VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 2

Una cena sul fiume Jerome Klapka Jerome La nostra barca ci aspettava a Kingston proprio sotto il ponte; ci depositammo i nostri bagagli e ci montammo sopra. - Pronti? - disse il barcaiolo. - Pronti - rispondemmo, e con Harris ai remi, io al timone, e l’infelice e sospettoso Montmorency a prua scivolammo rapidamente su quelle acque che sarebbero state la nostra casa per una quindicina di giorni. Erano le sette e mezzo di sera quando, dopo aver superato la chiusa1, ci avvicinammo con la barca alla riva sinistra alla ricerca di un punto adatto per ormeggiare2. Avevamo avuto l’intenzione di arrivare fino all’isola della Magna Charta, uno dei punti più incantevoli del fiume, dove il Tamigi si snoda lungo una dolce vallata verde, e di accamparci in una delle molte piccole insenature che si trovano lungo quella spiaggia. Ma, se devo dire la verità, il desiderio del pittoresco non era più così intenso in noi come nelle prime ore della giornata. Quella sera ci saremmo contentati anche di un pezzetto di fiume tra una chiatta3 carica di carbone e l’officina del gas. Volevamo solo cenare e andare a dormire. Comunque, remammo fino a un posto chiamato Picnic Point e ci fermammo in un delizioso angoletto sotto un grande olmo, e assicurammo la barca alle radici dell’albero che sporgevano sul fiume. Harris ed io dicemmo che era l’ora di cenare (avevamo saltato il tè delle cinque per guadagnar tempo), ma George si oppose; disse che era meglio montare subito il telone prima che facesse buio; poi ci si poteva mettere tranquillamente a mangiare. Il montaggio del telone prese molto più tempo di quello che ci eravamo aspettati. In astratto la cosa era semplicissima. Si prendevano cinque archi di ferro, simili a giganteschi archetti da croquet4, si fissavano ai bordi della barca, ci si stendeva sopra il telone e si legavano gli angoli in basso; avevamo calcolato che ci volessero non più di dieci minuti. Avevamo sbagliato i calcoli. Prendemmo gli archi e cominciammo a infilarne le estremità negli appositi incastri. Vi sembrerà un lavoro poco pericoloso, ma ripensandoci oggi mi stupisco che ognuno di noi sia ancora vivo. Quelli non erano archi, erano demoni. Prima non volevano entrare in nessun modo nei loro incastri e bisognava prenderli a calci e a martellate; poi, quando erano entrati, si scopriva che erano stati infilati nell’incastro sbagliato e bisognava ritirarli fuori. Ma non volevano più uscire, e bisognava lottare in due per cinque minuti per tirarli fuori; allora schizzavano via all’improvviso cercando di scaraventarci in acqua. Questi archi erano uniti nel mezzo da una piccola cerniera che, quando noi si voltava le spalle, ci dava dei pizzicotti a tradimento sul sedere; e mentre si combatteva con un’estremità dell’arco cercando di convincerla a fare il suo dovere, l’altra parte ci assaliva vigliaccamente colpendoci la testa. Finalmente riuscimmo a fissarli alla meno peggio; bisognava ora stenderci sopra il telone. George lo srotolò e ne legò un’estremità alla prua della barca. Harris stava nel mezzo, pronto a riceverlo da George e a passarlo a me che dovevo legarlo a poppa. Ci volle un pezzo prima che il telone arrivasse a me. George fece bene la sua parte, ma Harris era nuovo per un lavoro del genere e combinò un bel pasticcio. Come abbia fatto, non lo so; lui stesso non fu capace di spiegarlo; il fatto è che dopo dieci minuti di sforzi sovrumani e per mezzo di un misterioso accadimento, egli si trovò completamente avvolto nel telone. Era avviluppato e fasciato così strettamente che non riusciva a uscirne. Naturalmente faceva sforzi disperati per ottenere la libertà, il diritto di ogni cittadino inglese, ma così facendo (lo seppi dopo) cadde addosso a George; allora George, caricandolo di ingiurie, cominciò a lottare per liberarsi, col risultato di rimanere anche lui impigliato e arrotolato nel telone. Io non capivo niente di quello che stava succedendo. Mi avevano detto di restare dov’ero e di aspettare che qualcuno mi porgesse il telone; e così, insieme a Motmorency, mi misi ad aspettare placidamente. Vedemmo che il telone si agitava e si contorceva convulsamente, ma pensavamo che tutto questo facesse parte del metodo, e ci guardammo bene dall’intervenire. Aspettammo un pezzo, ma la situazione sembrava