VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

Sognavo una bicicletta Margherita Hack Il mio interesse per la bici e il ciclismo è cominciato molto presto, certamente prima che avessi compiuto dieci anni, perché la domanda di rito che rivolgevo a qualunque nuova persona che incontravo, sia che fosse un ragazzino come me o un amico dei miei era: «Sei per Binda o per Guerra?»1. Io ero per Binda. Questa fu la prima domanda che rivolsi anche ad Aldo2, quando al giardino pubblico del Bobolino3 mi offrì di giocare con lui e i suoi amici, perché io “avevo la palla” e potevamo fare un torneo. Allora avevo appena compiuto undici anni. Lui ne aveva tredici ed era per Guerra. Oggi io ne ho ottantanove e lui novantuno, ma giochiamo ancora insieme. Era l’estate del 1933 e le imprese dei ciclisti al Giro d’Italia o a quello di Francia erano molto più seguite di oggi. Non c’era la televisione, ma solo quelle grandi radio gracchianti, che i miei non avevano mai voluto o potuto prendere, e io dovevo aspettare il giorno dopo, quando andavamo a fare la spesa da Silviero, il pizzicagnolo4, e da lui era sempre possibile dare un’occhiata alla pagina sportiva della «Nazione»5. A quei tempi mi era capitato di leggere da qualche parte le imprese, davvero eroiche, di Girardengo e Bottecchia, che correvano prima o poco dopo il mio anno di nascita (1922), quando le tappe del Giro d’Italia erano spaventosamente lunghe, duecento e più chilometri, su strade sterrate e polverose, dove frequenti erano le forature. Avrò avuto dodici o tredici anni, a scuola si leggeva l’Odissea e poi l’Iliade, popolate di dei, semidei, eroi, e anche i campioni sportivi li vedevo un po’ come mezze divinità. Ricordo che un anno la tappa del Giro si concluse a Firenze, presso il Campo di Marte, dove c’era lo stadio. Noi eravamo in casa di amici che abitavano proprio sul viale davanti all’impianto sportivo. Io ero uscita nella speranza di vederli da vicino e mi trovai a un tratto accanto a Guerra. Sebbene fossi per Binda, ricordo che gli toccai il braccio come se fosse stato qualcosa di straordinario, una reliquia6 miracolosa, e mi parve un omone gigantesco. A tutto questo interesse per le gare ciclistiche e per i campioni si aggiunse presto un desiderio sempre più intenso per la bicicletta, imparare ad andarci e possederne una mia. Allora non c’erano le bici con le rotelle laterali per i bambini. Di solito si imparava con quelle dei grandi, con qualche volenteroso che, tenendoci per il sellino, ci faceva correre abituandoci pian piano alla difficile arte dell’equilibrio sulle due ruote. Né il babbo né la mamma, che pure da giovani sapevano andare in bicicletta, ce l’avevano più, e così io ho imparato grazie a qualche generoso amico dei miei che si prestava alla bisogna, e poi, a chiunque capitasse da noi in bici, chiedevo se mi lasciava fare un giro. In seguito ad alcuni lavori fatti nella casa di Campo di Marte, avevamo conosciuto un bravo muratore, un certo Galardi, che si muoveva sempre e solo in bicicletta. Era diventato un amico di famiglia e, saputo della mia passione, si era offerto di insegnarmi. La sua era una bici pesante, da uomo, e arrivavo a fatica ai pedali. Una volta inerpicata sul sellino, mentre io pedalavo, lui correva tenendomi appunto per la sella. Si faceva prima via Ximenes e poi viale Torricelli, tutto in leggera salita, una discreta fatica per lui che forse non era più giovanissimo, anche se non saprei dire che età avesse. Allora, quelli che avevano più di vent’anni senza eccezioni mi sembravano vecchi. Veniva abbastanza spesso e proprio grazie a lui ho imparato e, quasi senza accorgermi che non mi teneva più per il sellino, ho cominciato ad andare, e mi sembrava incredibile. Per l’euforia pedalavo con vigore su per il viale fino a piazzale Galileo, mentre lui mi correva dietro urlandomi di andare piano; infine sul piazzale, cercando