VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

leggere è bello - classici di oggi da gustareSimona CerratoRADIOATTIVITÀ IN FAMIGLIAStoria e storie di Marie e Irène Curie, Editoriale SCIENZA PERCHÉ LEGGERE QUESTO LIBROPer conoscere la vita di due donne straordinarie, madre e figlia, che hanno lavorato con grande impegno e tanta fatica per regalare all’umanità intera il frutto dei loro studi. La scoperta del radio - e in particolare la sua applicazione in campo sanitario con le radiografie - ha dato una svolta importantissima all’evoluzione in campo medico. Il testo è parte di una serie intitolata Donne nella scienza, dedicata alle biografie di scienziate che costituiscono un modello, per l’impegno speso nelle loro ricerche e per i risultati raggiunti.IL LIBRO IN BREVEMarie e Irène Curie, lottando contro l’ignoranza e il pregiudizio nei confronti delle donne, hanno dedicato la vita allo studio della chimica e in particolare delle proprietà del radio. Marie racconta la sua esperienza di giovane ragazza polacca poverissima, che arriva a Parigi per studiare e diventerà la prima insegnante donna alla prestigiosa università de La Sorbonne. Proprio nella capitale francese incontra Pierre Curie, che è già uno scienziato molto stimato, i due si sposano e nascono le figlie Irène e Ève. Marie e Pierre sono insigniti del Premio Nobel per la fisica nel 1903. Dopo la tragica morte del marito, Marie prosegue gli studi, inventa le ambulanze radiologiche, grazie alle quali si curano tanti soldati durante la Prima guerra mondiale.IL LIBRO IN ASSAGGIO[Marie racconta in prima persona un momento fondamentale della sua vita…]Dopo cena tiro fuori un pacco di vecchie foto e lettere e le mostro a Irène.Mi capita tra le mani una foto a cui tengo moltissimo. Pierre in piedi accanto a me, io seduta davanti al quarzo piezoelettrico, lo sguardo attento e concentrato, per misurare la radioattività di qualche elemento.- È qui che cominciamo - dico a Irène. - È qui che comincia il periodo eroico della mia vita. Insieme a Pierre. Sono affascinata da una scoperta che Becquerel1 fa proprio in quel periodo: osserva che certi sali di uranio emettono, spontaneamente, dei raggi capaci di impressionare le lastre fotografiche anche al buio.È stato un puro caso. Becquerel dimentica le lastre, che usa per certi esperimenti sulla fluorescenza, al buio in un cassetto. È febbraio, e per più di una settimana non c’è il sole a Parigi, e senza sole niente esperimenti. Un giorno decide di sviluppare ugualmente quelle lastre, malgrado non possa aspettarsi che un risultato negativo. E che cosa scopre invece? Le lastre sono impressionate, come se fossero state al sole. Un fatto che «non rientra nei fenomeni che uno si aspetta di osservare», come lui stesso commenta più tardi. Nessuna spiegazione sembra possibile. Un mistero. Quando Becquerel comunica la sua osservazione all’Accademia delle Scienze, non so quanti dei presenti vengono colpiti da quella piccola nota. Io sì, e anche tuo padre… È un raggio, un raggio pieno di mistero, che si sprigiona nel buio di un cassetto, da un mucchietto di sali lasciati lì per caso. E così, quando nel 1897 devo scegliere il tema della mia tesi di dottorato, non ho dubbi: voglio scoprire da dove viene quel raggio. In quel momento non immagini certo che questa tua intuizione ti avrebbe portata molto lontano, alla scoperta della radioattività e a tutto il resto, che avresti aperto una via alla cura di molte malattie. E che tu mi avresti poi seguita su questa strada… Lavoriamo in un locale, poco più di una baracca, un ex magazzino, non lontano dal Pantheon. Per noi il posto più bello del mondo. Siamo sempre lì, giorno e notte. Nelle pause chiacchieriamo un po’ scambiandoci le nostre impressioni sugli esperimenti in corso, bevendo una tazza di tè - nelle ciotole che usiamo per i materiali radioattivi!- Che ne dici, Mé, ci incamminiamo? Prendiamo la macchina e andiamo.