VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

Mi sentivo un asino dalla testa ai piedi Natalia Ginzburg A dodici anni, un’estate, scrissi una poesia triste. Avevo già scritto alcune altre poesie, ma non erano tristi. Quella poesia triste la scrissi seduta a un tavolo con un mio amico, di nome Lucio. Eravamo in villeggiatura in montagna. Lucio aveva la mia età, ma aveva tre mesi meno di me. Da piccola, volendo sposarlo, l’idea di essere più vecchia di lui di tre mesi mi dispiaceva moltissimo. Mi sembrava un cattivo scherzo della sorte. Il mio amore per Lucio era appassionato e autoritario. Lui con me era remissivo e indifferente. Quando era l’ora che doveva andare a casa, non piangeva. Non batteva ciglio. Pigliava e se ne andava. Io invece piangevo, mi disperavo, mi buttavo per terra, ogni volta che lui se ne andava. Un giorno gli dissi che doveva, se io morivo, o suicidarsi, oppure farsi frate. Mi disse che non avrebbe fatto né l’una cosa né l’altra. Tutto questo però apparteneva al passato. A dodici anni, non pensavo più di sposarlo. Non ci vedevamo più proprio tutti i giorni. Scrissi quella poesia triste pensando che il nostro amore era morto. Non ricordo tutta la poesia, ne ricordo solo alcuni versi. Dicevano: E tu, e tu,Non sorridere più.Non vedi che amore finisceCome l’estate e le rose,Come tutte le cose?Lui però non sorrideva. Era seduto dall’altra parte del tavolo e scriveva anche lui una poesia. Non gli piaceva niente scrivere, ma usava, quando era con me, imitare quello che io facevo. Lucio scrisse una poesia non triste. Era intitolata Alpini. La ricordo tutta. Diceva così: Sono alpini Sotto i pini E una fetta Di salame Li soddisfa Dalla fame. Sono alpini e salvarono l’Italia Dormendo nelle veglie anche senza paglia.La sua poesia mi sembrò bella. Ne ebbi invidia. Anche la mia mi piaceva. Sulla mia, lui non fece nessun commento. Era una persona che raramente esprimeva commenti e apprezzamenti. La sua, la portammo a leggere a un mio fratello: il quale osservò soltanto che nelle veglie non si dormiva. La mia, la ricopiai su un quaderno, dove già erano le altre che avevo scritto. Era un quaderno che tenevo gelosamente nascosto. Le mie poesie non le facevo leggere a nessuno, salvo a Lucio, quando le scrivevo sotto il suo naso. Io e Lucio da ormai un anno andavamo al ginnasio, ed eravamo nella stessa classe. Però in classe lui faceva finta di non conoscermi. Anch’io facevo finta di non conoscerlo. Il perché non lo so. Ritrovandoci insieme in villeggiatura, parlavamo a lungo della nostra scuola. Io e lui sapevamo però che di nuovo, appena saremmo ritornati a scuola, ci saremmo comportati come due estranei, senza mai salutarci, evitando anche di guardarci in faccia. D’estate, nelle vacanze, la scuola non mi sembrava così orrenda, come mi sembrava orrenda nel corso dell’anno. Io là non avevo nessuna amica, ma nell’estate lo dimenticavo, e dilatavo1 le poche parole che avevo scambiato con alcune bambine fino a farne intense amicizie. Con Lucio mi vantavo di essere molto amica della prima e della seconda della classe, che si chiamavano Chirone e Carena. Chirone aveva i capelli color dell’oro, gli occhi azzurri e la voce squillante; Carena era magra e olivastra, con un ciuffetto nero ondulato che le penzolava su una guancia e che lei buttava, con un gesto spavaldo2, dietro l’orecchio. Chirone si chiamava di nome Dimma; Carena, Giuseppina, ma di soprannome Gipy; trovavo che Chirone aveva un bel nome e un bel cognome; Carena un bel cognome e un soprannome stupendo. Quando ero sola mormoravo a lungo tra me: «Dimma, Dimma, Gipy, Gipy»; ma in classe, non avrei osato chiamarle per nome. Chirone e Carena erano, là nella classe, come il sole e la luna, circondate di alcuni satelliti. Io in verità non ero un satellite. Non ero niente. Facevo parte delle cinque o sei più silenziose e timide, disunite e sparpagliate, una specie di