di girare, finii sul ghiaino e poi per terra; ero terrorizzata all’idea di aver rotto la bici, ma per fortuna si era solo storto un po’ il manubrio e lui lo raddrizzò subito stringendo la ruota davanti fra le ginocchia, un’operazione che ho poi ripetuto innumerevoli volte. Ma per tornare non si fidò a lasciarmi andare in discesa, mi fece sedere sulla canna e mi riportò a casa. Comunque ormai sapevo andare in bicicletta e un breve giretto da sola in pianura me lo lasciava fare tutte le volte che capitava da noi. Finalmente, dopo la promozione di terza media, ebbi una bicicletta tutta per me. Quell’estate del 1938, allora cominciai a fare lunghe gite in bicicletta, qualche volta alle Cascine con compagni e compagne, ma più spesso da sola. Andavo via verso le nove con un panino e un pezzettino di parmigiano che mi dava il babbo e tornavo per mezzogiorno e mezzo; prendevo le strade provinciali, allora già quasi tutte asfaltate, ma prive di traffico, salvo qualche rara macchina, qualche camion, ma soprattutto qualche carro agricolo trainato da quei grossi cavalloni da tiro che ormai non si vedono più. Ricordo che da Pratolino sopra Fiesole, fino a Firenze nell’allora piazza Cavour (oggi della Libertà) c’erano esattamente 18 chilometri. Per tornare in giù, tutta discesa, dovevo impiegare 18 minuti per fare la media di 60 all’ora. Controllato l’orologio, mi buttavo giù a rotta di collo, pedalando furiosamente per rispettare la media prefissata. Allora non pensavo nemmeno all’eventualità di un ostacolo improvviso, di una rottura dei freni o altri inconvenienti, come invece mi capita ora. Forse è vero che quando siamo giovani non si pensa ai possibili pericoli, si gusta solo l’ebbrezza della velocità, del vento in faccia che porta il profumo delle piante, e pensando a questo non me la prendo coi ragazzini in scooter che compiono pazzesche gincane fra le macchine. A ottobre, tornai a scuola, in prima liceo. Tutte compagne nuove, quasi tutte di famiglie dell’alta borghesia, figlie di professori universitari, primari d’ospedale, avvocati ecc., tutte con una gran puzza sotto il naso, che guardavano con disprezzo la mia compagna di banco che era figlia di un questurino, e le altre quattro o cinque di estrazione piccolo borghese. Non avevo mai sperimentato prima queste divisioni classiste. La maggioranza delle mie compagne parlava solo di balli, di ragazzi, di vestiti e mi guardava con un certo disprezzo quando arrivavo la mattina sudata e scarruffata con la mia bicicletta, oppure, quando pioveva, inzuppata ma felice per la bella pedalata dal Poggio Imperiale fino in centro. Ormai non mi muovevo più senza la bicicletta. Ma in seconda e terza le cose cambiarono, o meglio cambiai io. A forza di esser presa in giro dalle mie raffinate ed eleganti compagne, cominciai a vergognarmi di essere tanto diversa, di non badare all’aspetto esteriore, di non aver conquiste né storie di balli e feste da raccontare. In una parola, cercai di uniformarmi, di cambiare la mia personalità. Quando ripenso a quei due anni, li considero quelli in cui sono stata più stupida, perché invece di essere me stessa, come avevo sempre fatto, cercavo di costruirmi una falsa personalità che potesse ricevere l’approvazione delle mie compagne più snob. (Tratto da: M. Hack, La mia vita in bicicletta, Ediciclo Editore) Il testo Margherita Hack è stata una donna speciale, una grande scienziata esperta di astrofisica, famosa a livello internazionale. In queste pagine della sua autobiografia ci parla di quando era ragazzina, tra il 1930 e il 1938 a Firenze. L’autrice protagonista Margherita Hack (1922-2013), nata a Firenze, è stata una delle maggiori personalità del mondo scientifico e culturale italiano. Laureata in astrofisica, fu la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico. È stata molto attiva anche nel campo della divulgazione scientifica e dell’impegno civile, difendendo sempre il metodo scientifico contro le tante forme di superstizione e irrazionalismo che ancora segnano l’inizio di questo nuovo millennio. Tra i molti riconoscimenti che ha ricevuto, vi è anche un asteroide che porta il suo nome. 1. Binda… Guerra: due grandi campioni del ciclismo italiano nei primi decenni del Novecento. 