VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

L’EMOZIONE DI ESSERE IN PRIMA LINEA Dalla panchina alla portaAndrea Valente - Arbitro! - urlò quel tipo mentre rotolava nella poca erba oltre la linea di fondo. E l’urlo andò a mescolarsi con il sibilo del fischietto dell’arbitro, che si stava avvicinando a lui, indicando ineluttabilmente1 il dischetto del rigore.Quel tipo era il centravanti della squadra avversaria: uno alto quasi due metri, più grosso che bravo, ma comunque temibile e temuto. Per tutta la partita eravamo riusciti a contenerlo, fregandolo più volte con la trappola del fuorigioco, alla quale abboccava puntualmente come un tonno. Per tutta la partita tranne che al novantesimo, se non addirittura qualche secondo oltre, sul risicatissimo punteggio di uno a zero per noi.Dalla panchina ci alzammo tutti in un moto di disperazione, ma c’era ben poco da fare, né ci si poteva lamentare più di tanto, perché Gianni, il nostro numero uno, lo aveva travolto che sembrava un placcatore di rugby.- Alzati, dai, che glielo pari! - gli urlammo da lontano, perché lui, durante il campionato, di rigori ne aveva già parati tre. Ma anche Gianni era rotolato fuori dal campo, e adesso se ne stava lì raggomitolato, come fanno i giocatori veri quando li guardiamo in tivù.A un cenno dell’arbitro il mister afferrò un paio di borracce e corse verso l’area. Appena nei pressi della porta, spruzzando dell’acqua sul braccio di Gianni, si girò e mi urlò di scaldarmi.- Io?!? - gli feci incredulo. Ma di secondo portiere c’ero solo io e non ci potevano essere dubbi. Subito mi alzai e tolsi la tuta, poi mi allacciai gli scarpini e cercai, impacciato, di infilarmi i guanti, mentre in me l’agitazione raggiungeva il livello di guardia.Il vice allenatore, che di volta in volta era anche massaggiatore e magazziniere, oltre che babbo di Gianni, cercò di tranquillizzarmi un po’ con qualche pacca sulle spalle, ma non ci riuscì proprio. Feci un paio di flessioni e tre saltelli, quindi entrai.Incrociai Gianni e non potei non notare il suo pollice sinistro, perché un pollice così gonfio non l’avevo mai visto. Mi sembrò che mi facesse un sorriso, ma forse era una smorfia di dolore, comunque non importa.Lentamente raggiunsi la porta, tra lo sconforto dei miei compagni, che certo non mi aiutava, e che, unito al mio terrore, avrebbe ucciso un elefante. Avevo sempre sognato di giocare la finale, ma, conscio delle mie capacità, ero felice che quel sogno non si fosse mai tramutato in realtà. Fino a poco dopo il novantesimo… Il problema non era il rigore. Io non ne avevo colpa e c’era effettivamente poco da fare, ma il pareggio significava tempi supplementari, e quindi una buona possibilità che la mia, diciamo così, inesperienza fosse causa della nostra sconfitta. Che cosa avevo fatto di male? Immerso in questo infausto pensiero mi ritrovai sulla riga di porta senza quasi rendermene conto. Il pallone era già sul dischetto e, poco più indietro, il capitano degli altri esibiva una spavalda sicurezza. Come fanno i portieri veri, andai prima sul palo di destra e poi su quello di sinistra e colpii entrambi con i tacchetti, quindi mi fermai al centro della porta. Guardai il papà di Gianni, sperando che un miracolo potesse riportare suo figlio al posto mio, e vidi che mi indicava la destra, come se sapesse dove il pallone sarebbe andato a finire. L’arbitro fischiò, e mentre il mio avversario calciava forte verso l’angolino alla mia destra, io mi buttai disperato sulla sinistra. È incredibile quante cose si possono pensare in quel nulla che divide il disco del rigore dalla porta. Mi aveva spiazzato come un pivello, ma pensai che la cosa rientrasse nella norma. Poi però immaginai i rimproveri del vice allenatore: non avevo seguito il suo consiglio. Vidi i miei compagni che mi toglievano il saluto e il mister che mi suggeriva qualche altro sport, possibilmente non di squadra. Sentii che mi sarei