sotto-proletariato3 incapace anche di schierarsi in un gruppo solido e forte. Gli unici rapporti che avessi mai avuto con Chirone e Carena riguardavano la ginnastica. Siccome loro erano anche in ginnastica le più brave, la professoressa gli aveva detto di insegnare gli esercizi con le clavette4 a me e a due o tre altre che li sbagliavamo sempre. Così io mi trovai un giorno nel cortile della ginnastica, a fare davanti a Chirone e Carena quegli esercizi odiosi, e a cantare con loro le odiose parole «Mulinello, mulinello, circolo, quattro». Col cuore stretto di gratitudine per la loro immensa bontà, mi trovai le loro mani sul gomito, nell’atto di correggere le mie mosse sbagliate. Finito questo, io ricaddi, per Chirone e Carena, nelle nebbie dell’indifferenza. Esse erano amiche fra loro, amiche inseparabili; stavano nella scuola trionfanti e radiose, consegnavano i loro compiti scritti in una stupenda calligrafia quasi identica, quella di Chirone un poco più alta e larga, quella di Carena un poco più aguzza e stretta; scherzavano familiarmente col professore, e regnavano sui loro satelliti. Esse erano là come il sole e la luna. […] C’erano nel banco, davanti a me, due bambine, che si chiamavano Bianca e Rosabianca; io le chiamavo in me sempre per nome, sentendole chiamarsi per nome fra loro due. Erano molto amiche; sembravano infischiarsi di tutte le altre, di Chirone e Carena, e dei vari satelliti. Bianca era piccola, con un viso tondo e due lunghe trecce castane; e a volte, quando il professore spiegava, alzava una mano e diceva con voce nasale: «Non ho capito», cosa che io trovavo sommamente irritante. Rosabianca era alta, timida, con le gonne a pieghe un po’ troppo lunghe, con gli occhi a mandorla e con un profilo come avevano gli egiziani nelle illustrazioni del nostro libro di storia; aveva i capelli neri, tagliati da maschio. Siccome mia madre conosceva sua madre, mi sembrava d’aver diritto alla sua amicizia, e per conseguenza anche all’amicizia di quell’altra dalle due trecce: invece non avevano l’aria di voler fare amicizia con me. Anzi mi accorsi che mi pigliavano in giro. Dal mio banco, vidi un giorno che Rosabianca aveva disegnato un asino, e sotto vi aveva scritto: «Quell’asino di …» e lo mostrava alla sua amica; e l’altra, dove c’erano quei puntini, scrisse una parola che mi sembrò il mio cognome. In preda a un profondo sconforto, mi chiesi perché mai ero per loro un asino. Mi sentivo però un asino dalla testa ai piedi. Un momento pensai che volessero alludere5 ai miei brutti voti; ma era impossibile, perché loro due ne avevano di eguali o peggiori. Nell’intervallo, mi diedi a interrogarle, se ero io quell’asino del disegno e perché. Non mi rispondevano; si guardavano e ridevano. Soffocavano gran risate nei fazzoletti. Alle loro risate, io non riuscivo a opporre che la mia immensa serietà: pesante come il piombo, interrogativa, affannata e ridicola. Mi sembrava che non avrei potuto ridere mai più. Invidiavo la loro amicizia disperatamente. Insieme alla malinconia, era nata in me anche l’invidia; sentivo invidia per tutti. Le uniche persone che non invidiavo erano i miei genitori: perché mi piacevano poco, quanto poco io piacevo a me. Essi abitavano con me nella nostra spregevole casa; si scambiavano discorsi che sapevo a memoria. Facevano parte di quello che più al mondo mi sembrava odioso e squallido, e cioè me stessa; erano colpevoli della mia immensa malinconia, avendola generata insieme con me; e tuttavia non ne capivano nulla, continuando a scambiarsi, su cose di nessuna importanza, parole che mi sembravano di una inutilità rivoltante. Tuttavia la malinconia mi sembrava uno stato d’animo non miserevole e non vile; e invece i morsi dell’invidia mi sembravano deturpanti, per cui mi affrettavo a gettarli nel cielo sconfinato della malinconia. Rosabianca aveva spesso l’influenza, e faceva lunghe assenze da scuola. La invidiavo. Essere