2. Aldo: il suo futuro marito. 3. Bobolino: nome di un giardino pubblico di Firenze. 4. pizzicagnolo: negoziante di salumi e formaggi. 5. «La Nazione»: quotidiano di Firenze. 6. reliquia: frammento del corpo di un santo. LIBRI PER TE Margherita Hack, La mia vita in bicicletta, Ediciclo Editore Giunta alla soglia dei novant’anni, la famosa scienziata Margherita Hack scrisse la sua autobiografia scegliendo come filo conduttore la sua grande passione per le due ruote. Il libro diventa così una “pedalata” attraverso quasi un secolo di storia d’Italia, con i suoi momenti belli, come i successi sportivi e professionali di Margherita, e quelli drammatici del periodo del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Il tutto raccontato con l’ironia, l’intelligenza, la passione e l’impegno che caratterizzavano questa donna davvero speciale. COMPRENDERE 1. Di quali periodi della sua vita parla Margherita Hack? 2. Quali aspetti mette in evidenza? 3. In alcuni punti della narrazione si notano elementi che ambientano la storia in anni lontani da noi, più di ottant’anni fa: di quali elementi si tratta? 4. Come vedeva i campioni sportivi Margherita, da bambina? 5. Perché il signor Galardi le insegna ad andare sulla sua bicicletta? 6. Quali sono le differenze più evidenti tra lei e le sue compagne di liceo? 7. Come giudica quei due anni in cui cercava di uniformarsi al gruppo di coetanee? Perché? LESSICO E GRAMMATICA 8. Quesito INVALSI Nella frase «la domanda di rito che rivolgevo» (r. 2-3), l’espressione “di rito” significa A. importante B. abituale C. solenne D. obbligatoria 9. Quesito INVALSI Nella frase «dare un’occhiata alla pagina sportiva» (r. 16), la parola “occhiata” è A. alterata B. composta C. derivata D. primitiva ANALIZZARE 10. Margherita Hack ha avuto un grande successo e molte soddisfazioni dai suoi studi in astrofisica, ma la bicicletta ha sempre avuto un posto particolare nel suo cuore. Abbiamo riportato in modo casuale alcune espressioni riguardanti appunto il suo atteggiamento nei confronti della bici. ☐ saputo della mia passione ☐ il mio interesse per la bici e il ciclismo ☐ desiderio sempre più intenso ☐ pedalando furiosamente ☐ per l’euforia pedalavo con vigore ☐ l’ebbrezza della velocità Numerale secondo un ordine di crescente intensità di stato d’animo, in base al tuo punto di vista. 11. Dal testo possiamo ricavare alcune informazioni implicite sul carattere e sulla vita di Margherita Hack. Sottolinea nel testo le frasi che ti fanno capire ciascuno dei seguenti punti (accanto a ogni frase sottolineata, segna la lettera corrispondente). • che ha avuto una vita matrimoniale lunga e felice (A) • che la bambina è rispettosa delle cose degli altri (B) • che è autonoma e indipendente (C) • che è un po’ spericolata (D) • che ha desiderato di appartenere al gruppo (E) • che supera il momento in cui ha paura di essere diversa (F) ESPRIMERE E VALUTARE 12. Parlare Margherita desiderava una bicicletta tutta sua fin da piccola, ma ha dovuto aspettare anni prima di vedere realizzato il suo sogno. Durante l’attesa la sua passione si è indebolita o si è rafforzata? Quale messaggio ti ha trasmesso il racconto della scienziata? 13. Scrivere Mettiti nei panni del signor Galardi e racconta, sul quaderno, l’episodio di quando ha insegnato alla ragazzina ad andare in bicicletta. AL CINEMA Segui la determinazione con la quale una ragazza vuole imparare a usare la bicicletta, nonostante i divieti. • Bicicletta sì, rotelle no! • La bicicletta non si addice alle ragazze! (da La bicicletta verde di Haifaa Al-Mansour)
