VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

IL CORAGGIO DI GAREGGIARE Un’atleta diversa dalle altre Giuseppe Catozzella Siamo rimasti fuori, ai bordi della pista, a gustarci lo spettacolo degli altri atleti che gareggiavano, per due ore intere. Più guardavo gli altri, più la mia adrenalina aumentava. Non vedevo l’ora di entrare in pista. Gli spalti erano grandissimi, la gente tantissima. Un’infinità di colori, di suoni diversi, di voci e di cori, di striscioni in tutte le lingue del mondo. Sembrava ci fosse ancora più gente del giorno della cerimonia d’apertura. Era una gioia avere il privilegio di guardare quello spettacolo dalla parte dei protagonisti. Ogni quindici minuti si levava un inno nazionale differente, e intanto tutto si mescolava come in un enorme arcobaleno. Io e Abdi eravamo seduti di fianco, per terra, a bordo pista. Ci passavano davanti giganti tedeschi, biondi, e con le tute nere, italiani con le divise azzurre, inglesi con le magliette bianche e blu, e poi americani in blu e rosso, canadesi in rosso, portoghesi in verde. Era un’ubriacatura meravigliosa di suoni e colori. A svettare su tutti, quale che fosse la casacca, erano gli atleti neri. Perfetti, altissimi, muscoli scolpiti, lucidi di unguenti e adrenalina. Tutt’attorno, ovunque, telecamere, fotografi con macchine lunghe come i fucili dei miliziani, giornalisti che piombavano come falchi con i microfoni in mano e le pettorine delle varie testate. Quando si incrociavano ci guardavano per capire chi fossimo, poi passavano oltre. Non una battuta, non una domanda. Ogni tanto un sorriso di compassione o di incitamento, quando capivano dai colori della tuta che eravamo somali. Non eravamo star. Poi siamo rientrati, erano state chiamate le batterie dei duecento metri. Camminando verso il tunnel che conduceva all’interno dello stadio, con la coda dell’occhio mi è sembrato di vedere un atleta nero inglese, tuta blu, bianca e rossa, dalla faccia conosciuta. Mi sono voltata meglio e ho avuto un tuffo al cuore. A cinquanta metri da me, in mezzo al campo verde, c’era Mo Farah. Stava vicino a un velocista che da lì a poco avrebbe corso la quattro per cento. Quello era seduto per terra a far allentare i muscoli e Mo era in piedi e gli stava parlando, con quel suo profilo delicato, da antilope. Poi hanno riso insieme. Ho sentito le ginocchia che diventavano molli all’improvviso, e insieme la tentazione di correre da lui, dirgli chi ero, raccontargli della foto consumata che tenevo di fianco al materasso da ormai quasi dieci anni. Ma ho esitato troppo, perché Duran mi ha presa per un gomito e mi ha condotta dentro. Ci stavano chiamando per l’ingresso negli spogliatoi. - Andiamo, è il tuo turno, Samia - ha detto soltanto, risvegliandomi da quel sogno a occhi aperti.Avevo trenta minuti per me, era il momento della concentrazione prima della gara. Dovevo eliminare Mo Farah dalla testa e pensare soltanto alla corsa. Ero sola. C’era un lettino per i massaggi, al centro dello spogliatoio. Mi sono sdraiata, ho chiuso gli occhi e ho fatto finta che fosse l’erba dello stadio di Mogadiscio. Ho cercato di eliminare ogni tensione. All’improvviso, come fosse passato non più di un secondo, ho sentito qualcuno bussare delicatamente alla porta. Era Duran, il momento era arrivato. Fuori dallo spogliatoio, mentre cominciavamo a raggrupparci nel corridoio, mi sono vista per com’ero: diversa dalle altre. La parete del tunnel che conduceva alla pista era ricoperta di specchi, le nostre immagini erano troppo evidenti, tutte insieme come eravamo, perché non lo notassi. Le