di salute delicata, e ammalarsi spesso, era il sogno della mia vita; sia perché aver la febbre significava non andare a scuola, sia perché una salute delicata mi sembrava una cosa poetica, seducente e gentile. La mattina, quando andavo a scuola, cercavo di respirare profondamente l’aria nebbiosa, nella speranza che mi si ammalasse la gola. Mi accorsi però che ammalarsi era per me difficilissimo. Riuscivo ad avere, nell’inverno, una o due piccole influenze: ma la febbre mi durava un giorno; il giorno dopo non avevo più niente. Sognavo una polmonite. E mi dicevo come ero caduta in basso, come si era ridotta la mia vita: poiché l’unica cosa che potevo augurare a me stessa era la tregua6 d’una malattia. (Tratto da: N. Ginzburg, Mai devi domandarmi, Einaudi) Il testo Il brano che stai per leggere è tratto dalla raccolta di saggi intitolata Mai devi domandarmi, in cui l’autrice narra di sé e della sua vita, a partire dalla solitudine che caratterizzava la sua infanzia. Siamo alla fine degli anni Sessanta, Natalia ha 12 anni e fa fatica a instaurare dei normali rapporti di amicizia con i suoi coetanei, forse anche a causa del suo carattere sensibile e malinconico. L’autrice protagonista Natalia Ginzburg (1916-1991) ebbe una produzione letteraria ricca e variegata: pubblicò commedie, saggi, racconti, romanzi. Nel 1963 si aggiudicò il premio Strega con il romanzo autobiografico Lessico famigliare, che ebbe un ottimo successo di critica e pubblico. Tra il 1970 e il 1984 scrisse le opere Mai devi domandarmi, La famiglia Manzoni e La città e la casa. Dopo la morte nel 1991, venne pubblicato postumo È difficile parlare di sé, un testo derivato da una serie di conversazioni radiofoniche trasformato in un resoconto della propria vita e opera letteraria. 1. dilatavo: esageravo. 2. con un gesto spavaldo: con un movimento che vuole mostrare una sicurezza eccessiva. 3. sotto-proletariato: la classe sociale più povera ed emarginata nelle moderne società industriali. 4. clavette: attrezzi usati nella ginnastica ritmica, simili a birilli dalla forma allungata. 5. alludere: fare riferimento in modo non esplicito. 6. tregua: pausa. COMPRENDERE 1. Con quale ricordo inizia la narrazione autobiografica dell’autrice? 2. A che cosa pensava la protagonista mentre scriveva la sua poesia? ☐ Alla fine della villeggiatura in montagna ☐ Alla morte del suo amore per Lucio ☐ Alla tristezza della solitudine 3. Chi erano Chirone, Carena, Bianca e Rosabianca? 4. Quali sono gli stati d’animo prevalenti nella giovane Natalia? ☐ Indifferenza e superbia ☐ Rabbia e gelosia ☐ Malinconia e invidia ANALIZZARE 5. Il brano che hai letto si può suddividere in 3 sequenze narrative. Individuale e scrivi per ciascuna chi sono i personaggi principali. • Prima sequenza: dalla riga 1 alla riga 51 Personaggi protagonisti: .................................................................................... • Seconda sequenza: dalla riga 52 alla riga 86 Personaggi protagonisti: .................................................................................... • Terza sequenza: dalla riga 88 alla riga 141 Personaggi protagonisti: .................................................................................... 6. Rispondi correttamente alle seguenti domande. a. L’autrice dell’autobiografia ne è anche la protagonista? b. La narrazione è in terza persona? c. Vengono riportati fatti ed episodi accaduti realmente? d. I fatti narrati seguono un ordine logico-cronologico? e. Il tempo verbale usato in prevalenza è il presente? f. La narratrice fa ampio ricorso al dialogo? g. Ci sono personaggi descritti in modo dettagliato? 