare la terra in cui si è cresciuti, la propria terra, per arrivare in un Paese che non si conosce, magari in una grande metropoli che sembra inghiottirti… È questa la storia di Fatima, una ragazzina di undici anni emigrata a Parigi. L’autore Tahar Ben Jelloun, apprezzato scrittore di lingua francese, è nato a Fez, in Marocco, nel 1944. Insegnante di liceo, dopo aver conseguito a Parigi un dottorato in psichiatria sociale, si è dedicato a questa specializzazione e ne ha ricavato materiale per numerosi suoi scritti. Tra le sue numerose opere pubblicate in Italia ricordiamo A occhi bassi, Partire, Il razzismo spiegato a mia figlia. 1. mio fratello: il fratello Driss, morto assassinato. 2. Beni Melal: città del Marocco a sud-est di Casablanca. 3. berbero: lingua propria della popolazione araba diffusa nell’Africa settentrionale. 4. scuola coranica: scuola religiosa araba dove si legge e si studia il Corano, libro sacro per i musulmani. COMPRENDERE 1. Chi è Madame Simone e quale ruolo ha?2. La ragazza nella nuova città perde la nozione del tempo: che cosa fa il padre per aiutarla?3. Come reagisce la madre? Quale dispiacere la tormenta? Cerca di aiutare la giovane figlia?4. Quali importanti decisioni prende infine la ragazza? LESSICO 5. Fatima coglie la disperazione dei genitori all’arrivo a Parigi, da alcuni segnali. Completa, con le parole del testo.• Il padre non ..............................................• La madre non ............................., non ............................., non ..............................................• Fatima si rende conto che quel viaggio è ..............................................6. Rileggi le righe 42-52, sottolinea e trascrivi gli aggettivi e i sostantivi che Fatima attribuisce a sé, nel descrivere il proprio spaesamento.• aggettivi: • sostantivi: 7. La frase «Avevo un bell’aspettare, nessun cavaliere spuntava per suonare musica al mio fianco» (r. 60-61) significa che☐ quand’era pastorella viveva in un mondo fantastico☐ nessuno interviene ad aiutarla☐ lei aspetta veramente un cavaliere8. Rileggi le parole di Fatima da «A me piacevano le nuvole…» fino a «… il colore dei miei sogni» (r. 83-84) e spiega la similitudine.9. Il rumore delle perforatrici era «intermittente e interminabile» (r. 104). Che cosa significa? Spiegalo con l’aiuto del dizionario.10. Rileggi l’ultimo capoverso del testo (r. 115-132), individua e trascrivi i sette sostantivi che l’autore usa per indicare i coraggiosi propositi di Fatima, nei confronti della madre e di se stessa. ANALIZZARE 11. Fatima dice di essere ribelle. Basandoti sulle informazioni date dal testo, indica che cosa manifesta la ragazza con questo comportamento (due risposte):☐ profondo disagio ☐ capricci e maleducazione☐ sofferenza ☐ carattere difficile e aggressivo12. La frase «Ma tutto ciò si complicava perché durante una settimana lui partiva quando il sole era sopra la mia testa e rientrava tardi, nella notte. La settimana dopo era al contrario…» (r. 78-81) ci fa capire che☐ Fatima ha dei problemi a imparare l’orario☐ il padre non spiega bene il suo lavoro☐ il padre lavora facendo anche i turni di notte13. Nella nuova realtà Fatima scopre nuovi odori e nuovi rumori. Quali sono e che reazioni suscitano in lei?• Quale “profumo” aspirava profondamente?• Quale rumore le piaceva molto? Quale trovava insopportabile? ESPRIMERE E VALUTARE 14. Parla re Per gli immigrati imparare la lingua del paese ospite è molto importante per il loro inserimento nel tessuto sociale. Prova a immaginare l’impatto di uno straniero, che non conosca la nostra lingua, con una realtà a lui sconosciuta: quali difficoltà incontrerà? In molte città d’Italia sono stati organizzati presso Centri Interculturali o CTP (Centri Territoriali Permanenti di corsi serali di scuola media per adulti) alcuni corsi di lingua italiana per stranieri. Possono frequentare questi corsi gli stranieri che vogliono imparare o migliorare la conoscenza dell’Italiano. Dove abiti tu esiste un tale servizio? Conosci qualche gruppo di volontari che offre accoglienza agli stranieri?