mie gambe, in confronto a quelle delle altre, sembravano due rametti secchi. Erano senza muscoli, dritte. Non c’erano le sporgenze che vedevo su quelle delle altre: ero senza quadricipiti, senza polpacci. E poi anche senza deltoidi, senza trapezio, senza bicipiti. Le altre sembravano culturiste, in confronto a me. Gambe e spalle gonfissime, polpacci tesi all’estremo. Io non solo non avevo gli attrezzi per svilupparli, i muscoli, ma non avevo neanche un allenatore. E poi non avevo abbastanza cibo, se non quello che hooyo1 riusciva a procurare. Angero2 e acqua. Oppure riso e cavolo lessato. Ero la più bassa, la più magra e la più piccola. Me l’ha svelato quello specchio impietoso, prima della gara. In più, loro indossavano completi sgargianti e bellissimi, che richiamavano i colori delle bandiere dei loro Paesi. Canottiere e pantaloncini in tessuti tecnici3 che aderivano ai corpi possenti. Io avevo il mio solito completo portafortuna.Una maglietta bianca che hooyo aveva lavato la settimana prima e che avevo gelosamente lasciato sul fondo della borsa. Profumava ancora di sapone alla cenere. I miei fuseaux neri che arrivavano sotto il ginocchio. In testa, la fascia bianca che aabe4 mi aveva regalato quasi dieci anni prima, e che avevo portato sempre con me, a ogni corsa, fino a quel giorno. Nessuna delle altre mi ha fissata. Erano perfettamente concentrate. Avrei dovuto esserlo anch’io, ma tutto era troppo diverso da ciò a cui ero abituata. Mi sembrava di trovarmi in una situazione irreale, in un sogno. Le telecamere, i giornalisti, gli spalti stracolmi di gente, quel continuo boato sommesso che costringeva a urlare nelle orecchie per farsi sentire, le atlete da tutto il mondo, i profumi dei loro deodoranti, proprio davanti a me, sotto il mio naso. Veronica Campbell-Brown. Tutto era semplicemente incredibile. In quel momento mi è tornato in mente Mo Farah, il mio connazionale perfettamente a suo agio in mezzo al campo, a ridere in inglese mentre incitava un atleta bianco. L’opposto di me. A nove anni era già in Inghilterra, per forza tutto era normale. Arrivato con la sua famiglia. Io avevo diciassette anni, ed era la seconda volta che mettevo piede fuori dal mio paese. La prima che uscivo dal mio continente. La prima che stavo insieme a tanti bianchi, tanti europei, americani, cinesi. Ed ero già fortunata. Per un attimo ho rivisto la faccia di Mo, rilassata, serena, sicura. Ho pensato che forse aveva accumulato un vantaggio che io non avrei mai recuperato. Poi mi sono detta che era una sciocchezza, sarei arrivata anch’io dove era lui. Il testo Samia Yusuf Omar è una velocista africana che a soli diciassette anni si qualifica per le Olimpiadi di Pechino del 2008. Ma il Paese da cui proviene, la Somalia, vive una situazione particolarmente difficile, fatta di violenza e irrigidimento politico-religioso. Samia deve allenarsi nella totale assenza di strutture sportive e persino di nascosto, perché gli integralisti islamici non accettano che una donna possa correre senza il velo sotto gli occhi di tutti. Alle Olimpiadi arriva ultima, ma diventa un simbolo di liberazione per le donne musulmane di tutto il mondo. L’autrice Giuseppe Catozzella è nato nel 1976 a Milano, dove si è laureato in filosofia. Dopo la laurea si è trasferito per un lungo periodo in Australia, a Sydney, e poi è tornato a vivere a Milano. Scrive articoli, reportage e inchieste su quotidiani e settimanali; ha pubblicato i racconti Il ciclo di vita del pesce, Fuego e i romanzi Espianti, Alveare, Non dirmi che hai paura. Da quest’ultimo sono tratte le pagine che leggerai. 