VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

VERIFICA FORMATIVA con autovalutazione Un ricordo della mia infanzia Peppino De Filippo Caivano è un modesto paesotto che si estende tra il nord di Napoli e il sud di Caserta. Non è un paese ricco. Il suo commercio si basa essenzialmente sui cereali, sulla frutta e sulla canapa. Le sue case sono basse, di grezza fattura, in pietra di tufo o anche intonacate e colorate in celeste o color fragola o in bianco calce, o semplicemente lasciate del colore naturale della pietra con cui sono state costruite. A Caivano mi ci portarono, da Napoli, appena in fasce; penso sia stato intorno agli ultimi giorni del mese di agosto del 1903, poiché sono nato il 24 di quel mese. Sotto il segno della Vergine lasciai il grembo materno per trovarmi in quello della la mia balia. Restai a Caivano circa cinque anni. Un periodo sufficientemente lungo per mettere nel mio cuore un ricordo incancellabile di quel luogo. Infatti, ancora oggi - a distanza di oltre cinquant’anni - sento sulla mia pelle il calore di quel sole cocente. Nell’aria vedo ancora svanire i grossi polveroni che, d’estate, gli asini e i buoi sollevavano con i loro zoccoli trainando per le strade carri e carretti. Mi sento ancora i capelli unti di olio e mi vedo, nei dì delle prime piogge autunnali, sguazzare con i minuscoli piedi nudi nelle pozzanghere fangose delle stradine e dei vicoletti di Caivano. Se annuso l’aria, mi par di sentire, come allora, l’acre odore di canapa marcita che, dalle campagne, si diffondeva intorno al paese fino a penetrare nelle case e nella pelle attraverso i pori dilatati dal calore di fine estate. Mi rivedo fermo davanti ai grossi cesti di “taralli”, a guardare le belle e croccanti ciambellette nascoste sotto un grezzo velo di garza colorata, celeste o rosa, su cui si posavano a centinaia le mosche attratte dallo zucchero che in abbondanza era mescolato nella pasta biscottata cotta in forme diverse: a stelle, a scalette, a rivoltelle o di pupazzi. Mi rivedo lì, fermo come una statua, col dito in bocca a mandar giù saliva fino a quando il “tarallaro”, mosso a compassione, mi mandava via regalandomi un “croccantino” o un “filatino” di zucchero. Non v’è primavera che spunti nel cielo ch’io non ricordi i piccoli giardini ombrosi, gli orti ubertosi, i balconi fioriti, i terrazzi odorosi di panni e di sole, la verde e calda campagna di Caivano, ora umida di pioggia, ora carezzata dal fresco venticello di aprile. E rivedo l’esile alberello di limone profilarsi nel cortile di casa. Al suo tronco ci tenevano legato “Peppiniello”, il piccolo agnello che avevo ricevuto in dono non ricordo da chi e che avrei voluto tenere con me tutta la vita. Lì lo cibavo con erba fresca di pascolo e lì, come una madre alla sua creatura, gli dicevo il mio bene infinito. Gli assicuravo che lo avrei protetto, che nessuno gli avrebbe mai torto un solo pelo, che quell’alberello era suo, e anche il cortile, la casa: tutto. A volte, immobile, fissava i suoi occhi nei miei come a volermi dire qualche cosa che io non riuscivo ad intendere; ma che poteva dirmi? Solo la grande paura di vivere in un mondo che, per la massima parte, si nutre di cadaveri. Povero Peppiniello. Creatura paziente e innocente. Gli tenevo compagnia e ci giocavo come con un cagnolino. Nelle ore di libertà lo scioglievo ed egli mi veniva dietro belando ogni qualvolta mi perdeva di vista. Stava docilmente a tutti i miei giuochi; si lasciava tirare la coda, mettere le mani in bocca, legare le zampette e mi cercava se io non lo cercavo. Molte volte lo conducevo a dormire con me nel mio letto e lui, al di sopra delle coperte, si acciambellava tranquillo sui miei piedi. Durante la notte me lo portavano via, ma me lo ritrovavo al mattino dopo al solito posto. Quando mi rivedeva, proprio