7. «Invidiavo la loro amicizia disperatamente. Insieme alla malinconia, era nata in me anche l’invidia; sentivo invidia per tutti» (r. 115-116) . Questa riflessione significa che ☐ Natalia voleva essere come le sue compagne di classe ☐ la malinconia e l’invidia non l’avrebbero più abbandonata ☐ anche Natalia voleva avere un rapporto simile di amicizia 8. «Tuttavia la malinconia mi sembrava uno stato d’animo non miserevole e non vile; e invece i morsi dell’invidia mi sembravano deturpanti, per cui mi affrettavo a gettarli nel cielo sconfinato della malinconia» (r. 125-128). Che cosa vuol dire l’autrice, secondo te, con queste parole? Completa. Vuol dire che non le piace essere ....................................., per cui cerca di ..................................... questo suo stato d’animo all’interno di quello più «accettabile» della ...................................... 9. Secondo te, nell’autrice adulta - che rievoca gli episodi della propria malinconica infanzia - prevale un tono di ☐ rabbia e rancore ☐ distacco e indifferenza ☐ compassione e ironia Motiva la tua scelta: scegli, nella parte finale del testo, la frase che meglio esprime il tono dell’autrice. LESSICO 10. Alla riga 9, “remissivo” significa ☐ accomodante ☐ orgoglioso ☐ nervoso 11. L’autrice ricorre al linguaggio figurato per descrivere se stessa e i compagni di classe in rapporto alle due alunne Chirone e Carena. Completa i termini di paragone e trascrivi il tipo di figura retorica di significato utilizzata. • Chirone è come il ................................................... • Carena è come la ................................................... • Professori e compagni di classe sono dei ................................................... • Figura retorica di significato: ................................................... 12. Come definiresti il linguaggio usato dall’autrice? ☐ Colloquiale ☐ Ricercato ☐ Arcaico 13. Nella parte conclusiva del brano (dalla riga 115 alla fine), l’autrice ricorre a un abbondante uso di aggettivi qualificativi fortemente “negativi”. Individuali e trascrivili qui di seguito. ESPRIMERE E VALUTARE 14. Parlare Prova a commentare il comportamento di Bianca e Rosabianca. Motiva la tua risposta e confrontala in classe.
Mi sentivo un asino dalla testa ai piedi Natalia Ginzburg A dodici anni, un’estate, scrissi una poesia triste. Avevo già scritto alcune altre poesie, ma non erano tristi. Quella poesia triste la scrissi seduta a un tavolo con un mio amico, di nome Lucio. Eravamo in villeggiatura in montagna. Lucio aveva la mia età, ma aveva tre mesi meno di me. Da piccola, volendo sposarlo, l’idea di essere più vecchia di lui di tre mesi mi dispiaceva moltissimo. Mi sembrava un cattivo scherzo della sorte. Il mio amore per Lucio era appassionato e autoritario. Lui con me era remissivo e indifferente. Quando era l’ora che doveva andare a casa, non piangeva. Non batteva ciglio. Pigliava e se ne andava. Io invece piangevo, mi disperavo, mi buttavo per terra, ogni volta che lui se ne andava. Un giorno gli dissi che doveva, se io morivo, o suicidarsi, oppure farsi frate. Mi disse che non avrebbe fatto né l’una cosa né l’altra. Tutto questo però apparteneva al passato. A dodici anni, non pensavo più di sposarlo. Non ci vedevamo più proprio tutti i giorni. Scrissi quella poesia triste pensando che il nostro amore era morto. Non ricordo tutta la poesia, ne ricordo solo alcuni versi. Dicevano: E tu, e tu,Non sorridere più.Non vedi che amore finisceCome l’estate e le rose,Come tutte le cose?Lui però non sorrideva. Era seduto dall’altra parte del tavolo e scriveva anche lui una poesia. Non gli piaceva niente scrivere, ma usava, quando era con me, imitare quello che io facevo. Lucio scrisse una poesia non triste. Era intitolata Alpini. La ricordo tutta. Diceva così: Sono alpini Sotto i pini E una fetta Di salame Li soddisfa Dalla fame. Sono alpini e salvarono l’Italia Dormendo nelle veglie anche senza paglia.La sua poesia mi sembrò bella. Ne ebbi invidia. Anche la mia mi piaceva. Sulla mia, lui non fece nessun commento. Era una persona che raramente esprimeva commenti e apprezzamenti. La sua, la portammo a leggere a un