1. hooyo: mamma, in lingua somala.2. Angero: tipo di pane.3. tessuti tecnici: tessuti fatti di un materiale non naturale, prodotto in laboratorio, particolarmente adatti per gli atleti.4. aabe: padre. Dopo cinque lunghissimi minuti siamo state chiamate e siamo uscite, investite da un applauso frastornante, tutto per la Campbell- Brown. L’umidità era altissima, faceva baluginare il tartan in lontananza. Era la stessa pista di sempre, lunga come sempre, ma a me sembrava enormemente più grande. Lunga il doppio, infinita. Sono passata davanti a Veronica Campbell-Brown: bellissima, perfetta, imperiosa come una statua, profumata come una diva. Che profumo metteva? Nel disegno netto delle gambe sembrava risiedere tutta la loro potenza. Io ero in seconda corsia, la più interna. Alla mia sinistra, la prima corsia era vuota. A destra invece avevo Sheniqua Ferguson, quella che tutti consideravano una promessa, originaria delle Bahamas. Poi, in quarta, la canadese Adrienne Power, anche lei fortissima. In quegli interminabili secondi ho cercato di fare l’unica cosa che dovevo fare: azzerare il pensiero, che rischiava di portarmi via. Mi sono accucciata.Ho sistemato i piedi sul blocco, il destro e il sinistro, facendo finta di essere sola, di trovarmi allo stadio Cons per un allenamento con Abdi. O in cortile, da piccola, con Alì che controllava i piedi sul blocco che aabe aveva costruito con le cassette della frutta. C’ero solo io e i duecento metri di tartan davanti a me. Appoggiata sulle ginocchia ho aperto per bene le dita delle mani sulla riga bianca della partenza, come mi aveva insegnato Alì. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci. Un numero per ogni dito, per concentrarmi sull’attesa. Un pensiero ad aabe, come portafortuna. Poi, come dentro una bolla di infinito, ho aspettato soltanto lo sparo dello starter.Bum.La pistola. Un boato dalla folla.Le altre sono partite come gazzelle, come libellule o colibrì.Velocissime.Hanno abbandonato i blocchi senza che io nemmeno me ne rendessi conto.Mi sono accorta che avrei perso la gara già dal primo momento. A ogni falcata il distacco tra me e il gruppo aumentava. Incolmabile. Le avversarie tagliavano l’aria, da dietro parevano puledre che avanzavano nel vento.Ho continuato a correre. Ho alzato la testa e ho spinto al massimo.Ero ancora alla curva quando le altre già tiravano il fiato, oltre il traguardo.Ho corso la seconda metà della pista da sola. Ma in quegli ultimi cinquanta metri è accaduta una cosa inaspettata.Una parte del pubblico si è alzata in piedi e ha cominciato a battere le mani. In sincrono.Mi incitavano, gridavano il mio nome, mi incoraggiavano. Come il giorno della mia prima vittoria allo stadio Cons. Solo che questa volta il rumore era assordante.Avrei preferito che non lo facessero. Che non si accorgessero che ero così inferiore.Ho tagliato il traguardo quasi dieci secondi dopo la prima, Veronica Campbell-Brown.Dieci secondi. Un’infinità. Non ho provato vergogna, in ogni caso. Solo un forte senso di orgoglio per il mio paese. Istantaneo, appena passata oltre la linea del traguardo. La gente ha continuato ad applaudire, mentre la Campbell-Brown salutava il pubblico e rilasciava un’intervista dietro l’altra, dentro un nugolo di giornalisti. In silenzio ho fatto il giro d’onore con al collo la bandiera della Somalia. Senza clamori, senza che nessuno, forse, se ne accorgesse. Con gli occhi, mentre correvo, al centro del campo ho cercato Mo Farah. Non c’era. Ho guardato meglio tutt’attorno. Non si vedeva da nessuna parte. Doveva essere