VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

Come presi la decisione della mia vita Rita Levi-Montalcini Terminate le classi elementari, si poneva la scelta di quelle medie che determinava quella successiva: universitaria, artistica, tecnica, oppure l’insegnamento. Era una decisione importante per i ragazzi, ma non per le ragazze, poiché era scontato che la carriera che le aspettava fosse quella di casalinga, di buona moglie e madre. Sebbene le mie due sorelle ed io avessimo dimostrato un’eccellente attitudine per gli studi, nostro padre decise che avremmo seguito le scuole medie e dopo queste il liceo femminile, che allora non dava accesso all’università. La differenza con quello maschile non riguardava la preparazione umanistica1, ma quella della matematica e delle cosiddette scienze esatte, che tuttavia anche nei licei maschili si limitava alle prime nozioni di queste discipline. […] Delle tre sorelle, infatti, quella che si trovava in maggiori difficoltà ero io. Terminato a diciassette anni con mia sorella Paola il liceo, lei si dedicò a tempo pieno alla pittura entrando nell’atelier di Felice Casorati, grande artista di fama europea. Io navigavo nel buio e una naturale avversione per gli sport e una grande difficoltà a stabilire contatti con le ragazze della mia età accentuavano il mio profondo senso di isolamento, che derivava anche dalla timidezza e dalla scarsa propensione ad avvicinare giovani coetanei o più vecchi di me, nella prospettiva di incontrare un futuro compagno di vita. L’esperienza del ruolo subalterno che spettava alla donna, in una società interamente gestita da uomini, mi aveva convinto di non essere tagliata per fare la moglie. Non mi attraevano i neonati ed ero del tutto priva del senso materno così sviluppato nelle bambine e nelle adolescenti. Fu un tragico evento a fornirmi il filo di Arianna2. Le tre figure femminili che dalla prima infanzia, in modo diverso, avevo visto come i miei angeli tutelari e amato con immenso affetto erano la mamma, la zia Anna e Giovanna. Giovanna, di due o tre anni più giovane di mia madre, era entrata a servizio da noi prima della nascita mia e di Paola. Veniva da un piccolo paese del Piemonte dove aveva trascorso un’infanzia di privazioni e sofferenze, terza di cinque sorelle. Il padre, un contadino duro e manesco, alle quattro di mattina, estate e inverno, le buttava giù dal letto perché andassero a custodire quei pochissimi animali che avevano e soprattutto imparassero a guadagnarsi il pane. La madre era morta poco dopo l’ultima gravidanza. Era venuta da noi come governante e immediatamente si affezionò alla mamma e provò un senso di venerazione per nostro padre, che le dimostrava una viva simpatia e la trattava con grande gentilezza. Noi eravamo un po’ come i suoi figli. Ricordo le sue veglie quando avevamo le malattie esantematiche3 o leggeri rialzi febbrili. […] Nei mesi in cui ero assillata dai dubbi, avevo notato, senza tuttavia preoccuparmi, tanto ero assorta nei miei problemi, il pallore di Giovanna. Non mi sembrava, infatti, sostanzialmente diverso da quello che le era usuale. Mia madre invece si allarmò e la pregò di consultare il nostro medico di famiglia. Ricordo la breve nota che lui le diede in una lettera chiusa da consegnare alla mamma e che leggemmo insieme. «Giovanna Bruatto» scriveva «da me visitata presenta tutti i sintomi di una grave malattia. Temo si tratti di cancro allo stomaco. È urgente il suo ricovero in ospedale». Vi entrò il giorno dopo e fu confermata l’infausta diagnosi4. Venne operata d’urgenza, mentre noi aspettavamo dietro la porta, in uno stato di crescente angoscia, di sapere l’esito, finché il chirurgo ci comunicò la tanto temuta notizia: non c’era più niente da fare. Ritornata a casa da noi, senza conoscere la gravità