mio fratello: il quale osservò soltanto che nelle veglie non si dormiva. La mia, la ricopiai su un quaderno, dove già erano le altre che avevo scritto. Era un quaderno che tenevo gelosamente nascosto. Le mie poesie non le facevo leggere a nessuno, salvo a Lucio, quando le scrivevo sotto il suo naso. Io e Lucio da ormai un anno andavamo al ginnasio, ed eravamo nella stessa classe. Però in classe lui faceva finta di non conoscermi. Anch’io facevo finta di non conoscerlo. Il perché non lo so. Ritrovandoci insieme in villeggiatura, parlavamo a lungo della nostra scuola. Io e lui sapevamo però che di nuovo, appena saremmo ritornati a scuola, ci saremmo comportati come due estranei, senza mai salutarci, evitando anche di guardarci in faccia. D’estate, nelle vacanze, la scuola non mi sembrava così orrenda, come mi sembrava orrenda nel corso dell’anno. Io là non avevo nessuna amica, ma nell’estate lo dimenticavo, e dilatavo1 le poche parole che avevo scambiato con alcune bambine fino a farne intense amicizie. Con Lucio mi vantavo di essere molto amica della prima e della seconda della classe, che si chiamavano Chirone e Carena. Chirone aveva i capelli color dell’oro, gli occhi azzurri e la voce squillante; Carena era magra e olivastra, con un ciuffetto nero ondulato che le penzolava su una guancia e che lei buttava, con un gesto spavaldo2, dietro l’orecchio. Chirone si chiamava di nome Dimma; Carena, Giuseppina, ma di soprannome Gipy; trovavo che Chirone aveva un bel nome e un bel cognome; Carena un bel cognome e un soprannome stupendo. Quando ero sola mormoravo a lungo tra me: «Dimma, Dimma, Gipy, Gipy»; ma in classe, non avrei osato chiamarle per nome. Chirone e Carena erano, là nella classe, come il sole e la luna, circondate di alcuni satelliti. Io in verità non ero un satellite. Non ero niente. Facevo parte delle cinque o sei più silenziose e timide, disunite e sparpagliate, una specie di sotto-proletariato3 incapace anche di schierarsi in un gruppo solido e forte. Gli unici rapporti che avessi mai avuto con Chirone e Carena riguardavano la ginnastica. Siccome loro erano anche in ginnastica le più brave, la professoressa gli aveva detto di insegnare gli esercizi con le clavette4 a me e a due o tre altre che li sbagliavamo sempre. Così io mi trovai un giorno nel cortile della ginnastica, a fare davanti a Chirone e Carena quegli esercizi odiosi, e a cantare con loro le odiose parole «Mulinello, mulinello, circolo, quattro». Col cuore stretto di gratitudine per la loro immensa bontà, mi trovai le loro mani sul gomito, nell’atto di correggere le mie mosse sbagliate. Finito questo, io ricaddi, per Chirone e Carena, nelle nebbie dell’indifferenza. Esse erano amiche fra loro, amiche inseparabili; stavano nella scuola trionfanti e radiose, consegnavano i loro compiti scritti in una stupenda calligrafia quasi identica, quella di Chirone un poco più alta e larga, quella di Carena un poco più aguzza e stretta; scherzavano familiarmente col professore, e regnavano sui loro satelliti. Esse erano là come il sole e la luna. […] C’erano nel banco, davanti a me, due bambine, che si chiamavano Bianca e Rosabianca; io le chiamavo in me sempre per nome, sentendole chiamarsi per nome fra loro due. Erano molto amiche; sembravano infischiarsi di tutte le altre, di Chirone e Carena, e dei vari satelliti. Bianca era piccola, con un viso tondo e due lunghe trecce castane; e a volte, quando il professore spiegava, alzava una mano e diceva con voce nasale: «Non ho capito», cosa che io trovavo sommamente irritante. Rosabianca era alta, timida, con le gonne a pieghe un po’ troppo lunghe, con gli occhi a mandorla e con un profilo come avevano gli egiziani nelle illustrazioni del nostro libro di storia; aveva i capelli neri, tagliati da maschio. Siccome mia madre conosceva sua madre, mi sembrava d’aver diritto alla sua amicizia, e per conseguenza anche all’amicizia di