rientrato, perso all’interno degli infiniti gironi dello stadio olimpico. Era tutto finito. Ora era davvero tutto finito. Così com’era giunta, ogni cosa era già alle spalle.Ero arrivata ultima, eppure, ecco l’incredibile, dopo nemmeno dieci minuti sono stata sommersa anch’io dai giornalisti di tutto il mondo.La ragazzina di diciassette anni magra come un chiodo che viene da un paese in guerra, senza un campo e senza allenatore, che si batte con tutte le sue forze e arriva ultima. Una storia perfetta per spiriti occidentali, ho capito quel giorno. Mai avevo avuto un pensiero simile.Non mi è piaciuto. Ai giornalisti rispondevo che avrei preferito che la gente mi applaudisse perché ero arrivata prima, non ultima.Ma tutto quello che ottenevo era un sorriso di pietoso intenerimento.Gliel’avrei fatta vedere.Nello spogliatoio, sotto una doccia ghiacciata, ho giurato a me stessa che sarei arrivata alle Olimpiadi di Londra del 2012 preparata come la Campbell-Brown.Con i muscoli al loro posto e il cuore grande e potente come quello di un toro.Nel 2012 sarei stata la vincitrice5.Per il mio Paese e per me.(Tratto da: G. Catozzella, Non dirmi che hai paura, Feltrinelli)5. vincitrice: in realtà Samia non giunse mai alle Olimpiadi di Londra del 2012. Attraversò Etiopia, Sudan e Libia per imbarcarsi e raggiungere l’Europa, ma all’inizio del mese di aprile 2012 morì annegata nel naufragio del barcone diretto a Lampedusa. COMPRENDERE 1. Prima della sua gara, Samia assiste alle competizioni degli altri atleti e percepisce una grande varietà e ricchezza di colori e suoni. Quali emozioni le provoca tutto questo?2. Perché inizialmente i giornalisti inseguono gli atleti degli altri Paesi e ignorano Samia e i suoi connazionali?3. Perché, invece, alla fine intervistano anche lei?4. Chi è Mo Farah?5. Quali differenze ci sono tra Mo e Samia?6. Quali sentimenti prova Samia verso Mo? ANALIZZARE 7. Quali sono le differenze tra la protagonista e le altre atlete che si trovano nello stadio insieme con lei? Per rispondere, completa i seguenti punti:• l’abbigliamento: • l’aspetto fisico: • il modo di camminare e di porsi nei confronti degli altri:8. Dopo che la gara ha rivelato l’inferiorità tecnica tra Samia e le avversarie, come reagisce il pubblico? Come reagisce, invece, Samia? LESSICO 9. L’espressione «Era un’ubriacatura meravigliosa di suoni e colori» (r. 15) è una metafora. Spiegala con parole tue.10. Nella percezione di Samia, amplificata dalla novità e dal suo senso di inferiorità, lo stadio e gli atleti degli altri Paesi appaiono inarrivabili e molto più grandi di quanto siano, mentre lei si sente piccola e non all’altezza della situazione. Rintraccia nel testo le parole (aggettivi, nomi, avverbi…) con cui Samia esprime queste sensazioni e completa lo schema.a. lo stadio- spalti: - gente: - la pista: - i gironi dello stadio: b. gli atleti- i tedeschi: - i neri: c. le caratteristiche delle avversarie- gambe e spalle: - polpacci: - abbigliamento: - corpi: - concentrazione: - partenza: - svolgimento della gara:d. se stessa- percezione complessiva:- gambe:- tronco e braccia:- alimentazione: - abbigliamento: ESPRIMERE E VALUTARE 11. Scrivere Hai letto la vicenda di questa ragazzina magra come un chiodo, che viene da un Paese in guerra, senza un campo e senza allenatore, che si batte con tutte le sue forze e arriva ultima. Ti sei mai sentito così diverso dagli altri, svantaggiato, senza nessuna chance? E anche tu, come Samia, non ti sei arreso, ma hai affrontato ugualmente la sfida o hai preferito rinunciare? Sei poi riuscito a prenderti una rivincita? Racconta, in prima persona.