messo a piangere e pensai che per celarlo mi sarei potuto rovesciare una borraccia in testa. Immaginai anche la delusione di Gianni: ma cosa voleva? Il rigore lo aveva provocato lui! Tutto questo mentre la palla era ancora in volo, e io anche. Invece finì sul palo, facendo lo stesso rumore di quando andai a sbattere col motorino, e poi mi colpì violentemente in pieno stomaco, causandomi dei dolori da sala parto, ma fermandosi docile tra le mie braccia. Subito non capii molto, se non che l’arbitro aveva fischiato la fine e avevamo vinto. Tutti i miei compagni mi erano saltati addosso increduli e festanti, e per un attimo mi convinsi anche che il pallone lo avevo davvero preso io e non il contrario, ma in fondo questo è solo un dettaglio. Quello che conta, ai fini statistici, sono i fatti, e io in quel campionato ero l’unico portiere imbattuto.(Tratto da: A. Valente, Sotto il banco, Fabbri) Il testo Un ragazzino con scarsa fiducia in se stesso, spesso relegato in panchina, si trova a sostituire il portiere infortunato in un momento decisivo per i risultati della sua squadra. Ecco la cronaca emozionante e divertente, in prima persona, dei suoi minuti di gioco nella finale. L’autore Andrea Valente, nato a Merano (Bolzano) nel 1968, è illustratore e scrittore di libri per ragazzi. Nel 1995 ha creato il personaggio della Pecora Nera, con cui ha voluto affermare il valore e l’importanza della diversità. 1. ineluttabilmente: inevitabilmente, senza possibilità di sfuggire (al rigore). COMPRENDERE 1. Che cosa accade al 90° minuto della partita?2. Perché il ragazzo entra in gioco?3. Alla chiamata del Mister, il secondo portiere prova:a. terroreb. gioiac. soddisfazioned. incredulitàe. preoccupazionef. sconfortog. sfiducia nelle proprie capacità4. Qual è, alla fine, lo stato d’animo del ragazzo? LESSICO 5. Il protagonista usa per due volte l’aggettivo “veri” nelle espressioni «come fanno i giocatori veri» e «come fanno i portieri veri». Ritrova queste espressioni nel testo e rispondi.a. Di chi si parla nel primo e nel secondo caso?b. In quale tono viene usato questo termine? Perché?A. Tono triste: il protagonista non ha nessuna fiducia in se stesso e neanche nella sua squadraB. Tono serio: il protagonista sa che non potranno mai eguagliare i giocatori di serie AC. Tono ironico: il protagonista è consapevole che, per quanto impegnati nel gioco, loro sono dei ragazziniD. Tono comico: il comportamento dei giocatori junior è molto divertente6. Quesito INVALSI Nella frase «Quel tipo era il centravanti della squadra avversaria…, ma comunque temibile e temuto» al posto della parola “comunque”, alla riga 6, si potrebbe usareA. in ogni modoB. inveceC. contrariamenteD. in quel caso ESPRIMERE E VALUTARE 7. Scrivere Il gioco del calcio in Italia è molto seguito e praticato. A te piace? Segui le partite e lo pratichi non solo occasionalmente? Anche se tu sei interessato a qualche altro sport, puoi rispondere e raccontare le tue emozioni quando giochi.8. Parlare Non sempre nel calcio, come in molti altri sport praticati a livello agonistico, i valori della lealtà e della sportività sono rispettati. A volte si scopre che alcune partite erano «truccate», o che certi atleti hanno utilizzato sostanze proibite (il fenomeno del doping), e allora la fiducia e l’entusiasmo nei nostri “eroi” viene meno… Anche il comportamento dei tifosi non è sempre sportivo e leale. Conosci qualcuno di questi episodi? La tua squadra non ti ha mai tradito? Il tuo “idolo” non ha mai fatto uso di sostanze particolari per arrivare primo? I tuoi amici hanno tifato in modo scorretto? Se è successo, che cosa hai provato? Che cosa hai pensato? AL CINEMA L’allenatore della Texas Western cerca di convincere Hill, un promettente giocatore di basket, a far parte della sua squadra, ma deve vincere le sue resistenze.Quali ostacoli dovrà superare? I pregiudizi.• Io non vedo colore, vedo velocità, vedo tecnica!(da Glory Road di James Gartner)