come un cagnolino, sollevandosi sulle zampette posteriori mi protendeva quelle anteriori belando felice. Sono stati, i suoi occhi, i più buoni e dolci ch’io abbia mai visto sulla faccia della Terra. E fu lì, presso l’albero di limone, che lo uccisero in mia assenza. Vi rimase, per molto tempo, una traccia del suo sangue. Se aguzzo l’udito risento l’eco dei miei singhiozzi di allora, quando, cercandolo, venni a sapere che era passato per le mani di Celestino. Questi era un omaccio basso di statura e tarchiato nel fisico. In primavera, sotto Pasqua, prendeva a girare le strade del paese. Portava in vita, legato a una cordicella, un lungo ed acuminatissimo coltello, e si offriva per scannare gli agnelli. Io lo conoscevo bene e quando passava davanti alla porta di casa mia, correvo piangendo a chiudere il telaio che immetteva nel cortile dove stava Peppiniello. Povero Peppiniello. Forse mi cercò ansiosamente nel momento in cui quell’omaccio cattivo si accingeva a straziargli le carni innocenti. Certamente con voce tremolante mi aveva chiamato, ma io, benedetto, dove ero? Dove stava l’amico che lo proteggeva e gli voleva bene? Dov’era il suo piccolo padrone al quale poteva accostarsi fiducioso quando per strada un carretto, una carrozzella, stavano per investirlo? Dove stava il suo compagno? Quello con il quale aveva trascorso tante ore libere e felici tra i pascoli della bella campagna? La mia balia, commossa dal mio dolore - ma non per questo convinta che Peppiniello avrebbe potuto ben vivere fino alla fine naturale dei suoi giorni, senza l’intervento di Celestino - cercò di rincuorarmi assicurandomi che l’agnello mi aveva lasciato detto di star buono e tranquillo perché, di lì a poco, mi avrebbe mandato un suo fratellino. - Gli agnelli - aggiunse - quando si fanno grandi come Peppiniello se ne volano in cielo dal buon Gesù che li fa diventare mucche perché preparino il latte per i bimbi che hanno le mamme ammalate. Una storia balorda a cui non ricordo se credetti; in parte, forse, perché da quel giorno cominciai a osservare attentamente le mucche che mi capitavano davanti per le strade del paese o in campagna, e le guardavo negli occhi nella speranza di scorgervi un guizzo, un lampo, qualcosa che fosse stato di Peppiniello. Fantasie di bimbi. (Tratto da: P. De Filippo, Una famiglia difficile, Marotta) COMPRENSIONE 1. Il protagonista viene portato a Caivano. a. A quale età? b. Per quanto tempo vi resta? 2. Quando l’autore ha scritto questo testo aveva A. meno di trent’anni B. più di cinquant’anni C. circa quarant’anni D. un’età indefinibile 3. Il bambino protagonista crea con l’agnellino un rapporto A. tra fratelli B. amichevole C. madre-figlio D. padre-figlio Quale frase del testo ti ha suggerito la risposta? 4. Lo sguardo di Peppiniello è molto intenso: che cosa comunica al protagonista? A. Una grande paura di vivere B. Una grande voglia di giocare C. Una grande pazienza D. Una grande libertà 5. Perché la sola vista di Celestino induceva il protagonista a «chiudere il telaio che immetteva nel cortile dove stava Peppiniello»? (righe 66-67) 6. Perché dopo la morte di Peppiniello il protagonista inizia a guardare le mucche che gli capitano davanti? LESSICO E GRAMMATICA 7. Nella frase «Mi par di sentire… l’acre odore di canapa marcita» (righe 19-20) l’aggettivo “acre” significa A. piacevole B. delicato C. nauseante D. pungente 8. Quale espressione efficace usa l’autore per indicare che l’alimentazione umana è ancora principalmente carnivora? 