del suo male, Giovanna trovava conforto nella nostra tenerezza e nelle cure per risparmiarle ogni fatica. Fu in quelle giornate che maturò in me la decisione. Avrei ripreso gli studi, sicura di poter convincere papà a darmi la sua autorizzazione e avrei studiato medicina. Comunicai questa decisione a Giovanna, aggiungendo ingenuamente che con le mie cure sarebbe guarita. Dopo tutto era giovane, aveva appena compiuto quarantacinque anni, e avremmo passato insieme i molti anni che restavano a lei e a me. - Masnà - mi disse, usando il termine piemontese per “bambina” che adoperava sempre nel rivolgersi a Paola e a me - quando tu sarai medico io sarò da molti anni ai Campi Elisi5. […] Poche settimane dopo chiese a papà e a mamma di ritornare a casa sua per morire vicino alle sorelle non sposate che ancora abitavano nella casetta dov’erano nate. L’accompagnammo a Rivarossa, il paesino a circa un’ora da Torino che tante volte rievocava nei racconti della sua infanzia. Le notizie che ci giunsero nei giorni seguenti confermavano l’approssimarsi della sua fine. La rividi per l’ultima volta ancora in vita in una gelida giornata di novembre. […] Pochi giorni dopo andammo alla sua sepoltura. Comunicai a mia madre la decisione di riprendere a qualsiasi costo gli studi e di iscrivermi a medicina. Lei mi incoraggiò a discuterne con papà. Ritengo che quando timidamente il giorno stesso gli chiesi se dopo cena potevo parlargli, fosse già stato messo al corrente dalla mamma. Rispose che potevo farlo anche subito. Iniziai un po’ da lontano dicendogli che non sentivo nessuna vocazione per la vita matrimoniale e la maternità. Perciò avrei voluto riprendere gli studi. Mi stette a sentire guardandomi con il suo sguardo serio e penetrante che m’incuteva tanto timore, e mi chiese se avevo in mente che cosa avrei voluto fare. Gli dissi quanto mi aveva sconvolto la morte di Giovanna e come fossi convinta che la professione adatta a me era quella del medico. Sia pure in modo vago, mi aveva attirato sin dall’infanzia quando, al tempo della guerra, ritenendo di non poter aspirare a diventare medico, avrei voluto fare la crocerossina. Papà era stato scosso dalla perdita della nostra Giovanna che aveva tante volte visitato durante la sua degenza in ospedale. Obiettò che era una carriera lunga e difficile, non adatta per una donna. Avevo finito le scuole da tre anni e non mi sarebbe stato facile riprendere gli studi. Lo assicurai che la cosa non mi spaventava. Con l’aiuto di qualche professore mi sarei preparata privatamente. - Se questo è veramente il tuo desiderio - rispose - non te lo impedisco, anche se ho molti dubbi sulla tua scelta. Avevo allora appena compiuto vent’anni e capivo che avrei dovuto superare molte difficoltà, specialmente nelle materie che non avevo mai studiato, come il greco, e in quelle, come il latino, non approfondite nel liceo femminile come in quello classico. Anche le mie conoscenze della matematica erano rudimentali. Felice di questo suo, sia pure non entusiastico, consenso, proposi alla cugina Eugenia, di un anno e mezzo più giovane di me e col mio stesso curriculum6 di studi, di accompagnarmi nell’impresa. […] Mi fu facile convincerla a seguire questo progetto che lei stessa aveva vagheggiato7. Per realizzarlo ci occorreva l’assistenza di due professori, uno di latino e greco e l’altro di matematica. Il primo ad aderire alla nostra richiesta fu un amico di famiglia, il professore Lobetti-Bodoni, noto a Torino per la sua bravura e le sue capacità didattiche, l’altro fu il minuto e celebre (almeno negli ambienti torinesi) Guido Ascoli, professore del liceo scientifico più quotato in città. Per la filosofia, la letteratura e la storia potevamo approfondire da sole la nostra preparazione. Mi buttai a capofitto nel programma di