L’EMOZIONE DI ESSERE IN PRIMA LINEA Dalla panchina alla portaAndrea Valente - Arbitro! - urlò quel tipo mentre rotolava nella poca erba oltre la linea di fondo. E l’urlo andò a mescolarsi con il sibilo del fischietto dell’arbitro, che si stava avvicinando a lui, indicando ineluttabilmente1 il dischetto del rigore.Quel tipo era il centravanti della squadra avversaria: uno alto quasi due metri, più grosso che bravo, ma comunque temibile e temuto. Per tutta la partita eravamo riusciti a contenerlo, fregandolo più volte con la trappola del fuorigioco, alla quale abboccava puntualmente come un tonno. Per tutta la partita tranne che al novantesimo, se non addirittura qualche secondo oltre, sul risicatissimo punteggio di uno a zero per noi.Dalla panchina ci alzammo tutti in un moto di disperazione, ma c’era ben poco da fare, né ci si poteva lamentare più di tanto, perché Gianni, il nostro numero uno, lo aveva travolto che sembrava un placcatore di rugby.- Alzati, dai, che glielo pari! - gli urlammo da lontano, perché lui, durante il campionato, di rigori ne aveva già parati tre. Ma anche Gianni era rotolato fuori dal campo, e adesso se ne stava lì raggomitolato, come fanno i giocatori veri quando li guardiamo in tivù.A un cenno dell’arbitro il mister afferrò un paio di borracce e corse verso l’area. Appena nei pressi della porta, spruzzando dell’acqua sul braccio di Gianni, si girò e mi urlò di scaldarmi.- Io?!? - gli feci incredulo. Ma di secondo portiere c’ero solo io e non ci potevano essere dubbi. Subito mi alzai e tolsi la tuta, poi mi allacciai gli scarpini e cercai, impacciato, di infilarmi i guanti, mentre in me l’agitazione raggiungeva il livello di guardia.Il vice allenatore, che di volta in volta era anche massaggiatore e magazziniere, oltre che babbo di Gianni, cercò di tranquillizzarmi un po’ con qualche pacca sulle spalle, ma non ci riuscì proprio. Feci un paio di flessioni e tre saltelli, quindi entrai.Incrociai Gianni e non potei non notare il suo pollice sinistro, perché un pollice così gonfio non l’avevo mai visto. Mi sembrò che mi facesse un sorriso, ma forse era una smorfia di dolore, comunque non importa.Lentamente raggiunsi la porta, tra lo sconforto dei miei compagni, che certo non mi aiutava, e che, unito al mio terrore, avrebbe ucciso un elefante. Avevo sempre sognato di giocare la finale, ma, conscio delle mie capacità, ero felice che quel sogno non si fosse mai tramutato in realtà. Fino a poco dopo il novantesimo… Il problema non era il rigore. Io non ne avevo colpa e c’era effettivamente poco da fare, ma il pareggio significava tempi supplementari, e quindi una buona possibilità che la mia, diciamo così, inesperienza fosse causa della nostra sconfitta. Che cosa avevo fatto di male? Immerso in questo infausto pensiero mi ritrovai sulla riga di porta senza quasi rendermene conto. Il pallone era già sul dischetto e, poco più indietro, il capitano degli altri esibiva una spavalda sicurezza. Come fanno i portieri veri, andai prima sul palo di destra e poi su quello di sinistra e colpii entrambi con i tacchetti, quindi mi fermai al centro della porta. Guardai il papà di Gianni, sperando che un miracolo potesse riportare suo figlio al posto mio, e vidi che mi indicava la destra, come se sapesse dove il pallone sarebbe andato a finire. L’arbitro fischiò, e mentre il mio avversario calciava forte verso l’angolino alla mia destra, io mi buttai disperato sulla sinistra. È incredibile quante cose si possono pensare in quel nulla che divide il disco del rigore dalla porta. Mi aveva spiazzato come un pivello, ma pensai che la cosa rientrasse nella norma. Poi però immaginai i rimproveri del vice allenatore: non avevo seguito il suo consiglio. Vidi i miei compagni che mi toglievano il saluto e il mister che mi suggeriva qualche altro sport, possibilmente non di squadra. Sentii che mi sarei messo a piangere e pensai