VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

COME CI SI SENTE A DODICI ANNI? Io e gli ADME Chiara Gamberale A dodici anni ero alta un metro e trentuno: o meglio, ero bassa un metro e trentuno. Non pesavo niente ma mangiavo abbastanza. Andavo in giro vestita come un collage e non lo facevo apposta, però: 1. se non ti sbrighi da subito a capire come si vestono gli Altri Della Tua Età poi è difficile recuperare il tempo perduto; 2. non volevo scontentare nessuno dei condomini di via Grotta Perfetta 315. Così portavo le solite ballerine ai piedi, i vestiti arrabbiati che piacevano a Samuele, la giacca di panno blu di Cate, gli orecchini d’oro e di corallo, in testa un fermaglio a forma di farfalla che mi aveva regalato la signora Barilla, al collo un ciondolo con un dente di elefante che Lidia e Lorenzo mi avevano portato dall’Africa, dove alla fine erano riusciti ad andare. Non avevo amici - anche se una volta, per dirla tutta, un tentativo l’ho fatto: con Eva Brandi, una biondina seduta al banco dietro a quello mio e di Matteo. Era un perfetto esemplare di Altra Della Mia Età, Eva. Non che all’epoca fosse niente di che: anzi. Era alta, ma secca come uno scopettino, e sulla fronte non facevano che scoppiarle brufoli. Lei però non sembrava farsene un problema, strizzata nei suoi jeans elasticizzati e forte di saper partecipare a qualsiasi discorso facessero i maschi della classe, durante la ricreazione, si parlasse di un telefilm che avevano visto la sera prima o di una partita di calcio. Fatto sta che un giorno, suonata la campanella della fine dell’ultima ora, Eva, che fino a quel momento non mi aveva mai, mai, mai rivolto la parola, mi ha sorriso e mi ha detto ciao. Siccome Caterina mi assillava sempre con la storia che non era normale che io non invitassi mai nessuno a fare i compiti con me nel pomeriggio, ho colto l’occasione al volo e ho invitato Eva. Incredibile ma vero, lei mi ha risposto di sì. - Oggi pomeriggio, alle quattro? - O cappa - ha detto: che vuol dire ok, nella lingua degli adme1.Ho cominciato ad aspettarla da subito: nemmeno sono riuscita a pranzare, dalla tensione, perché ho sempre avuto un debole per quei momenti a cui un domani si può guardare per dire: «È lì! È lì che stava cominciando tutto, e io non lo sapevo!». La prima stretta di mano fra due persone che diventeranno marito e moglie, la prima incomprensione fra chi da lì a un anno si manderà al diavolo definitivamente, il primo degli infiniti pomeriggi che due amiche del cuore trascorreranno insieme. Perché, mentre aspettavo le quattro, non facevo che immaginarci adulte, me ed Eva, sedute a un bar con le gambe accavallate a raccontarci come ci facessero penare i nostri figli, che guarda caso erano nati lo stesso giorno, ed erano un maschio e una femmina che, va da sé, quando sarebbero stati grandi abbastanza si sarebbero sposati. Finalmente poi Eva ha citofonato. L’ho fatta salire e le ho subito offerto un succo di frutta e del pane e cioccolato, come Cate mi aveva consigliato. Finita la merenda, ho voluto fare a Eva delle domande per poter diventare, appunto, amiche del cuore. Le ho chiesto qual era il suo colore preferito, se preferiva i numeri pari o i dispari, quanti fratelli aveva e così via. A un certo punto però lei è esplosa e mi ha chiesto: - Ma adesso che facciamo? Io ho provato a spiegarle che stavamo già facendo qualcosa, cioè amicizia. Ma lei allora si è impuntata e voleva a tutti i costi vedere la televisione. «Almeno», ha aggiunto. - Vediamo la televisione, almeno. Proprio così, ha detto. E ci siamo messe a guardare il canale delle televendite, mute come sassi, finché sua madre non è venuta a