IL CORAGGIO DI GAREGGIARE Un’atleta diversa dalle altre Giuseppe Catozzella Siamo rimasti fuori, ai bordi della pista, a gustarci lo spettacolo degli altri atleti che gareggiavano, per due ore intere. Più guardavo gli altri, più la mia adrenalina aumentava. Non vedevo l’ora di entrare in pista. Gli spalti erano grandissimi, la gente tantissima. Un’infinità di colori, di suoni diversi, di voci e di cori, di striscioni in tutte le lingue del mondo. Sembrava ci fosse ancora più gente del giorno della cerimonia d’apertura. Era una gioia avere il privilegio di guardare quello spettacolo dalla parte dei protagonisti. Ogni quindici minuti si levava un inno nazionale differente, e intanto tutto si mescolava come in un enorme arcobaleno. Io e Abdi eravamo seduti di fianco, per terra, a bordo pista. Ci passavano davanti giganti tedeschi, biondi, e con le tute nere, italiani con le divise azzurre, inglesi con le magliette bianche e blu, e poi americani in blu e rosso, canadesi in rosso, portoghesi in verde. Era un’ubriacatura meravigliosa di suoni e colori. A svettare su tutti, quale che fosse la casacca, erano gli atleti neri. Perfetti, altissimi, muscoli scolpiti, lucidi di unguenti e adrenalina. Tutt’attorno, ovunque, telecamere, fotografi con macchine lunghe come i fucili dei miliziani, giornalisti che piombavano come falchi con i microfoni in mano e le pettorine delle varie testate. Quando si incrociavano ci guardavano per capire chi fossimo, poi passavano oltre. Non una battuta, non una domanda. Ogni tanto un sorriso di compassione o di incitamento, quando capivano dai colori della tuta che eravamo somali. Non eravamo star. Poi siamo rientrati, erano state chiamate le batterie dei duecento metri. Camminando verso il tunnel che conduceva all’interno dello stadio, con la coda dell’occhio mi è sembrato di vedere un atleta nero inglese, tuta blu, bianca e rossa, dalla faccia conosciuta. Mi sono voltata meglio e ho avuto un tuffo al cuore. A cinquanta metri da me, in mezzo al campo verde, c’era Mo Farah. Stava vicino a un velocista che da lì a poco avrebbe corso la quattro per cento. Quello era seduto per terra a far allentare i muscoli e Mo era in piedi e gli stava parlando, con quel suo profilo delicato, da antilope. Poi hanno riso insieme. Ho sentito le ginocchia che diventavano molli all’improvviso, e insieme la tentazione di correre da lui, dirgli chi ero, raccontargli della foto consumata che tenevo di fianco al materasso da ormai quasi dieci anni. Ma ho esitato troppo, perché Duran mi ha presa per un gomito e mi ha condotta dentro. Ci stavano chiamando per l’ingresso negli spogliatoi. - Andiamo, è il tuo turno, Samia - ha detto soltanto, risvegliandomi da quel sogno a occhi aperti.Avevo trenta minuti per me, era il momento della concentrazione prima della gara. Dovevo eliminare Mo Farah dalla testa e pensare soltanto alla corsa. Ero sola. C’era un lettino per i massaggi, al centro dello spogliatoio. Mi sono sdraiata, ho chiuso gli occhi e ho fatto finta che fosse l’erba dello stadio di Mogadiscio. Ho cercato di eliminare ogni tensione. All’improvviso, come fosse passato non più di un secondo, ho sentito qualcuno bussare delicatamente alla porta. Era Duran, il momento era arrivato. Fuori dallo spogliatoio, mentre cominciavamo a raggrupparci nel corridoio, mi sono vista per com’ero: diversa dalle altre. La parete del tunnel che conduceva alla pista era ricoperta di specchi, le nostre immagini erano troppo evidenti, tutte insieme come eravamo, perché non lo notassi. Le mie gambe, in confronto a