- Tuo padre e io ci andavamo spesso, dopo cena. Camminavamo in silenzio, fino al laboratorio. E poi stavamo lì, a contemplare le nostre creature, deboli luminescenze nell’oscurità della notte. Era un momento di grande intimità.Prendiamo La Ford, parcheggiamo vicino alla vecchia casa dove Pierre e io abbiamo vissuto i nostri anni insieme. Poi facciamo a piedi la strada che rimane. In silenzio, avvolte dalla leggera nebbia che sale dalla Senna e rende tutto più irreale, distante. I nostri passi risuonano sul marciapiede deserto. Finalmente svoltiamo in rue Lohmond, e io mi perdo nei ricordi… Non abbiamo niente, Pierre e io. Né strumenti né denaro. Chiediamo ai professori dell’Istituto di Chimica o di Fisica campioni di minerali, cristalli, strumenti che non usano più. Nel laboratorio le condizioni sono durissime. Freddo d’inverno, non c’è riscaldamento naturalmente: un giorno annoto sul quaderno di laboratorio 6,25 gradi!!!!!!!!!! con dieci punti esclamativi. E d’estate un caldo impossibile. Partiamo da zero: ci inventiamo anche il metodo di ricerca. Nessuno sa niente di radioattività, non si chiama nemmeno così, sono io ad aver scelto il nome. Come una mamma per il suo bambino. Ho a disposizione un metodo eccellente per le misure, messo a punto da Pierre e suo fratello. Comincio a passare in rassegna, sistematicamente, tutte le sostanze che contengono uranio. Tutte emettono quei raggi. La loro intensità resiste a qualsiasi cambiamento esterno. Temperatura, luce, umidità, nulla li turba.È da lì che ho capito che è l’uranio… l’atomo di uranio. Tutti pensano che l’atomo sia la più piccola particella di materia, compatto e indivisibile. E invece emette quel raggio, perde qualcosa di sé. È una grande intuizione! Ma non mi basta. Esamino metodicamente tutti i minerali possibili e a un certo punto mi capitano per le mani due minerali che si comportano in modo strano: torbenite e pechblenda. Come sono belli! Sono molto, molto più radioattivi dell’uranio! All’inizio penso a un errore. Ripeto più volte l’esperimento. Sempre lo stesso risultato. Non posso essermi sbagliata! Non c’è dubbio: contengono un elemento molto più attivo dell’uranio. Un elemento sconosciuto… forse due. Devo essere io a scoprirlo! Convinco Pierre a comunicare la scoperta all’Accademia delle Scienze, ma lui non vuole, dice «Aspettiamo». Sono io a insistere: «Il fatto che la pechblenda e la torbenite possiedano una radioattività superiore a quella dell’uranio ci porta a credere che questi minerali possano contenere un elemento molto più attivo dell’uranio stesso. Crediamo che la sostanza che abbiamo tratto dalla pechblenda contenga un metallo non ancora segnalato. Se l’esistenza di questo metallo verrà confermata, noi proponiamo di chiamarlo polonio, dal nome del paese di uno di noi». L’elemento è lì, non c’è che da scoprirlo. Il polonio è il primo, il radio viene dopo, e mi costa molta più fatica. Il 14 aprile dello stesso anno, il 1898, con un ottimismo quasi ridicolo, pesiamo cento grammi di un campione di pechblenda.Lo riduciamo in polvere con un pestello in un mortaio, alla caccia dell’elemento misterioso. Il primo passo della nostra lunga avventura. Non sappiamo ancora che la ricerca durerà quattro anni e che dovremo analizzare tonnellate e tonnellate di minerale. Otto, dieci, trenta… non lo so più. E non mi importa. Noi siamo sicuri della nostra scoperta. Come dimostrarlo al mondo? L’unica possibilità è determinare il peso atomico del nuovo elemento, ma le quantità a nostra disposizione sono troppo piccole per le bilance di allora. Dove trovare altra pechblenda? Scopriamo che quella che per noi è la sostanza più preziosa della terra viene buttata come materiale di scarto: una miniera in Boemia lavora l’uranio destinato all’industria del vetro, e il residuo viene scartato e abbandonato in una foresta dei dintorni. Il primo quintale ce lo regalano. Dobbiamo solo pagare la spedizione. Aspettiamo la consegna con ansia e gioia. All’inizio facciamo tutto insieme. Poi decidiamo di