Sognavo una bicicletta Margherita Hack Il mio interesse per la bici e il ciclismo è cominciato molto presto, certamente prima che avessi compiuto dieci anni, perché la domanda di rito che rivolgevo a qualunque nuova persona che incontravo, sia che fosse un ragazzino come me o un amico dei miei era: «Sei per Binda o per Guerra?»1. Io ero per Binda. Questa fu la prima domanda che rivolsi anche ad Aldo2, quando al giardino pubblico del Bobolino3 mi offrì di giocare con lui e i suoi amici, perché io “avevo la palla” e potevamo fare un torneo. Allora avevo appena compiuto undici anni. Lui ne aveva tredici ed era per Guerra. Oggi io ne ho ottantanove e lui novantuno, ma giochiamo ancora insieme. Era l’estate del 1933 e le imprese dei ciclisti al Giro d’Italia o a quello di Francia erano molto più seguite di oggi. Non c’era la televisione, ma solo quelle grandi radio gracchianti, che i miei non avevano mai voluto o potuto prendere, e io dovevo aspettare il giorno dopo, quando andavamo a fare la spesa da Silviero, il pizzicagnolo4, e da lui era sempre possibile dare un’occhiata alla pagina sportiva della «Nazione»5. A quei tempi mi era capitato di leggere da qualche parte le imprese, davvero eroiche, di Girardengo e Bottecchia, che correvano prima o poco dopo il mio anno di nascita (1922), quando le tappe del Giro d’Italia erano spaventosamente lunghe, duecento e più chilometri, su strade sterrate e polverose, dove frequenti erano le forature. Avrò avuto dodici o tredici anni, a scuola si leggeva l’Odissea e poi l’Iliade, popolate di dei, semidei, eroi, e anche i campioni sportivi li vedevo un po’ come mezze divinità. Ricordo che un anno la tappa del Giro si concluse a Firenze, presso il Campo di Marte, dove c’era lo stadio. Noi eravamo in casa di amici che abitavano proprio sul viale davanti all’impianto sportivo. Io ero uscita nella speranza di vederli da vicino e mi trovai a un tratto accanto a Guerra. Sebbene fossi per Binda, ricordo che gli toccai il braccio come se fosse stato qualcosa di straordinario, una reliquia6 miracolosa, e mi parve un omone gigantesco. A tutto questo interesse per le gare ciclistiche e per i campioni si aggiunse presto un desiderio sempre più intenso per la bicicletta, imparare ad andarci e possederne una mia. Allora non c’erano le bici con le rotelle laterali per i bambini. Di solito si imparava con quelle dei grandi, con qualche volenteroso che, tenendoci per il sellino, ci faceva correre abituandoci pian piano alla difficile arte dell’equilibrio sulle due ruote. Né il babbo né la mamma, che pure da giovani sapevano andare in bicicletta, ce l’avevano più, e così io ho imparato grazie a qualche generoso amico dei miei che si prestava alla bisogna, e poi, a chiunque capitasse da noi in bici, chiedevo se mi lasciava fare un giro. In seguito ad alcuni lavori fatti nella casa di Campo di Marte, avevamo conosciuto un bravo muratore, un certo Galardi, che si muoveva sempre e solo in bicicletta. Era diventato un amico di famiglia e, saputo della mia passione, si era offerto di insegnarmi. La sua era una bici pesante, da uomo, e arrivavo a fatica ai pedali. Una volta inerpicata sul sellino, mentre io pedalavo, lui correva tenendomi appunto per la sella. Si faceva prima via Ximenes e poi viale Torricelli, tutto in leggera salita, una discreta fatica per lui che forse non era più giovanissimo, anche se non saprei dire che età avesse. Allora, quelli che avevano più di vent’anni senza eccezioni mi sembravano vecchi. Veniva abbastanza spesso e proprio grazie a lui ho imparato e, quasi senza accorgermi che non mi teneva più per il sellino, ho cominciato ad andare, e mi sembrava incredibile. Per l’euforia pedalavo con vigore su per il viale fino a piazzale Galileo, mentre lui mi correva dietro urlandomi di andare piano; infine sul piazzale, cercando di girare, finii sul ghiaino