prenderla e ci siamo salutate, con quella specie di vergogna per noi stessi che forse assale tutti, quando è chiaro che la fine di un primo appuntamento non porterà a niente di gigantesco ma, anzi, coincide con la certezza che non ce ne sarà un secondo. Per il resto, i compagni di classe si limitavano a non prendermi in giro, per via di Matteo Barilla, ma era evidente che non provassero nessun interesse a sapere chi fossi o che cosa pensassi, mentre Matteo, a cui interessava saperlo, all’epoca non interessava a me. Mi piaceva guardare la pioggia formare le goccioline sulla finestra, giocare a dama, a nascondino, leggere i libri che le case editrici mandavano in omaggio a Lorenzo e che lui regalava a me. Non mi piaceva la geometria, l’idea in generale di dover studiare e imparare cose di cui non mi importava niente solo per essere interrogata da qualcuno che già sapeva le risposte alle domande che mi faceva, non mi piacevano le uova, i fagiolini e il minestrone.Pregavo ogni notte di potermi trasformare in una cosa diversa. Quando Tina, Cate o l’ingegner Barilla andavano a parlare con i miei professori, tornavano a casa sempre con lo stesso verdetto: il problema era che avevo la testa da un’altra parte (anche se nessun professore mi faceva il piacere di specificare dove). Di buono invece c’era che ero una ragazzina molto educata e mi esprimevo con una «notevole proprietà di linguaggio» per la mia età. (Tratto da: C. Gamberale, Le luci nelle case degli altri, Mondadori) Il testo Mandorla, un’incantevole bambina che non ha mai conosciuto suo padre, a seguito di un incidente stradale perde anche la madre. Una serie di vicini di condominio, tra i quali Lidia e Lorenzo, Tina, Cate, l’ingegner Barilla e sua moglie, l’infermiera Carmela, decidono di occuparsi della bimba, come se fosse figlia di tutti loro. Gli anni passano e Mandorla cresce… L’autrice Chiara Gamberale è nata a Roma nel 1977. Poco più che ventenne ha scritto il suo primo romanzo Una vita sottile. Ha pubblicato finora altri sette romanzi, di cui uno, La zona cieca, ha vinto il premio Campiello nel 2008. 1. ADME: sigla inventata dalla ragazzina per indicare gli “Altri Della Mia Età”. COMPRENDERE 1. Chi narra la storia? 2. Quali sono i maggiori problemi di Mandorla? 3. Com’è vestita Mandorla? Perché? 4. Qual è lo stato d’animo della ragazza mentre aspetta Eva? 5. Mentre aspetta Eva, Mandorla incomincia a fantasticare, perché A. si annoia B. non sa come far passare il tempo C. le piace vedere in una prospettiva a lungo termine l’amicizia con Eva D. si identifica in personaggi visti alla televisione nelle puntate dei telefilm 6. Eva è sicura e spigliata: con quali atteggiamenti lo dimostra? 7. Che cosa intende dire Eva con la proposta: «Vediamo la televisione, almeno»? Quale parola ti permette di intuire il suo stato d’animo? 8. Che cos’è per Mandorla l’amicizia? LESSICO 9. In quale delle seguenti frasi il termine “debole” ha lo stesso significato che ha nel brano, alla riga 35? ☐ Dopo una camminata lunga mi sento debole. ☐ Mia sorella ha un debole per le canzoni romantiche. ☐ Il signor Rossi ha sempre avuto un apparato respiratorio debole. 10. Spiega il significato dell’espressione: «Eva… era un perfetto esemplare di adme (Altra Della Mia Età)». 11. Quale figura retorica rappresenta l’espressione «mute come sassi»? 12. Quesito INVALSI Nell’espressione: «portavo… vestiti arrabbiati» (r. 10), la scrittrice usa la tecnica della A. metafora B. personificazione C. similitudine D. assonanza AL CINEMA Caterina, da poco trasferita a Roma, cerca di stringere nuove amicizie. Un giorno è invitata a casa di una compagna… • L’inizio di un’amicizia (da Caterina va in città di Paolo Virzì)