dividerci i compiti: Pierre continua la ricerca sulle proprietà del radio, mentre io mi occupo del trattamento chimico e della preparazione del sale di radio puro. Arrivo a trattare anche venti chilogrammi di materia per volta, l’hangar si riempie di vasi pieni di precipitati e di liquidi. È un lavoro estenuante: trasportare i recipienti, travasare i liquidi e rimestare per ore e ore, in un recipiente di ghisa, con un bastone alto quasi quanto me, la materia in ebollizione. E poi, quando quelle montagne di minerale sono ridotte a una porzione piccola, ecco che da quella specie di fuochista, o strega, che sono, mi trasformo nella più abile e attenta analista per separare, in quel laboratorio così male attrezzato, il radio puro. L’ultima cristallizzazione è estremamente delicata: polvere e particelle di carbone di cui è piena l’aria si insinuano nei preparati contenuti nelle delicate provette. Una minima disattenzione basta a distruggere il lavoro di mesi! A un certo punto, è il luglio 1900, penso di avercela fatta. «Radio puro nella provetta!» scrivo sul quaderno di laboratorio. Poi mi accorgo di essermi sbagliata, è tremendo. No ho messo in conto la possibilità dell’errore!Ricomincio… non è facile, devo fare ricorso a tutta la mia forza d’animo, altri due anni, ma alla fine ce la faccio! Riesco a isolarlo, quel benedetto radio, a pesarlo, finalmente ottengo il risultato sperato! Con quale soddisfazione scrivo: radio = 225,93. Pierre e io rimaniamo a guardare commossi la nostra creatura, che con la sua piccola luce blu palpita nell’incavo della provetta. Pierre mi prende la mano e dice: - Ho sempre sperato che avesse un bel colore…1. Herry Becquerel (1852-1908), cresciuto in una famiglia di inventori e scienziati, studia i materiali fosforescenti. Di una sua scoperta che nessuno riesce a spiegare viene a conoscenza Marie Curie, che rimane affascinata e decide di occuparsene insieme al marito Pierre. Becquerel vinse il Premio Nobel per la fisica, insieme con Marie e Pierre, nel 1903.
leggere è bello - classici di oggi da gustareSimona CerratoRADIOATTIVITÀ IN FAMIGLIAStoria e storie di Marie e Irène Curie, Editoriale SCIENZA PERCHÉ LEGGERE QUESTO LIBROPer conoscere la vita di due donne straordinarie, madre e figlia, che hanno lavorato con grande impegno e tanta fatica per regalare all’umanità intera il frutto dei loro studi. La scoperta del radio - e in particolare la sua applicazione in campo sanitario con le radiografie - ha dato una svolta importantissima all’evoluzione in campo medico. Il testo è parte di una serie intitolata Donne nella scienza, dedicata alle biografie di scienziate che costituiscono un modello, per l’impegno speso nelle loro ricerche e per i risultati raggiunti.IL LIBRO IN BREVEMarie e Irène Curie, lottando contro l’ignoranza e il pregiudizio nei confronti delle donne, hanno dedicato la vita allo studio della chimica e in particolare delle proprietà del radio. Marie racconta la sua esperienza di giovane ragazza polacca poverissima, che arriva a Parigi per studiare e diventerà la prima insegnante donna alla prestigiosa università de La Sorbonne. Proprio nella capitale francese incontra Pierre Curie, che è già uno scienziato molto stimato, i due si sposano e nascono le figlie Irène e Ève. Marie e Pierre sono insigniti del Premio Nobel per la fisica nel 1903. Dopo la tragica morte del marito, Marie prosegue gli studi, inventa le ambulanze radiologiche, grazie alle quali si curano tanti soldati durante la Prima guerra mondiale.IL LIBRO IN ASSAGGIO[Marie racconta in prima persona un momento fondamentale della sua vita…]Dopo cena tiro fuori un pacco di vecchie foto e lettere e le mostro a Irène.Mi capita tra le mani una foto a cui tengo moltissimo. Pierre in piedi accanto a me, io seduta davanti al quarzo piezoelettrico, lo sguardo attento e concentrato, per misurare la radioattività di qualche elemento.