che per celarlo mi sarei potuto rovesciare una borraccia in testa. Immaginai anche la delusione di Gianni: ma cosa voleva? Il rigore lo aveva provocato lui! Tutto questo mentre la palla era ancora in volo, e io anche. Invece finì sul palo, facendo lo stesso rumore di quando andai a sbattere col motorino, e poi mi colpì violentemente in pieno stomaco, causandomi dei dolori da sala parto, ma fermandosi docile tra le mie braccia. Subito non capii molto, se non che l’arbitro aveva fischiato la fine e avevamo vinto. Tutti i miei compagni mi erano saltati addosso increduli e festanti, e per un attimo mi convinsi anche che il pallone lo avevo davvero preso io e non il contrario, ma in fondo questo è solo un dettaglio. Quello che conta, ai fini statistici, sono i fatti, e io in quel campionato ero l’unico portiere imbattuto.(Tratto da: A. Valente, Sotto il banco, Fabbri) Il testo Un ragazzino con scarsa fiducia in se stesso, spesso relegato in panchina, si trova a sostituire il portiere infortunato in un momento decisivo per i risultati della sua squadra. Ecco la cronaca emozionante e divertente, in prima persona, dei suoi minuti di gioco nella finale. L’autore Andrea Valente, nato a Merano (Bolzano) nel 1968, è illustratore e scrittore di libri per ragazzi. Nel 1995 ha creato il personaggio della Pecora Nera, con cui ha voluto affermare il valore e l’importanza della diversità. 1. ineluttabilmente: inevitabilmente, senza possibilità di sfuggire (al rigore). COMPRENDERE 1. Che cosa accade al 90° minuto della partita?2. Perché il ragazzo entra in gioco?3. Alla chiamata del Mister, il secondo portiere prova:a. terroreb. gioiac. soddisfazioned. incredulitàe. preoccupazionef. sconfortog. sfiducia nelle proprie capacità4. Qual è, alla fine, lo stato d’animo del ragazzo? LESSICO 5. Il protagonista usa per due volte l’aggettivo “veri” nelle espressioni «come fanno i giocatori veri» e «come fanno i portieri veri». Ritrova queste espressioni nel testo e rispondi.a. Di chi si parla nel primo e nel secondo caso?b. In quale tono viene usato questo termine? Perché?A. Tono triste: il protagonista non ha nessuna fiducia in se stesso e neanche nella sua squadraB. Tono serio: il protagonista sa che non potranno mai eguagliare i giocatori di serie AC. Tono ironico: il protagonista è consapevole che, per quanto impegnati nel gioco, loro sono dei ragazziniD. Tono comico: il comportamento dei giocatori junior è molto divertente6. Quesito INVALSI Nella frase «Quel tipo era il centravanti della squadra avversaria…, ma comunque temibile e temuto» al posto della parola “comunque”, alla riga 6, si potrebbe usareA. in ogni modoB. inveceC. contrariamenteD. in quel caso ESPRIMERE E VALUTARE 7. Scrivere Il gioco del calcio in Italia è molto seguito e praticato. A te piace? Segui le partite e lo pratichi non solo occasionalmente? Anche se tu sei interessato a qualche altro sport, puoi rispondere e raccontare le tue emozioni quando giochi.8. Parlare Non sempre nel calcio, come in molti altri sport praticati a livello agonistico, i valori della lealtà e della sportività sono rispettati. A volte si scopre che alcune partite erano «truccate», o che certi atleti hanno utilizzato sostanze proibite (il fenomeno del doping), e allora la fiducia e l’entusiasmo nei nostri “eroi” viene meno… Anche il comportamento dei tifosi non è sempre sportivo e leale. Conosci qualcuno di questi episodi? La tua squadra non ti ha mai tradito? Il tuo “idolo” non ha mai fatto uso di sostanze particolari per arrivare primo? I tuoi amici hanno tifato in modo scorretto? Se è successo, che cosa hai provato? Che cosa hai pensato? AL CINEMA L’allenatore della Texas Western cerca di convincere Hill, un promettente giocatore di basket, a far parte della sua squadra, ma deve vincere le sue resistenze.Quali ostacoli dovrà superare? I pregiudizi.• Io non vedo colore, vedo velocità, vedo tecnica!(da Glory Road di James Gartner)