9. Rileggi la descrizione dell’agnello dalla riga 46 alla 57 e completa la tabella, trascrivendo dal testo le espressioni richieste. PEPPINIELLO a. è una creatura… (scrivi due aggettivi) b. si comporta… (scrivi un paragone) c. gioca con il bambino… (scrivi un avverbio di modo) d. aveva occhi… (scrivi i superlativi) 10. Con quale dei seguenti verbi puoi sostituire l’espressione «era passato per le mani»? (riga 61) A. era stato preso in braccio B. era stato coccolato C. era stato ucciso D. era stato venduto 11. Celestino viene descritto attraverso un nome alterato dispregiativo: quale? 12. Nella frase «nella speranza di scorgervi un guizzo» (riga 88), quali parole sostituisce la particella “vi”? A. nelle mucche B. per le strade C. in Peppiniello D. negli occhi ANALISI DEL TESTO AUTOBIOGRAFICO 13. Il testo ha inizio con una sequenza di tipo A. narrativo B. dialogato C. descrittivo D. riflessivo 14. Completa la tabella: scrivi a quale organo di senso fanno riferimento le frasi tratte dalla descrizione del periodo trascorso a Caivano (righe 11-30). FRASI DESCRITTIVE a. Sento sulla mia pelle il calore di quel sole cocente b. Vedo svanire i grossi polveroni che gli asini e i buoi sollevavano c. Mi sento ancora i capelli unti di olio d. Mi par di sentire l’acre odore di canapa marcita 15. Il testo che hai letto è scritto in A. prima persona singolare B. terza persona singolare C. prima persona plurale D. terza persona plurale 16. Quali tra i seguenti elementi sono caratteristici dell’autobiografia? Metti una crocetta per ogni riga. NELL’AUTOBIOGRAFIA… a. l’autore è anche il protagonista b. i fatti narrati sono verosimili c. il tempo della narrazione è solitamente il passato d. l’autore riporta frasi di persone che ha conosciuto e. chi scrive dà un’interpretazione dei fatti narrati f. alcuni personaggi sono frutto della fantasia dell’autore g. sono presenti riflessioni personali AUTOVALUTAZIONE • Ho trovato la lettura del testo narrativo ☐ facile ☐ di media difficoltà ☐ difficile • Negli esercizi ☐ ho capito le consegne ☐ non ho capito bene le consegne ☐ conoscevo il significato delle parole ☐ non conoscevo il significato delle parole • Ho avuto difficoltà a rispondere alle domande n° ..........
VERIFICA FORMATIVA con autovalutazione Un ricordo della mia infanzia Peppino De Filippo Caivano è un modesto paesotto che si estende tra il nord di Napoli e il sud di Caserta. Non è un paese ricco. Il suo commercio si basa essenzialmente sui cereali, sulla frutta e sulla canapa. Le sue case sono basse, di grezza fattura, in pietra di tufo o anche intonacate e colorate in celeste o color fragola o in bianco calce, o semplicemente lasciate del colore naturale della pietra con cui sono state costruite. A Caivano mi ci portarono, da Napoli, appena in fasce; penso sia stato intorno agli ultimi giorni del mese di agosto del 1903, poiché sono nato il 24 di quel mese. Sotto il segno della Vergine lasciai il grembo materno per trovarmi in quello della la mia balia. Restai a Caivano circa cinque anni. Un periodo sufficientemente lungo per mettere nel mio cuore un ricordo incancellabile di quel luogo. Infatti, ancora oggi - a distanza di oltre cinquant’anni - sento sulla mia pelle il calore di quel sole cocente. Nell’aria vedo ancora svanire i grossi polveroni che, d’estate, gli asini e i buoi sollevavano con i loro zoccoli trainando per le strade carri e carretti. Mi sento ancora i capelli unti di olio e mi vedo, nei dì delle prime piogge autunnali, sguazzare con i minuscoli piedi nudi nelle pozzanghere fangose delle stradine e dei vicoletti di Caivano. Se annuso l’aria, mi par di sentire, come allora, l’acre odore di canapa marcita che, dalle campagne, si diffondeva intorno al paese fino a penetrare nelle case e nella pelle attraverso i pori dilatati dal calore di fine estate. Mi rivedo fermo davanti ai grossi cesti di “taralli”, a guardare le belle e croccanti ciambellette nascoste sotto un grezzo velo di garza colorata, celeste o rosa, su cui si posavano a centinaia le mosche attratte dallo zucchero che in abbondanza era mescolato nella pasta biscottata