- È qui che cominciamo - dico a Irène. - È qui che comincia il periodo eroico della mia vita. Insieme a Pierre. Sono affascinata da una scoperta che Becquerel1 fa proprio in quel periodo: osserva che certi sali di uranio emettono, spontaneamente, dei raggi capaci di impressionare le lastre fotografiche anche al buio.È stato un puro caso. Becquerel dimentica le lastre, che usa per certi esperimenti sulla fluorescenza, al buio in un cassetto. È febbraio, e per più di una settimana non c’è il sole a Parigi, e senza sole niente esperimenti. Un giorno decide di sviluppare ugualmente quelle lastre, malgrado non possa aspettarsi che un risultato negativo. E che cosa scopre invece? Le lastre sono impressionate, come se fossero state al sole. Un fatto che «non rientra nei fenomeni che uno si aspetta di osservare», come lui stesso commenta più tardi. Nessuna spiegazione sembra possibile. Un mistero. Quando Becquerel comunica la sua osservazione all’Accademia delle Scienze, non so quanti dei presenti vengono colpiti da quella piccola nota. Io sì, e anche tuo padre… È un raggio, un raggio pieno di mistero, che si sprigiona nel buio di un cassetto, da un mucchietto di sali lasciati lì per caso. E così, quando nel 1897 devo scegliere il tema della mia tesi di dottorato, non ho dubbi: voglio scoprire da dove viene quel raggio. In quel momento non immagini certo che questa tua intuizione ti avrebbe portata molto lontano, alla scoperta della radioattività e a tutto il resto, che avresti aperto una via alla cura di molte malattie. E che tu mi avresti poi seguita su questa strada… Lavoriamo in un locale, poco più di una baracca, un ex magazzino, non lontano dal Pantheon. Per noi il posto più bello del mondo. Siamo sempre lì, giorno e notte. Nelle pause chiacchieriamo un po’ scambiandoci le nostre impressioni sugli esperimenti in corso, bevendo una tazza di tè - nelle ciotole che usiamo per i materiali radioattivi!- Che ne dici, Mé, ci incamminiamo? Prendiamo la macchina e andiamo.- Tuo padre e io ci andavamo spesso, dopo cena. Camminavamo in silenzio, fino al laboratorio. E poi stavamo lì, a contemplare le nostre creature, deboli luminescenze nell’oscurità della notte. Era un momento di grande intimità.Prendiamo La Ford, parcheggiamo vicino alla vecchia casa dove Pierre e io abbiamo vissuto i nostri anni insieme. Poi facciamo a piedi la strada che rimane. In silenzio, avvolte dalla leggera nebbia che sale dalla Senna e rende tutto più irreale, distante. I nostri passi risuonano sul marciapiede deserto. Finalmente svoltiamo in rue Lohmond, e io mi perdo nei ricordi… Non abbiamo niente, Pierre e io. Né strumenti né denaro. Chiediamo ai professori dell’Istituto di Chimica o di Fisica campioni di minerali, cristalli, strumenti che non usano più. Nel laboratorio le condizioni sono durissime. Freddo d’inverno, non c’è riscaldamento naturalmente: un giorno annoto sul quaderno di laboratorio 6,25 gradi!!!!!!!!!! con dieci punti esclamativi. E d’estate un caldo impossibile. Partiamo da zero: ci inventiamo anche il metodo di ricerca. Nessuno sa niente di radioattività, non si chiama nemmeno così, sono io ad aver scelto il nome. Come una mamma per il suo bambino. Ho a disposizione un metodo eccellente per le misure, messo a punto da Pierre e suo fratello. Comincio a passare in rassegna, sistematicamente, tutte le sostanze che contengono uranio. Tutte emettono quei raggi. La loro intensità resiste a qualsiasi cambiamento esterno. Temperatura, luce, umidità, nulla li turba.