studi, che era diventato la ragione stessa della mia vita. Eugenia, più spensierata e allegra, lavorava con serietà ma non rinunziò ai suoi impegni sociali. Mi batteva in matematica, ma era meno brava in greco, latino e filosofia. Ci eravamo ripromesse di prepararci agli esami in otto mesi, iniziando in febbraio e presentandoci come privatiste alla sezione autunnale anziché a quella estiva. Per finire il programma di latino e di greco, materie per noi del tutto nuove, decidemmo di passare l’estate nel paese di montagna dove Lobetti-Bodoni villeggiava. Mi alzavo la mattina alle quattro. Eugenia, che dormiva con me, si buttava giù dal letto sbuffando e, più addormentata che sveglia, ripeteva sospirando la lezione che il professore ci aveva insegnato il giorno prima. Ci presentammo agli esami in ottobre con i ripetenti e gli altri privatisti, io preoccupatissima, Eugenia allegra e spiritosa come sempre. […] Gli altri esami andarono bene a eccezione di quello di geografia. Non avevo saputo dire come e perché si formava la Corrente del Golfo nell’Atlantico. Mentre tacevo, vedevo la professoressa scrivere il suo commento: «La candidata dà prova di non sapere nemmeno che cosa sia la Corrente del Golfo». Questa grave lacuna fu il mio incubo per giorni e giorni nell’attesa, ogni ora più ansiosa, dell’esito degli esami. Non dimenticherò mai la telefonata, con voce rotta dall’emozione, di Lobetti- Bodoni che aspettava con trepidazione quasi pari alla mia il verdetto. Non credo di aver mai più provato la gioia che sentii quando mi annunziò esultante, prima che i risultati fossero affissi: - Signorina Rirì, promossa! Ero la prima in classifica malgrado la scena muta sulle correnti, e questo mi riempì di orgoglio. In fondo dovevo essere grata a mio padre di aver ritardato di tanti anni il mio ingresso all’università. Se, come era mio desiderio, avessi fatto gli studi classici dopo le scuole medie, mi sarei certamente iscritta a filosofia. La scelta della professione medica maturata in quegli anni era infatti più consona al mio temperamento e alle mie attitudini. Nell’autunno del 1930 entrai per la prima volta nel lugubre e solenne anfiteatro dell’Istituto anatomico della Facoltà di Medicina a Torino. Le ragazze del primo e secondo anno ai miei tempi erano sette. (Tratto da: R. Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione, Baldini Castoldi Dalai editore) Il testo Rita Levi-Montalcini scelse la carriera di medico oltre ottant’anni fa, in un’epoca in cui i pregiudizi dominanti escludevano le donne da questa professione. Motivata da un’esperienza dolorosa, la giovane Rita sfidò la mentalità del tempo per seguire il suo sogno. L’autrice protagonista Rita Levi-Montalcini (1909-2012) è stata un’illustre neurobiologa italiana, vincitrice del PREMIO NOBEL per la Medicina nel 1986 e nominata senatrice a vita nel 2001. Portò sempre avanti con determinazione le sue ricerche, anche durante il fascismo, quando a causa delle leggi razziali contro gli ebrei fu costretta a lavorare in un laboratorio allestito in casa. 1. umanistica: relativa alla letteratura, alla storia, alla filosofia. 2. filo di Arianna: nella mitologia greca, il filo che Arianna diede a Teseo per orientarsi nel labirinto; in senso figurato, è l’elemento che permette di trovare la via d’uscita da una situazione difficile. 3. malattie esantematiche: malattie infettive infantili quali il morbillo, la varicella, la rosolia… 4. infausta diagnosi: identificazione di una gravissima malattia. 5. Campi Elisi: secondo la mitologia classica, è il luogo di felicità concesso dagli dèi alle anime dei buoni, dopo la morte. 6. curriculum: percorso. 7. vagheggiato: sognato. USA IL DIZIONARIO Quale fra i seguenti è un sinonimo di “minuto”? ☐ minuzioso ☐ esile ☐ puntuale ☐ elegante COMPRENDERE 1. Perché delle tre sorelle Rita era quella che si trovava in maggiore difficoltà? 