quell’altra dalle due trecce: invece non avevano l’aria di voler fare amicizia con me. Anzi mi accorsi che mi pigliavano in giro. Dal mio banco, vidi un giorno che Rosabianca aveva disegnato un asino, e sotto vi aveva scritto: «Quell’asino di …» e lo mostrava alla sua amica; e l’altra, dove c’erano quei puntini, scrisse una parola che mi sembrò il mio cognome. In preda a un profondo sconforto, mi chiesi perché mai ero per loro un asino. Mi sentivo però un asino dalla testa ai piedi. Un momento pensai che volessero alludere5 ai miei brutti voti; ma era impossibile, perché loro due ne avevano di eguali o peggiori. Nell’intervallo, mi diedi a interrogarle, se ero io quell’asino del disegno e perché. Non mi rispondevano; si guardavano e ridevano. Soffocavano gran risate nei fazzoletti. Alle loro risate, io non riuscivo a opporre che la mia immensa serietà: pesante come il piombo, interrogativa, affannata e ridicola. Mi sembrava che non avrei potuto ridere mai più. Invidiavo la loro amicizia disperatamente. Insieme alla malinconia, era nata in me anche l’invidia; sentivo invidia per tutti. Le uniche persone che non invidiavo erano i miei genitori: perché mi piacevano poco, quanto poco io piacevo a me. Essi abitavano con me nella nostra spregevole casa; si scambiavano discorsi che sapevo a memoria. Facevano parte di quello che più al mondo mi sembrava odioso e squallido, e cioè me stessa; erano colpevoli della mia immensa malinconia, avendola generata insieme con me; e tuttavia non ne capivano nulla, continuando a scambiarsi, su cose di nessuna importanza, parole che mi sembravano di una inutilità rivoltante. Tuttavia la malinconia mi sembrava uno stato d’animo non miserevole e non vile; e invece i morsi dell’invidia mi sembravano deturpanti, per cui mi affrettavo a gettarli nel cielo sconfinato della malinconia. Rosabianca aveva spesso l’influenza, e faceva lunghe assenze da scuola. La invidiavo. Essere di salute delicata, e ammalarsi spesso, era il sogno della mia vita; sia perché aver la febbre significava non andare a scuola, sia perché una salute delicata mi sembrava una cosa poetica, seducente e gentile. La mattina, quando andavo a scuola, cercavo di respirare profondamente l’aria nebbiosa, nella speranza che mi si ammalasse la gola. Mi accorsi però che ammalarsi era per me difficilissimo. Riuscivo ad avere, nell’inverno, una o due piccole influenze: ma la febbre mi durava un giorno; il giorno dopo non avevo più niente. Sognavo una polmonite. E mi dicevo come ero caduta in basso, come si era ridotta la mia vita: poiché l’unica cosa che potevo augurare a me stessa era la tregua6 d’una malattia. (Tratto da: N. Ginzburg, Mai devi domandarmi, Einaudi) Il testo Il brano che stai per leggere è tratto dalla raccolta di saggi intitolata Mai devi domandarmi, in cui l’autrice narra di sé e della sua vita, a partire dalla solitudine che caratterizzava la sua infanzia. Siamo alla fine degli anni Sessanta, Natalia ha 12 anni e fa fatica a instaurare dei normali rapporti di amicizia con i suoi coetanei, forse anche a causa del suo carattere sensibile e malinconico. L’autrice protagonista Natalia Ginzburg (1916-1991) ebbe una produzione letteraria ricca e variegata: pubblicò commedie, saggi, racconti, romanzi. Nel 1963 si aggiudicò il premio Strega con il romanzo autobiografico Lessico famigliare, che ebbe un ottimo successo di critica e pubblico. Tra il 1970 e il 1984 scrisse le opere Mai devi domandarmi, La famiglia Manzoni e La città e la casa. Dopo la morte nel 1991, venne pubblicato postumo È difficile parlare di sé, un testo derivato da una serie di conversazioni radiofoniche trasformato in un resoconto della propria vita e opera letteraria. 1. dilatavo: esageravo. 2. con un gesto spavaldo: con un movimento che vuole mostrare una sicurezza eccessiva. 3. sotto-proletariato: la classe sociale più povera ed emarginata nelle moderne società industriali. 