È da lì che ho capito che è l’uranio… l’atomo di uranio. Tutti pensano che l’atomo sia la più piccola particella di materia, compatto e indivisibile. E invece emette quel raggio, perde qualcosa di sé. È una grande intuizione! Ma non mi basta. Esamino metodicamente tutti i minerali possibili e a un certo punto mi capitano per le mani due minerali che si comportano in modo strano: torbenite e pechblenda. Come sono belli! Sono molto, molto più radioattivi dell’uranio! All’inizio penso a un errore. Ripeto più volte l’esperimento. Sempre lo stesso risultato. Non posso essermi sbagliata! Non c’è dubbio: contengono un elemento molto più attivo dell’uranio. Un elemento sconosciuto… forse due. Devo essere io a scoprirlo! Convinco Pierre a comunicare la scoperta all’Accademia delle Scienze, ma lui non vuole, dice «Aspettiamo». Sono io a insistere: «Il fatto che la pechblenda e la torbenite possiedano una radioattività superiore a quella dell’uranio ci porta a credere che questi minerali possano contenere un elemento molto più attivo dell’uranio stesso. Crediamo che la sostanza che abbiamo tratto dalla pechblenda contenga un metallo non ancora segnalato. Se l’esistenza di questo metallo verrà confermata, noi proponiamo di chiamarlo polonio, dal nome del paese di uno di noi». L’elemento è lì, non c’è che da scoprirlo. Il polonio è il primo, il radio viene dopo, e mi costa molta più fatica. Il 14 aprile dello stesso anno, il 1898, con un ottimismo quasi ridicolo, pesiamo cento grammi di un campione di pechblenda.Lo riduciamo in polvere con un pestello in un mortaio, alla caccia dell’elemento misterioso. Il primo passo della nostra lunga avventura. Non sappiamo ancora che la ricerca durerà quattro anni e che dovremo analizzare tonnellate e tonnellate di minerale. Otto, dieci, trenta… non lo so più. E non mi importa. Noi siamo sicuri della nostra scoperta. Come dimostrarlo al mondo? L’unica possibilità è determinare il peso atomico del nuovo elemento, ma le quantità a nostra disposizione sono troppo piccole per le bilance di allora. Dove trovare altra pechblenda? Scopriamo che quella che per noi è la sostanza più preziosa della terra viene buttata come materiale di scarto: una miniera in Boemia lavora l’uranio destinato all’industria del vetro, e il residuo viene scartato e abbandonato in una foresta dei dintorni. Il primo quintale ce lo regalano. Dobbiamo solo pagare la spedizione. Aspettiamo la consegna con ansia e gioia. All’inizio facciamo tutto insieme. Poi decidiamo di dividerci i compiti: Pierre continua la ricerca sulle proprietà del radio, mentre io mi occupo del trattamento chimico e della preparazione del sale di radio puro. Arrivo a trattare anche venti chilogrammi di materia per volta, l’hangar si riempie di vasi pieni di precipitati e di liquidi. È un lavoro estenuante: trasportare i recipienti, travasare i liquidi e rimestare per ore e ore, in un recipiente di ghisa, con un bastone alto quasi quanto me, la materia in ebollizione. E poi, quando quelle montagne di minerale sono ridotte a una porzione piccola, ecco che da quella specie di fuochista, o strega, che sono, mi trasformo nella più abile e attenta analista per separare, in quel laboratorio così male attrezzato, il radio puro. L’ultima cristallizzazione è estremamente delicata: polvere e particelle di carbone di cui è piena l’aria si insinuano nei preparati contenuti nelle delicate provette. Una minima disattenzione basta a distruggere il lavoro di mesi! A un certo punto, è il luglio 1900, penso di avercela fatta. «Radio puro nella provetta!» scrivo sul quaderno di laboratorio. Poi mi accorgo di essermi sbagliata, è tremendo. No ho messo in conto la possibilità dell’errore!Ricomincio… non è facile, devo fare ricorso a tutta la mia forza d’animo, altri due anni, ma alla fine ce la faccio! Riesco a isolarlo, quel benedetto radio, a pesarlo, finalmente ottengo il risultato sperato! Con quale soddisfazione scrivo: radio = 225,93. Pierre e io rimaniamo a guardare commossi la nostra creatura, che con la sua piccola luce blu palpita nell’incavo della provetta. Pierre mi prende la mano e dice: - Ho sempre sperato che avesse un bel colore…1. Herry Becquerel (1852-1908), cresciuto in una famiglia di inventori e scienziati, studia i materiali fosforescenti. Di una sua scoperta che nessuno riesce a spiegare viene a conoscenza Marie Curie, che rimane affascinata e decide di occuparsene insieme al marito Pierre. Becquerel vinse il Premio Nobel per la fisica, insieme con Marie e Pierre, nel 1903.