e poi per terra; ero terrorizzata all’idea di aver rotto la bici, ma per fortuna si era solo storto un po’ il manubrio e lui lo raddrizzò subito stringendo la ruota davanti fra le ginocchia, un’operazione che ho poi ripetuto innumerevoli volte. Ma per tornare non si fidò a lasciarmi andare in discesa, mi fece sedere sulla canna e mi riportò a casa. Comunque ormai sapevo andare in bicicletta e un breve giretto da sola in pianura me lo lasciava fare tutte le volte che capitava da noi. Finalmente, dopo la promozione di terza media, ebbi una bicicletta tutta per me. Quell’estate del 1938, allora cominciai a fare lunghe gite in bicicletta, qualche volta alle Cascine con compagni e compagne, ma più spesso da sola. Andavo via verso le nove con un panino e un pezzettino di parmigiano che mi dava il babbo e tornavo per mezzogiorno e mezzo; prendevo le strade provinciali, allora già quasi tutte asfaltate, ma prive di traffico, salvo qualche rara macchina, qualche camion, ma soprattutto qualche carro agricolo trainato da quei grossi cavalloni da tiro che ormai non si vedono più. Ricordo che da Pratolino sopra Fiesole, fino a Firenze nell’allora piazza Cavour (oggi della Libertà) c’erano esattamente 18 chilometri. Per tornare in giù, tutta discesa, dovevo impiegare 18 minuti per fare la media di 60 all’ora. Controllato l’orologio, mi buttavo giù a rotta di collo, pedalando furiosamente per rispettare la media prefissata. Allora non pensavo nemmeno all’eventualità di un ostacolo improvviso, di una rottura dei freni o altri inconvenienti, come invece mi capita ora. Forse è vero che quando siamo giovani non si pensa ai possibili pericoli, si gusta solo l’ebbrezza della velocità, del vento in faccia che porta il profumo delle piante, e pensando a questo non me la prendo coi ragazzini in scooter che compiono pazzesche gincane fra le macchine. A ottobre, tornai a scuola, in prima liceo. Tutte compagne nuove, quasi tutte di famiglie dell’alta borghesia, figlie di professori universitari, primari d’ospedale, avvocati ecc., tutte con una gran puzza sotto il naso, che guardavano con disprezzo la mia compagna di banco che era figlia di un questurino, e le altre quattro o cinque di estrazione piccolo borghese. Non avevo mai sperimentato prima queste divisioni classiste. La maggioranza delle mie compagne parlava solo di balli, di ragazzi, di vestiti e mi guardava con un certo disprezzo quando arrivavo la mattina sudata e scarruffata con la mia bicicletta, oppure, quando pioveva, inzuppata ma felice per la bella pedalata dal Poggio Imperiale fino in centro. Ormai non mi muovevo più senza la bicicletta. Ma in seconda e terza le cose cambiarono, o meglio cambiai io. A forza di esser presa in giro dalle mie raffinate ed eleganti compagne, cominciai a vergognarmi di essere tanto diversa, di non badare all’aspetto esteriore, di non aver conquiste né storie di balli e feste da raccontare. In una parola, cercai di uniformarmi, di cambiare la mia personalità. Quando ripenso a quei due anni, li considero quelli in cui sono stata più stupida, perché invece di essere me stessa, come avevo sempre fatto, cercavo di costruirmi una falsa personalità che potesse ricevere l’approvazione delle mie compagne più snob. (Tratto da: M. Hack, La mia vita in bicicletta, Ediciclo Editore) Il testo Margherita Hack è stata una donna speciale, una grande scienziata esperta di astrofisica, famosa a livello internazionale. In queste pagine della sua autobiografia ci parla di quando era ragazzina, tra il 1930 e il 1938 a Firenze. L’autrice protagonista Margherita Hack (1922-2013), nata a Firenze, è stata una delle maggiori personalità del mondo scientifico e culturale italiano. Laureata in astrofisica, fu la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico. È stata molto attiva anche nel campo della divulgazione scientifica e dell’impegno civile, difendendo sempre il metodo scientifico contro le tante forme di superstizione e irrazionalismo che ancora segnano l’inizio di questo nuovo millennio. Tra i molti riconoscimenti che ha ricevuto, vi è anche un asteroide che porta il suo nome. 1. Binda… Guerra: due grandi campioni del ciclismo italiano nei primi decenni del Novecento. 