2. Quali argomenti l’avevano convinta di non essere tagliata per fare la mamma e la moglie? 3. Quale difficoltà deve affrontare Rita per accedere all’università? 4. Qual è l’atteggiamento delle due cugine nei confronti dell’esame? 5. Come si concludono gli esami? LESSICO 6. Quali sensazioni prova Rita quando si trova di fronte a suo padre e gli comunica la sua volontà di continuare gli studi? 7. Il «programma di studi… era diventato la ragione stessa della mia vita» (r. 114-115): in che tipo di impegno estivo si traduce questa determinazione? 8. Quale sentimento prova Rirì quando il professor Lobetti-Bodoni le comunica di aver superato l’esame? ANALIZZARE 9. L’autrice e la protagonista del brano sono la stessa persona? 10. Qual è il tempo verbale che prevale? 11. I fatti narrati sono realmente accaduti? 12. L’evento determinante per la decisione di Rita di fare il medico è la morte della governante Giovanna; però già da bambina che cosa sognava di fare? 13. Il testo contiene alcune informazioni importanti sul periodo storico e sull’ambiente in cui è vissuta la protagonista. In particolare: • com’era strutturato il sistema scolastico? • le donne avevano le stesse possibilità di studio degli uomini? • come si poteva accedere all’università? 14. In queste pagine l’autrice ha scritto ☐ per se stessa, per dare sfogo ai propri sentimenti di adolescente ☐ per un pubblico interessato a conoscere la sua personalità e la sua formazione ☐ per la governante Giovanna, per ricordarla con affetto e gratitudine 15. Alla fine, Rita Levi-Montalcini fa una riflessione sul suo ingresso tardivo all’università: per quale motivo, a questo proposito, ringrazia il padre? ESPRIMERE E VALUTARE 16. Scrivere Come affronti tu l’impegno dello studio? Ti sembra di assomigliare maggiormente a Eugenia o a Rita? Oppure… Racconta, in prima persona.
Come presi la decisione della mia vita Rita Levi-Montalcini Terminate le classi elementari, si poneva la scelta di quelle medie che determinava quella successiva: universitaria, artistica, tecnica, oppure l’insegnamento. Era una decisione importante per i ragazzi, ma non per le ragazze, poiché era scontato che la carriera che le aspettava fosse quella di casalinga, di buona moglie e madre. Sebbene le mie due sorelle ed io avessimo dimostrato un’eccellente attitudine per gli studi, nostro padre decise che avremmo seguito le scuole medie e dopo queste il liceo femminile, che allora non dava accesso all’università. La differenza con quello maschile non riguardava la preparazione umanistica1, ma quella della matematica e delle cosiddette scienze esatte, che tuttavia anche nei licei maschili si limitava alle prime nozioni di queste discipline. […] Delle tre sorelle, infatti, quella che si trovava in maggiori difficoltà ero io. Terminato a diciassette anni con mia sorella Paola il liceo, lei si dedicò a tempo pieno alla pittura entrando nell’atelier di Felice Casorati, grande artista di fama europea. Io navigavo nel buio e una naturale avversione per gli sport e una grande difficoltà a stabilire contatti con le ragazze della mia età accentuavano il mio profondo senso di isolamento, che derivava anche dalla timidezza e dalla scarsa propensione ad avvicinare giovani coetanei o più vecchi di me, nella prospettiva di incontrare un futuro compagno di vita. L’esperienza del ruolo subalterno che spettava alla donna, in una società interamente gestita da uomini, mi aveva convinto di non essere tagliata per fare la moglie. Non mi attraevano i neonati ed ero del tutto priva del senso materno così sviluppato nelle bambine e nelle adolescenti. Fu un tragico evento a fornirmi il filo di Arianna2. Le tre figure femminili che dalla prima infanzia, in modo