cotta in forme diverse: a stelle, a scalette, a rivoltelle o di pupazzi. Mi rivedo lì, fermo come una statua, col dito in bocca a mandar giù saliva fino a quando il “tarallaro”, mosso a compassione, mi mandava via regalandomi un “croccantino” o un “filatino” di zucchero. Non v’è primavera che spunti nel cielo ch’io non ricordi i piccoli giardini ombrosi, gli orti ubertosi, i balconi fioriti, i terrazzi odorosi di panni e di sole, la verde e calda campagna di Caivano, ora umida di pioggia, ora carezzata dal fresco venticello di aprile. E rivedo l’esile alberello di limone profilarsi nel cortile di casa. Al suo tronco ci tenevano legato “Peppiniello”, il piccolo agnello che avevo ricevuto in dono non ricordo da chi e che avrei voluto tenere con me tutta la vita. Lì lo cibavo con erba fresca di pascolo e lì, come una madre alla sua creatura, gli dicevo il mio bene infinito. Gli assicuravo che lo avrei protetto, che nessuno gli avrebbe mai torto un solo pelo, che quell’alberello era suo, e anche il cortile, la casa: tutto. A volte, immobile, fissava i suoi occhi nei miei come a volermi dire qualche cosa che io non riuscivo ad intendere; ma che poteva dirmi? Solo la grande paura di vivere in un mondo che, per la massima parte, si nutre di cadaveri. Povero Peppiniello. Creatura paziente e innocente. Gli tenevo compagnia e ci giocavo come con un cagnolino. Nelle ore di libertà lo scioglievo ed egli mi veniva dietro belando ogni qualvolta mi perdeva di vista. Stava docilmente a tutti i miei giuochi; si lasciava tirare la coda, mettere le mani in bocca, legare le zampette e mi cercava se io non lo cercavo. Molte volte lo conducevo a dormire con me nel mio letto e lui, al di sopra delle coperte, si acciambellava tranquillo sui miei piedi. Durante la notte me lo portavano via, ma me lo ritrovavo al mattino dopo al solito posto. Quando mi rivedeva, proprio come un cagnolino, sollevandosi sulle zampette posteriori mi protendeva quelle anteriori belando felice. Sono stati, i suoi occhi, i più buoni e dolci ch’io abbia mai visto sulla faccia della Terra. E fu lì, presso l’albero di limone, che lo uccisero in mia assenza. Vi rimase, per molto tempo, una traccia del suo sangue. Se aguzzo l’udito risento l’eco dei miei singhiozzi di allora, quando, cercandolo, venni a sapere che era passato per le mani di Celestino. Questi era un omaccio basso di statura e tarchiato nel fisico. In primavera, sotto Pasqua, prendeva a girare le strade del paese. Portava in vita, legato a una cordicella, un lungo ed acuminatissimo coltello, e si offriva per scannare gli agnelli. Io lo conoscevo bene e quando passava davanti alla porta di casa mia, correvo piangendo a chiudere il telaio che immetteva nel cortile dove stava Peppiniello. Povero Peppiniello. Forse mi cercò ansiosamente nel momento in cui quell’omaccio cattivo si accingeva a straziargli le carni innocenti. Certamente con voce tremolante mi aveva chiamato, ma io, benedetto, dove ero? Dove stava l’amico che lo proteggeva e gli voleva bene? Dov’era il suo piccolo padrone al quale poteva accostarsi fiducioso quando per strada un carretto, una carrozzella, stavano per investirlo? Dove stava il suo compagno? Quello con il quale aveva trascorso tante ore libere e felici tra i pascoli della bella campagna? La mia balia, commossa dal mio dolore - ma non per questo convinta che Peppiniello avrebbe potuto ben vivere fino alla fine naturale dei suoi giorni, senza l’intervento di Celestino - cercò di rincuorarmi assicurandomi che l’agnello mi aveva lasciato detto di star buono e tranquillo perché, di lì a poco, mi avrebbe mandato un suo fratellino. - Gli agnelli - aggiunse - quando si fanno grandi come Peppiniello se ne volano in cielo dal buon Gesù che li fa diventare mucche perché preparino il latte per i bimbi che hanno le mamme ammalate. Una storia balorda a cui non ricordo se credetti; in parte, forse, perché da quel giorno cominciai a osservare attentamente le mucche che mi capitavano davanti per le strade del paese o in campagna, e le guardavo negli occhi nella speranza di scorgervi un guizzo, un lampo, qualcosa che fosse stato di Peppiniello. Fantasie di bimbi. (Tratto da: P. De Filippo, Una famiglia difficile, Marotta) COMPRENSIONE 1. Il protagonista viene portato a Caivano. a. A quale età? b. Per quanto tempo vi resta? 