2. Aldo: il suo futuro marito. 3. Bobolino: nome di un giardino pubblico di Firenze. 4. pizzicagnolo: negoziante di salumi e formaggi. 5. «La Nazione»: quotidiano di Firenze. 6. reliquia: frammento del corpo di un santo. LIBRI PER TE Margherita Hack, La mia vita in bicicletta, Ediciclo Editore Giunta alla soglia dei novant’anni, la famosa scienziata Margherita Hack scrisse la sua autobiografia scegliendo come filo conduttore la sua grande passione per le due ruote. Il libro diventa così una “pedalata” attraverso quasi un secolo di storia d’Italia, con i suoi momenti belli, come i successi sportivi e professionali di Margherita, e quelli drammatici del periodo del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Il tutto raccontato con l’ironia, l’intelligenza, la passione e l’impegno che caratterizzavano questa donna davvero speciale. COMPRENDERE 1. Di quali periodi della sua vita parla Margherita Hack? 2. Quali aspetti mette in evidenza? 3. In alcuni punti della narrazione si notano elementi che ambientano la storia in anni lontani da noi, più di ottant’anni fa: di quali elementi si tratta? 4. Come vedeva i campioni sportivi Margherita, da bambina? 5. Perché il signor Galardi le insegna ad andare sulla sua bicicletta? 6. Quali sono le differenze più evidenti tra lei e le sue compagne di liceo? 7. Come giudica quei due anni in cui cercava di uniformarsi al gruppo di coetanee? Perché? LESSICO E GRAMMATICA 8. Quesito INVALSI Nella frase «la domanda di rito che rivolgevo» (r. 2-3), l’espressione “di rito” significa A. importante B. abituale C. solenne D. obbligatoria 9. Quesito INVALSI Nella frase «dare un’occhiata alla pagina sportiva» (r. 16), la parola “occhiata” è A. alterata B. composta C. derivata D. primitiva ANALIZZARE 10. Margherita Hack ha avuto un grande successo e molte soddisfazioni dai suoi studi in astrofisica, ma la bicicletta ha sempre avuto un posto particolare nel suo cuore. Abbiamo riportato in modo casuale alcune espressioni riguardanti appunto il suo atteggiamento nei confronti della bici. ☐ saputo della mia passione ☐ il mio interesse per la bici e il ciclismo ☐ desiderio sempre più intenso ☐ pedalando furiosamente ☐ per l’euforia pedalavo con vigore ☐ l’ebbrezza della velocità Numerale secondo un ordine di crescente intensità di stato d’animo, in base al tuo punto di vista. 11. Dal testo possiamo ricavare alcune informazioni implicite sul carattere e sulla vita di Margherita Hack. Sottolinea nel testo le frasi che ti fanno capire ciascuno dei seguenti punti (accanto a ogni frase sottolineata, segna la lettera corrispondente). • che ha avuto una vita matrimoniale lunga e felice (A) • che la bambina è rispettosa delle cose degli altri (B) • che è autonoma e indipendente (C) • che è un po’ spericolata (D) • che ha desiderato di appartenere al gruppo (E) • che supera il momento in cui ha paura di essere diversa (F) ESPRIMERE E VALUTARE 12. Parlare Margherita desiderava una bicicletta tutta sua fin da piccola, ma ha dovuto aspettare anni prima di vedere realizzato il suo sogno. Durante l’attesa la sua passione si è indebolita o si è rafforzata? Quale messaggio ti ha trasmesso il racconto della scienziata? 13. Scrivere Mettiti nei panni del signor Galardi e racconta, sul quaderno, l’episodio di quando ha insegnato alla ragazzina ad andare in bicicletta. AL CINEMA Segui la determinazione con la quale una ragazza vuole imparare a usare la bicicletta, nonostante i divieti. • Bicicletta sì, rotelle no! • La bicicletta non si addice alle ragazze! (da La bicicletta verde di Haifaa Al-Mansour)