diverso, avevo visto come i miei angeli tutelari e amato con immenso affetto erano la mamma, la zia Anna e Giovanna. Giovanna, di due o tre anni più giovane di mia madre, era entrata a servizio da noi prima della nascita mia e di Paola. Veniva da un piccolo paese del Piemonte dove aveva trascorso un’infanzia di privazioni e sofferenze, terza di cinque sorelle. Il padre, un contadino duro e manesco, alle quattro di mattina, estate e inverno, le buttava giù dal letto perché andassero a custodire quei pochissimi animali che avevano e soprattutto imparassero a guadagnarsi il pane. La madre era morta poco dopo l’ultima gravidanza. Era venuta da noi come governante e immediatamente si affezionò alla mamma e provò un senso di venerazione per nostro padre, che le dimostrava una viva simpatia e la trattava con grande gentilezza. Noi eravamo un po’ come i suoi figli. Ricordo le sue veglie quando avevamo le malattie esantematiche3 o leggeri rialzi febbrili. […] Nei mesi in cui ero assillata dai dubbi, avevo notato, senza tuttavia preoccuparmi, tanto ero assorta nei miei problemi, il pallore di Giovanna. Non mi sembrava, infatti, sostanzialmente diverso da quello che le era usuale. Mia madre invece si allarmò e la pregò di consultare il nostro medico di famiglia. Ricordo la breve nota che lui le diede in una lettera chiusa da consegnare alla mamma e che leggemmo insieme. «Giovanna Bruatto» scriveva «da me visitata presenta tutti i sintomi di una grave malattia. Temo si tratti di cancro allo stomaco. È urgente il suo ricovero in ospedale». Vi entrò il giorno dopo e fu confermata l’infausta diagnosi4. Venne operata d’urgenza, mentre noi aspettavamo dietro la porta, in uno stato di crescente angoscia, di sapere l’esito, finché il chirurgo ci comunicò la tanto temuta notizia: non c’era più niente da fare. Ritornata a casa da noi, senza conoscere la gravità del suo male, Giovanna trovava conforto nella nostra tenerezza e nelle cure per risparmiarle ogni fatica. Fu in quelle giornate che maturò in me la decisione. Avrei ripreso gli studi, sicura di poter convincere papà a darmi la sua autorizzazione e avrei studiato medicina. Comunicai questa decisione a Giovanna, aggiungendo ingenuamente che con le mie cure sarebbe guarita. Dopo tutto era giovane, aveva appena compiuto quarantacinque anni, e avremmo passato insieme i molti anni che restavano a lei e a me. - Masnà - mi disse, usando il termine piemontese per “bambina” che adoperava sempre nel rivolgersi a Paola e a me - quando tu sarai medico io sarò da molti anni ai Campi Elisi5. […] Poche settimane dopo chiese a papà e a mamma di ritornare a casa sua per morire vicino alle sorelle non sposate che ancora abitavano nella casetta dov’erano nate. L’accompagnammo a Rivarossa, il paesino a circa un’ora da Torino che tante volte rievocava nei racconti della sua infanzia. Le notizie che ci giunsero nei giorni seguenti confermavano l’approssimarsi della sua fine. La rividi per l’ultima volta ancora in vita in una gelida giornata di novembre. […] Pochi giorni dopo andammo alla sua sepoltura. Comunicai a mia madre la decisione di riprendere a qualsiasi costo gli studi e di iscrivermi a medicina. Lei mi incoraggiò a discuterne con papà. Ritengo che quando timidamente il giorno stesso gli chiesi se dopo cena potevo parlargli, fosse già stato messo al corrente dalla mamma. Rispose che potevo farlo anche subito. Iniziai un po’ da lontano dicendogli che non sentivo nessuna vocazione per la vita matrimoniale e la maternità. Perciò avrei voluto riprendere gli studi. Mi stette a sentire guardandomi con il suo sguardo serio e penetrante che m’incuteva tanto timore, e mi chiese se avevo in mente che cosa avrei voluto fare. Gli dissi quanto mi aveva sconvolto la morte di Giovanna e come fossi convinta che la professione