COME CI SI SENTE A DODICI ANNI? Io e gli ADME Chiara Gamberale A dodici anni ero alta un metro e trentuno: o meglio, ero bassa un metro e trentuno. Non pesavo niente ma mangiavo abbastanza. Andavo in giro vestita come un collage e non lo facevo apposta, però: 1. se non ti sbrighi da subito a capire come si vestono gli Altri Della Tua Età poi è difficile recuperare il tempo perduto; 2. non volevo scontentare nessuno dei condomini di via Grotta Perfetta 315. Così portavo le solite ballerine ai piedi, i vestiti arrabbiati che piacevano a Samuele, la giacca di panno blu di Cate, gli orecchini d’oro e di corallo, in testa un fermaglio a forma di farfalla che mi aveva regalato la signora Barilla, al collo un ciondolo con un dente di elefante che Lidia e Lorenzo mi avevano portato dall’Africa, dove alla fine erano riusciti ad andare. Non avevo amici - anche se una volta, per dirla tutta, un tentativo l’ho fatto: con Eva Brandi, una biondina seduta al banco dietro a quello mio e di Matteo. Era un perfetto esemplare di Altra Della Mia Età, Eva. Non che all’epoca fosse niente di che: anzi. Era alta, ma secca come uno scopettino, e sulla fronte non facevano che scoppiarle brufoli. Lei però non sembrava farsene un problema, strizzata nei suoi jeans elasticizzati e forte di saper partecipare a qualsiasi discorso facessero i maschi della classe, durante la ricreazione, si parlasse di un telefilm che avevano visto la sera prima o di una partita di calcio. Fatto sta che un giorno, suonata la campanella della fine dell’ultima ora, Eva, che fino a quel momento non mi aveva mai, mai, mai rivolto la parola, mi ha sorriso e mi ha detto ciao. Siccome Caterina mi assillava sempre con la storia che non era normale che io non invitassi mai nessuno a fare i compiti con me nel pomeriggio, ho colto l’occasione al volo e ho invitato Eva. Incredibile ma vero, lei mi ha risposto di sì. - Oggi pomeriggio, alle quattro? - O cappa - ha detto: che vuol dire ok, nella lingua degli adme1.Ho cominciato ad aspettarla da subito: nemmeno sono riuscita a pranzare, dalla tensione, perché ho sempre avuto un debole per quei momenti a cui un domani si può guardare per dire: «È lì! È lì che stava cominciando tutto, e io non lo sapevo!». La prima stretta di mano fra due persone che diventeranno marito e moglie, la prima incomprensione fra chi da lì a un anno si manderà al diavolo definitivamente, il primo degli infiniti pomeriggi che due amiche del cuore trascorreranno insieme. Perché, mentre aspettavo le quattro, non facevo che immaginarci adulte, me ed Eva, sedute a un bar con le gambe accavallate a raccontarci come ci facessero penare i nostri figli, che guarda caso erano nati lo stesso giorno, ed erano un maschio e una femmina che, va da sé, quando sarebbero stati grandi abbastanza si sarebbero sposati. Finalmente poi Eva ha citofonato. L’ho fatta salire e le ho subito offerto un succo di frutta e del pane e cioccolato, come Cate mi aveva consigliato. Finita la merenda, ho voluto fare a Eva delle domande per poter diventare, appunto, amiche del cuore. Le ho chiesto qual era il suo colore preferito, se preferiva i numeri pari o i dispari, quanti fratelli aveva e così via. A un certo punto però lei è esplosa e mi ha chiesto: - Ma adesso che facciamo? Io ho provato a spiegarle che stavamo già facendo qualcosa, cioè amicizia. Ma lei allora si è impuntata e voleva a tutti i costi vedere la televisione. «Almeno», ha aggiunto. - Vediamo la televisione, almeno. Proprio così, ha detto. E ci siamo messe a guardare il canale delle televendite, mute come sassi, finché sua madre non è venuta a prenderla e ci siamo salutate, con