quelle delle altre, sembravano due rametti secchi. Erano senza muscoli, dritte. Non c’erano le sporgenze che vedevo su quelle delle altre: ero senza quadricipiti, senza polpacci. E poi anche senza deltoidi, senza trapezio, senza bicipiti. Le altre sembravano culturiste, in confronto a me. Gambe e spalle gonfissime, polpacci tesi all’estremo. Io non solo non avevo gli attrezzi per svilupparli, i muscoli, ma non avevo neanche un allenatore. E poi non avevo abbastanza cibo, se non quello che hooyo1 riusciva a procurare. Angero2 e acqua. Oppure riso e cavolo lessato. Ero la più bassa, la più magra e la più piccola. Me l’ha svelato quello specchio impietoso, prima della gara. In più, loro indossavano completi sgargianti e bellissimi, che richiamavano i colori delle bandiere dei loro Paesi. Canottiere e pantaloncini in tessuti tecnici3 che aderivano ai corpi possenti. Io avevo il mio solito completo portafortuna.Una maglietta bianca che hooyo aveva lavato la settimana prima e che avevo gelosamente lasciato sul fondo della borsa. Profumava ancora di sapone alla cenere. I miei fuseaux neri che arrivavano sotto il ginocchio. In testa, la fascia bianca che aabe4 mi aveva regalato quasi dieci anni prima, e che avevo portato sempre con me, a ogni corsa, fino a quel giorno. Nessuna delle altre mi ha fissata. Erano perfettamente concentrate. Avrei dovuto esserlo anch’io, ma tutto era troppo diverso da ciò a cui ero abituata. Mi sembrava di trovarmi in una situazione irreale, in un sogno. Le telecamere, i giornalisti, gli spalti stracolmi di gente, quel continuo boato sommesso che costringeva a urlare nelle orecchie per farsi sentire, le atlete da tutto il mondo, i profumi dei loro deodoranti, proprio davanti a me, sotto il mio naso. Veronica Campbell-Brown. Tutto era semplicemente incredibile. In quel momento mi è tornato in mente Mo Farah, il mio connazionale perfettamente a suo agio in mezzo al campo, a ridere in inglese mentre incitava un atleta bianco. L’opposto di me. A nove anni era già in Inghilterra, per forza tutto era normale. Arrivato con la sua famiglia. Io avevo diciassette anni, ed era la seconda volta che mettevo piede fuori dal mio paese. La prima che uscivo dal mio continente. La prima che stavo insieme a tanti bianchi, tanti europei, americani, cinesi. Ed ero già fortunata. Per un attimo ho rivisto la faccia di Mo, rilassata, serena, sicura. Ho pensato che forse aveva accumulato un vantaggio che io non avrei mai recuperato. Poi mi sono detta che era una sciocchezza, sarei arrivata anch’io dove era lui. Il testo Samia Yusuf Omar è una velocista africana che a soli diciassette anni si qualifica per le Olimpiadi di Pechino del 2008. Ma il Paese da cui proviene, la Somalia, vive una situazione particolarmente difficile, fatta di violenza e irrigidimento politico-religioso. Samia deve allenarsi nella totale assenza di strutture sportive e persino di nascosto, perché gli integralisti islamici non accettano che una donna possa correre senza il velo sotto gli occhi di tutti. Alle Olimpiadi arriva ultima, ma diventa un simbolo di liberazione per le donne musulmane di tutto il mondo. L’autrice Giuseppe Catozzella è nato nel 1976 a Milano, dove si è laureato in filosofia. Dopo la laurea si è trasferito per un lungo periodo in Australia, a Sydney, e poi è tornato a vivere a Milano. Scrive articoli, reportage e inchieste su quotidiani e settimanali; ha pubblicato i racconti Il ciclo di vita del pesce, Fuego e i romanzi Espianti, Alveare, Non dirmi che hai paura. Da quest’ultimo sono tratte le pagine che leggerai. 