2. Quando l’autore ha scritto questo testo aveva A. meno di trent’anni B. più di cinquant’anni C. circa quarant’anni D. un’età indefinibile 3. Il bambino protagonista crea con l’agnellino un rapporto A. tra fratelli B. amichevole C. madre-figlio D. padre-figlio Quale frase del testo ti ha suggerito la risposta? 4. Lo sguardo di Peppiniello è molto intenso: che cosa comunica al protagonista? A. Una grande paura di vivere B. Una grande voglia di giocare C. Una grande pazienza D. Una grande libertà 5. Perché la sola vista di Celestino induceva il protagonista a «chiudere il telaio che immetteva nel cortile dove stava Peppiniello»? (righe 66-67) 6. Perché dopo la morte di Peppiniello il protagonista inizia a guardare le mucche che gli capitano davanti? LESSICO E GRAMMATICA 7. Nella frase «Mi par di sentire… l’acre odore di canapa marcita» (righe 19-20) l’aggettivo “acre” significa A. piacevole B. delicato C. nauseante D. pungente 8. Quale espressione efficace usa l’autore per indicare che l’alimentazione umana è ancora principalmente carnivora? 9. Rileggi la descrizione dell’agnello dalla riga 46 alla 57 e completa la tabella, trascrivendo dal testo le espressioni richieste. PEPPINIELLO a. è una creatura… (scrivi due aggettivi) b. si comporta… (scrivi un paragone) c. gioca con il bambino… (scrivi un avverbio di modo) d. aveva occhi… (scrivi i superlativi) 10. Con quale dei seguenti verbi puoi sostituire l’espressione «era passato per le mani»? (riga 61) A. era stato preso in braccio B. era stato coccolato C. era stato ucciso D. era stato venduto 11. Celestino viene descritto attraverso un nome alterato dispregiativo: quale? 12. Nella frase «nella speranza di scorgervi un guizzo» (riga 88), quali parole sostituisce la particella “vi”? A. nelle mucche B. per le strade C. in Peppiniello D. negli occhi ANALISI DEL TESTO AUTOBIOGRAFICO 13. Il testo ha inizio con una sequenza di tipo A. narrativo B. dialogato C. descrittivo D. riflessivo 14. Completa la tabella: scrivi a quale organo di senso fanno riferimento le frasi tratte dalla descrizione del periodo trascorso a Caivano (righe 11-30). FRASI DESCRITTIVE a. Sento sulla mia pelle il calore di quel sole cocente b. Vedo svanire i grossi polveroni che gli asini e i buoi sollevavano c. Mi sento ancora i capelli unti di olio d. Mi par di sentire l’acre odore di canapa marcita 15. Il testo che hai letto è scritto in A. prima persona singolare B. terza persona singolare C. prima persona plurale D. terza persona plurale 16. Quali tra i seguenti elementi sono caratteristici dell’autobiografia? Metti una crocetta per ogni riga. NELL’AUTOBIOGRAFIA… a. l’autore è anche il protagonista b. i fatti narrati sono verosimili c. il tempo della narrazione è solitamente il passato d. l’autore riporta frasi di persone che ha conosciuto e. chi scrive dà un’interpretazione dei fatti narrati f. alcuni personaggi sono frutto della fantasia dell’autore g. sono presenti riflessioni personali AUTOVALUTAZIONE • Ho trovato la lettura del testo narrativo ☐ facile ☐ di media difficoltà ☐ difficile • Negli esercizi ☐ ho capito le consegne ☐ non ho capito bene le consegne ☐ conoscevo il significato delle parole ☐ non conoscevo il significato delle parole • Ho avuto difficoltà a rispondere alle domande n° ..........