adatta a me era quella del medico. Sia pure in modo vago, mi aveva attirato sin dall’infanzia quando, al tempo della guerra, ritenendo di non poter aspirare a diventare medico, avrei voluto fare la crocerossina. Papà era stato scosso dalla perdita della nostra Giovanna che aveva tante volte visitato durante la sua degenza in ospedale. Obiettò che era una carriera lunga e difficile, non adatta per una donna. Avevo finito le scuole da tre anni e non mi sarebbe stato facile riprendere gli studi. Lo assicurai che la cosa non mi spaventava. Con l’aiuto di qualche professore mi sarei preparata privatamente. - Se questo è veramente il tuo desiderio - rispose - non te lo impedisco, anche se ho molti dubbi sulla tua scelta. Avevo allora appena compiuto vent’anni e capivo che avrei dovuto superare molte difficoltà, specialmente nelle materie che non avevo mai studiato, come il greco, e in quelle, come il latino, non approfondite nel liceo femminile come in quello classico. Anche le mie conoscenze della matematica erano rudimentali. Felice di questo suo, sia pure non entusiastico, consenso, proposi alla cugina Eugenia, di un anno e mezzo più giovane di me e col mio stesso curriculum6 di studi, di accompagnarmi nell’impresa. […] Mi fu facile convincerla a seguire questo progetto che lei stessa aveva vagheggiato7. Per realizzarlo ci occorreva l’assistenza di due professori, uno di latino e greco e l’altro di matematica. Il primo ad aderire alla nostra richiesta fu un amico di famiglia, il professore Lobetti-Bodoni, noto a Torino per la sua bravura e le sue capacità didattiche, l’altro fu il minuto e celebre (almeno negli ambienti torinesi) Guido Ascoli, professore del liceo scientifico più quotato in città. Per la filosofia, la letteratura e la storia potevamo approfondire da sole la nostra preparazione. Mi buttai a capofitto nel programma di studi, che era diventato la ragione stessa della mia vita. Eugenia, più spensierata e allegra, lavorava con serietà ma non rinunziò ai suoi impegni sociali. Mi batteva in matematica, ma era meno brava in greco, latino e filosofia. Ci eravamo ripromesse di prepararci agli esami in otto mesi, iniziando in febbraio e presentandoci come privatiste alla sezione autunnale anziché a quella estiva. Per finire il programma di latino e di greco, materie per noi del tutto nuove, decidemmo di passare l’estate nel paese di montagna dove Lobetti-Bodoni villeggiava. Mi alzavo la mattina alle quattro. Eugenia, che dormiva con me, si buttava giù dal letto sbuffando e, più addormentata che sveglia, ripeteva sospirando la lezione che il professore ci aveva insegnato il giorno prima. Ci presentammo agli esami in ottobre con i ripetenti e gli altri privatisti, io preoccupatissima, Eugenia allegra e spiritosa come sempre. […] Gli altri esami andarono bene a eccezione di quello di geografia. Non avevo saputo dire come e perché si formava la Corrente del Golfo nell’Atlantico. Mentre tacevo, vedevo la professoressa scrivere il suo commento: «La candidata dà prova di non sapere nemmeno che cosa sia la Corrente del Golfo». Questa grave lacuna fu il mio incubo per giorni e giorni nell’attesa, ogni ora più ansiosa, dell’esito degli esami. Non dimenticherò mai la telefonata, con voce rotta dall’emozione, di Lobetti- Bodoni che aspettava con trepidazione quasi pari alla mia il verdetto. Non credo di aver mai più provato la gioia che sentii quando mi annunziò esultante, prima che i risultati fossero affissi: - Signorina Rirì, promossa! Ero la prima in classifica malgrado la scena muta sulle correnti, e questo mi riempì di orgoglio. In fondo dovevo essere grata a mio padre di aver ritardato di tanti anni il mio ingresso all’università. Se, come era mio desiderio, avessi fatto gli studi classici dopo le scuole medie, mi sarei certamente iscritta a filosofia. La scelta della professione medica maturata in quegli anni era infatti più consona al mio temperamento e alle mie attitudini. Nell’autunno del 1930 entrai per la prima volta nel lugubre e solenne anfiteatro dell’Istituto anatomico della Facoltà di Medicina a Torino. Le ragazze del primo e secondo anno ai miei tempi erano sette. (Tratto da: R. Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione, Baldini Castoldi Dalai editore) Il testo Rita Levi-Montalcini scelse la carriera di medico oltre ottant’anni fa, in un’epoca in cui i pregiudizi dominanti escludevano le donne da questa professione. Motivata da un’esperienza dolorosa, la giovane Rita sfidò la mentalità del tempo per seguire il suo sogno. L’autrice protagonista Rita Levi-Montalcini (1909-2012) è stata un’illustre neurobiologa italiana, vincitrice del PREMIO NOBEL per la Medicina nel 1986 e nominata senatrice a vita nel 2001. Portò sempre avanti con determinazione le sue ricerche, anche durante il fascismo, quando a causa delle leggi razziali contro gli ebrei fu costretta a lavorare in un laboratorio allestito in casa. 1. umanistica: relativa alla letteratura, alla storia, alla filosofia. 2. filo di Arianna: nella mitologia greca, il filo che Arianna diede a Teseo per orientarsi nel labirinto; in senso figurato, è l’elemento che permette di trovare la via d’uscita da una situazione difficile. 3. malattie esantematiche: malattie infettive infantili quali il morbillo, la varicella, la rosolia… 4. infausta diagnosi: identificazione di una gravissima malattia. 5. Campi Elisi: secondo la mitologia classica, è il luogo di felicità concesso dagli dèi alle anime dei buoni, dopo la morte. 6. curriculum: percorso. 7. vagheggiato: sognato. USA IL DIZIONARIO Quale fra i seguenti è un sinonimo di “minuto”? ☐ minuzioso ☐ esile ☐ puntuale ☐ elegante COMPRENDERE 1. Perché delle tre sorelle Rita era quella che si trovava in maggiore difficoltà? 2. Quali argomenti l’avevano convinta di non essere tagliata per fare la mamma e la moglie? 3. Quale difficoltà deve affrontare Rita per accedere all’università? 4. Qual è l’atteggiamento delle due cugine nei confronti dell’esame? 5. Come si concludono gli esami? LESSICO 6. Quali sensazioni prova Rita quando si trova di fronte a suo padre e gli comunica la sua volontà di continuare gli studi? 7. Il «programma di studi… era diventato la ragione stessa della mia vita» (r. 114-115): in che tipo di impegno estivo si traduce questa determinazione? 8. Quale sentimento prova Rirì quando il professor Lobetti-Bodoni le comunica di aver superato l’esame? ANALIZZARE 9. L’autrice e la protagonista del brano sono la stessa persona? 10. Qual è il tempo verbale che prevale? 11. I fatti narrati sono realmente accaduti? 12. L’evento determinante per la decisione di Rita di fare il medico è la morte della governante Giovanna; però già da bambina che cosa sognava di fare? 13. Il testo contiene alcune informazioni importanti sul periodo storico e sull’ambiente in cui è vissuta la protagonista. In particolare: • com’era strutturato il sistema scolastico? • le donne avevano le stesse possibilità di studio degli uomini? • come si poteva accedere all’università? 14. In queste pagine l’autrice ha scritto ☐ per se stessa, per dare sfogo ai propri sentimenti di adolescente ☐ per un pubblico interessato a conoscere la sua personalità e la sua formazione ☐ per la governante Giovanna, per ricordarla con affetto e gratitudine 15. Alla fine, Rita Levi-Montalcini fa una riflessione sul suo ingresso tardivo all’università: per quale motivo, a questo proposito, ringrazia il padre? ESPRIMERE E VALUTARE 16. Scrivere Come affronti tu l’impegno dello studio? Ti sembra di assomigliare maggiormente a Eugenia o a Rita? Oppure… Racconta, in prima persona.