1. hooyo: mamma, in lingua somala.2. Angero: tipo di pane.3. tessuti tecnici: tessuti fatti di un materiale non naturale, prodotto in laboratorio, particolarmente adatti per gli atleti.4. aabe: padre. Dopo cinque lunghissimi minuti siamo state chiamate e siamo uscite, investite da un applauso frastornante, tutto per la Campbell- Brown. L’umidità era altissima, faceva baluginare il tartan in lontananza. Era la stessa pista di sempre, lunga come sempre, ma a me sembrava enormemente più grande. Lunga il doppio, infinita. Sono passata davanti a Veronica Campbell-Brown: bellissima, perfetta, imperiosa come una statua, profumata come una diva. Che profumo metteva? Nel disegno netto delle gambe sembrava risiedere tutta la loro potenza. Io ero in seconda corsia, la più interna. Alla mia sinistra, la prima corsia era vuota. A destra invece avevo Sheniqua Ferguson, quella che tutti consideravano una promessa, originaria delle Bahamas. Poi, in quarta, la canadese Adrienne Power, anche lei fortissima. In quegli interminabili secondi ho cercato di fare l’unica cosa che dovevo fare: azzerare il pensiero, che rischiava di portarmi via. Mi sono accucciata.Ho sistemato i piedi sul blocco, il destro e il sinistro, facendo finta di essere sola, di trovarmi allo stadio Cons per un allenamento con Abdi. O in cortile, da piccola, con Alì che controllava i piedi sul blocco che aabe aveva costruito con le cassette della frutta. C’ero solo io e i duecento metri di tartan davanti a me. Appoggiata sulle ginocchia ho aperto per bene le dita delle mani sulla riga bianca della partenza, come mi aveva insegnato Alì. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci. Un numero per ogni dito, per concentrarmi sull’attesa. Un pensiero ad aabe, come portafortuna. Poi, come dentro una bolla di infinito, ho aspettato soltanto lo sparo dello starter.Bum.La pistola. Un boato dalla folla.Le altre sono partite come gazzelle, come libellule o colibrì.Velocissime.Hanno abbandonato i blocchi senza che io nemmeno me ne rendessi conto.Mi sono accorta che avrei perso la gara già dal primo momento. A ogni falcata il distacco tra me e il gruppo aumentava. Incolmabile. Le avversarie tagliavano l’aria, da dietro parevano puledre che avanzavano nel vento.Ho continuato a correre. Ho alzato la testa e ho spinto al massimo.Ero ancora alla curva quando le altre già tiravano il fiato, oltre il traguardo.Ho corso la seconda metà della pista da sola. Ma in quegli ultimi cinquanta metri è accaduta una cosa inaspettata.Una parte del pubblico si è alzata in piedi e ha cominciato a battere le mani. In sincrono.Mi incitavano, gridavano il mio nome, mi incoraggiavano. Come il giorno della mia prima vittoria allo stadio Cons. Solo che questa volta il rumore era assordante.Avrei preferito che non lo facessero. Che non si accorgessero che ero così inferiore.Ho tagliato il traguardo quasi dieci secondi dopo la prima, Veronica Campbell-Brown.Dieci secondi. Un’infinità. Non ho provato vergogna, in ogni caso. Solo un forte senso di orgoglio per il mio paese. Istantaneo, appena passata oltre la linea del traguardo. La gente ha continuato ad applaudire, mentre la Campbell-Brown salutava il pubblico e rilasciava un’intervista dietro l’altra, dentro un nugolo di giornalisti. In silenzio ho fatto il giro d’onore con al collo la bandiera della Somalia. Senza clamori, senza che nessuno, forse, se ne accorgesse. Con gli occhi, mentre correvo, al centro del campo ho cercato Mo Farah. Non c’era. Ho guardato meglio tutt’attorno. Non si vedeva da nessuna parte. Doveva essere rientrato, perso all’interno degli