4. clavette: attrezzi usati nella ginnastica ritmica, simili a birilli dalla forma allungata. 5. alludere: fare riferimento in modo non esplicito. 6. tregua: pausa. COMPRENDERE 1. Con quale ricordo inizia la narrazione autobiografica dell’autrice? 2. A che cosa pensava la protagonista mentre scriveva la sua poesia? ☐ Alla fine della villeggiatura in montagna ☐ Alla morte del suo amore per Lucio ☐ Alla tristezza della solitudine 3. Chi erano Chirone, Carena, Bianca e Rosabianca? 4. Quali sono gli stati d’animo prevalenti nella giovane Natalia? ☐ Indifferenza e superbia ☐ Rabbia e gelosia ☐ Malinconia e invidia ANALIZZARE 5. Il brano che hai letto si può suddividere in 3 sequenze narrative. Individuale e scrivi per ciascuna chi sono i personaggi principali. • Prima sequenza: dalla riga 1 alla riga 51 Personaggi protagonisti: .................................................................................... • Seconda sequenza: dalla riga 52 alla riga 86 Personaggi protagonisti: .................................................................................... • Terza sequenza: dalla riga 88 alla riga 141 Personaggi protagonisti: .................................................................................... 6. Rispondi correttamente alle seguenti domande. a. L’autrice dell’autobiografia ne è anche la protagonista? b. La narrazione è in terza persona? c. Vengono riportati fatti ed episodi accaduti realmente? d. I fatti narrati seguono un ordine logico-cronologico? e. Il tempo verbale usato in prevalenza è il presente? f. La narratrice fa ampio ricorso al dialogo? g. Ci sono personaggi descritti in modo dettagliato? 7. «Invidiavo la loro amicizia disperatamente. Insieme alla malinconia, era nata in me anche l’invidia; sentivo invidia per tutti» (r. 115-116) . Questa riflessione significa che ☐ Natalia voleva essere come le sue compagne di classe ☐ la malinconia e l’invidia non l’avrebbero più abbandonata ☐ anche Natalia voleva avere un rapporto simile di amicizia 8. «Tuttavia la malinconia mi sembrava uno stato d’animo non miserevole e non vile; e invece i morsi dell’invidia mi sembravano deturpanti, per cui mi affrettavo a gettarli nel cielo sconfinato della malinconia» (r. 125-128). Che cosa vuol dire l’autrice, secondo te, con queste parole? Completa. Vuol dire che non le piace essere ....................................., per cui cerca di ..................................... questo suo stato d’animo all’interno di quello più «accettabile» della ...................................... 9. Secondo te, nell’autrice adulta - che rievoca gli episodi della propria malinconica infanzia - prevale un tono di ☐ rabbia e rancore ☐ distacco e indifferenza ☐ compassione e ironia Motiva la tua scelta: scegli, nella parte finale del testo, la frase che meglio esprime il tono dell’autrice. LESSICO 10. Alla riga 9, “remissivo” significa ☐ accomodante ☐ orgoglioso ☐ nervoso 11. L’autrice ricorre al linguaggio figurato per descrivere se stessa e i compagni di classe in rapporto alle due alunne Chirone e Carena. Completa i termini di paragone e trascrivi il tipo di figura retorica di significato utilizzata. • Chirone è come il ................................................... • Carena è come la ................................................... • Professori e compagni di classe sono dei ................................................... • Figura retorica di significato: ................................................... 12. Come definiresti il linguaggio usato dall’autrice? ☐ Colloquiale ☐ Ricercato ☐ Arcaico 13. Nella parte conclusiva del brano (dalla riga 115 alla fine), l’autrice ricorre a un abbondante uso di aggettivi qualificativi fortemente “negativi”. Individuali e trascrivili qui di seguito. ESPRIMERE E VALUTARE 14. Parlare Prova a commentare il comportamento di Bianca e Rosabianca. Motiva la tua risposta e confrontala in classe.