quella specie di vergogna per noi stessi che forse assale tutti, quando è chiaro che la fine di un primo appuntamento non porterà a niente di gigantesco ma, anzi, coincide con la certezza che non ce ne sarà un secondo. Per il resto, i compagni di classe si limitavano a non prendermi in giro, per via di Matteo Barilla, ma era evidente che non provassero nessun interesse a sapere chi fossi o che cosa pensassi, mentre Matteo, a cui interessava saperlo, all’epoca non interessava a me. Mi piaceva guardare la pioggia formare le goccioline sulla finestra, giocare a dama, a nascondino, leggere i libri che le case editrici mandavano in omaggio a Lorenzo e che lui regalava a me. Non mi piaceva la geometria, l’idea in generale di dover studiare e imparare cose di cui non mi importava niente solo per essere interrogata da qualcuno che già sapeva le risposte alle domande che mi faceva, non mi piacevano le uova, i fagiolini e il minestrone.Pregavo ogni notte di potermi trasformare in una cosa diversa. Quando Tina, Cate o l’ingegner Barilla andavano a parlare con i miei professori, tornavano a casa sempre con lo stesso verdetto: il problema era che avevo la testa da un’altra parte (anche se nessun professore mi faceva il piacere di specificare dove). Di buono invece c’era che ero una ragazzina molto educata e mi esprimevo con una «notevole proprietà di linguaggio» per la mia età. (Tratto da: C. Gamberale, Le luci nelle case degli altri, Mondadori) Il testo Mandorla, un’incantevole bambina che non ha mai conosciuto suo padre, a seguito di un incidente stradale perde anche la madre. Una serie di vicini di condominio, tra i quali Lidia e Lorenzo, Tina, Cate, l’ingegner Barilla e sua moglie, l’infermiera Carmela, decidono di occuparsi della bimba, come se fosse figlia di tutti loro. Gli anni passano e Mandorla cresce… L’autrice Chiara Gamberale è nata a Roma nel 1977. Poco più che ventenne ha scritto il suo primo romanzo Una vita sottile. Ha pubblicato finora altri sette romanzi, di cui uno, La zona cieca, ha vinto il premio Campiello nel 2008. 1. ADME: sigla inventata dalla ragazzina per indicare gli “Altri Della Mia Età”. COMPRENDERE 1. Chi narra la storia? 2. Quali sono i maggiori problemi di Mandorla? 3. Com’è vestita Mandorla? Perché? 4. Qual è lo stato d’animo della ragazza mentre aspetta Eva? 5. Mentre aspetta Eva, Mandorla incomincia a fantasticare, perché A. si annoia B. non sa come far passare il tempo C. le piace vedere in una prospettiva a lungo termine l’amicizia con Eva D. si identifica in personaggi visti alla televisione nelle puntate dei telefilm 6. Eva è sicura e spigliata: con quali atteggiamenti lo dimostra? 7. Che cosa intende dire Eva con la proposta: «Vediamo la televisione, almeno»? Quale parola ti permette di intuire il suo stato d’animo? 8. Che cos’è per Mandorla l’amicizia? LESSICO 9. In quale delle seguenti frasi il termine “debole” ha lo stesso significato che ha nel brano, alla riga 35? ☐ Dopo una camminata lunga mi sento debole. ☐ Mia sorella ha un debole per le canzoni romantiche. ☐ Il signor Rossi ha sempre avuto un apparato respiratorio debole. 10. Spiega il significato dell’espressione: «Eva… era un perfetto esemplare di adme (Altra Della Mia Età)». 11. Quale figura retorica rappresenta l’espressione «mute come sassi»? 12. Quesito INVALSI Nell’espressione: «portavo… vestiti arrabbiati» (r. 10), la scrittrice usa la tecnica della A. metafora B. personificazione C. similitudine D. assonanza AL CINEMA Caterina, da poco trasferita a Roma, cerca di stringere nuove amicizie. Un giorno è invitata a casa di una compagna… • L’inizio di un’amicizia (da Caterina va in città di Paolo Virzì)