infiniti gironi dello stadio olimpico. Era tutto finito. Ora era davvero tutto finito. Così com’era giunta, ogni cosa era già alle spalle.Ero arrivata ultima, eppure, ecco l’incredibile, dopo nemmeno dieci minuti sono stata sommersa anch’io dai giornalisti di tutto il mondo.La ragazzina di diciassette anni magra come un chiodo che viene da un paese in guerra, senza un campo e senza allenatore, che si batte con tutte le sue forze e arriva ultima. Una storia perfetta per spiriti occidentali, ho capito quel giorno. Mai avevo avuto un pensiero simile.Non mi è piaciuto. Ai giornalisti rispondevo che avrei preferito che la gente mi applaudisse perché ero arrivata prima, non ultima.Ma tutto quello che ottenevo era un sorriso di pietoso intenerimento.Gliel’avrei fatta vedere.Nello spogliatoio, sotto una doccia ghiacciata, ho giurato a me stessa che sarei arrivata alle Olimpiadi di Londra del 2012 preparata come la Campbell-Brown.Con i muscoli al loro posto e il cuore grande e potente come quello di un toro.Nel 2012 sarei stata la vincitrice5.Per il mio Paese e per me.(Tratto da: G. Catozzella, Non dirmi che hai paura, Feltrinelli)5. vincitrice: in realtà Samia non giunse mai alle Olimpiadi di Londra del 2012. Attraversò Etiopia, Sudan e Libia per imbarcarsi e raggiungere l’Europa, ma all’inizio del mese di aprile 2012 morì annegata nel naufragio del barcone diretto a Lampedusa. COMPRENDERE 1. Prima della sua gara, Samia assiste alle competizioni degli altri atleti e percepisce una grande varietà e ricchezza di colori e suoni. Quali emozioni le provoca tutto questo?2. Perché inizialmente i giornalisti inseguono gli atleti degli altri Paesi e ignorano Samia e i suoi connazionali?3. Perché, invece, alla fine intervistano anche lei?4. Chi è Mo Farah?5. Quali differenze ci sono tra Mo e Samia?6. Quali sentimenti prova Samia verso Mo? ANALIZZARE 7. Quali sono le differenze tra la protagonista e le altre atlete che si trovano nello stadio insieme con lei? Per rispondere, completa i seguenti punti:• l’abbigliamento: • l’aspetto fisico: • il modo di camminare e di porsi nei confronti degli altri:8. Dopo che la gara ha rivelato l’inferiorità tecnica tra Samia e le avversarie, come reagisce il pubblico? Come reagisce, invece, Samia? LESSICO 9. L’espressione «Era un’ubriacatura meravigliosa di suoni e colori» (r. 15) è una metafora. Spiegala con parole tue.10. Nella percezione di Samia, amplificata dalla novità e dal suo senso di inferiorità, lo stadio e gli atleti degli altri Paesi appaiono inarrivabili e molto più grandi di quanto siano, mentre lei si sente piccola e non all’altezza della situazione. Rintraccia nel testo le parole (aggettivi, nomi, avverbi…) con cui Samia esprime queste sensazioni e completa lo schema.a. lo stadio- spalti: - gente: - la pista: - i gironi dello stadio: b. gli atleti- i tedeschi: - i neri: c. le caratteristiche delle avversarie- gambe e spalle: - polpacci: - abbigliamento: - corpi: - concentrazione: - partenza: - svolgimento della gara:d. se stessa- percezione complessiva:- gambe:- tronco e braccia:- alimentazione: - abbigliamento: ESPRIMERE E VALUTARE 11. Scrivere Hai letto la vicenda di questa ragazzina magra come un chiodo, che viene da un Paese in guerra, senza un campo e senza allenatore, che si batte con tutte le sue forze e arriva ultima. Ti sei mai sentito così diverso dagli altri, svantaggiato, senza nessuna chance? E anche tu, come Samia, non ti sei arreso, ma hai affrontato ugualmente la sfida o hai preferito rinunciare? Sei poi riuscito a prenderti una rivincita? Racconta, in prima persona.