complicarsi sempre di più. Si sentivano anche degli insulti soffocati che provenivano da sotto il telone; si aveva l’impressione che i due amici avessero trovato il lavoro piuttosto complicato, ma decidemmo che prima di intervenire fosse meglio aspettare che le cose si fossero semplificate. Alla fine la testa di George sbucò contorcendosi da un lato del telone dicendo: - Dacci una mano, cretino! Non restare lì come una mummia mentre stiamo soffocando!Non ho mai saputo resistere a un’invocazione di soccorso, e mi precipitai a liberarli, ma non prima che la faccia di Harris assumesse un bel colore paonazzo. Ci volle mezz’ora di duro lavoro per montare il telone; poi, dopo aver dato una ripulita alla barca, ci preparammo la cena. Mettemmo il bricco5 per il tè a bollire a prua e ci ritirammo a poppa fingendo di non badargli e cominciando a tirar fuori il necessario dalla cesta. Questo è l’unico modo per far bollire l’acqua per il tè sul fiume. Se il bricco vede che aspettate con ansia che l’acqua bolla, non si metterà nemmeno a borbottare. Dovete allontanarvi e cominciare a mangiare come se niente fosse, come se non aveste nessuna voglia di prendere il tè. Non dovete nemmeno guardarlo. Solo allora sentirete l’acqua che trabocca, desiderosa di essere trasformata in tè. Nel caso abbiate molta fretta, è consigliabile parlare con i vostri amici a voce molto alta dicendo che non avete nessuna voglia di prendere il tè. Vi avvicinate al bricco in modo che vi possa sentire e gridate: - Io non prendo il tè; tu lo vuoi George? Allora George risponde a voce alta: - No, il tè non mi piace, prenderò una limonata… Il tè è così indigesto. A questo punto l’acqua comincia a bollire, trabocca dal bricco e spegne il fornello. Adottammo questa innocua astuzia col risultato che quando la cena era pronta, era pronto anche il tè. Poi accendemmo la lanterna e ci accovacciammo per cenare. Finimmo la cena col tè e con una torta di ciliegie. Montmorency, durante la preparazione del tè, ebbe un violento scontro col bricco dell’acqua calda, e ne uscì sconfitto. Il cane aveva manifestato una grande curiosità nei riguardi del bricco. Si sedeva a osservarlo mentre bolliva con un’espressione perplessa e cercava di tanto in tanto di provocarlo con dei sordi brontolii. Quando il bricco cominciava a sbuffare e ad emettere vapore, Montmorency considerava questo atteggiamento come una sfida e si preparava all’attacco. Al primo rumore emesso dal bricco, si alzò ringhiando e avanzò in atteggiamento minaccioso. Era solo un piccolo bricco, ma era pieno di coraggio, e accolse il nemico sputandogli sul muso. - Ah sì! - ringhiò Montmorency digrignando i denti. - T’insegnerò io a prendere in giro un cane rispettabile e lavoratore come me! Fatti avanti se hai coraggio, sporco miserabile dal naso lungo! E si scagliò contro il povero bricco afferrandolo per il becco. Allora, nel silenzio della sera, risuonò un guaito straziante. Montmorency schizzò fuori dalla barca e fece per tre volte il giro dell’isola alla velocità di trentacinque miglia all’ora, fermandosi di tanto in tanto a ficcare il muso nelle pozze fangose. Da allora in poi Montmorency guardò sempre il bricco con un misto di rispetto, di diffidenza e di odio. Ogni volta che lo vedeva, ringhiava e indietreggiava rapidamente con la coda tra le gambe, e quando veniva messo sul fornello schizzava fuori dalla barca e restava seduto sulla riva finché tutte le operazioni per la preparazione del tè non fossero terminate. (Tratto da: J. K. Jerome, Tre uomini in barca, Mursia) Il testo George, Harris e Jerome sono tre inseparabili amici che ritengono di essere in pessime condizioni di salute, a dispetto del robusto appetito di cui danno continuamente prova. Decidono allora di prendersi un’originale vacanza lontani dalla vita triste e monotona di Londra: percorreranno il Tamigi a bordo di una chiatta, trascorrendo le notti sulla barca sotto un telone, in qualche ospitale ansa del fiume. Sarà con loro Montmorency, un vivace e simpatico fox terrier. L’autore Jerome Klapka Jerome (1859-1927) è stato uno scrittore inglese. Ebbe una giovinezza difficile: rimasto orfano di entrambi i genitori, iniziò a lavorare raccogliendo carbone per le ferrovie a soli 14 anni. In seguito fece diversi altri lavori, tra cui anche l’attore di teatro. La sua vita cambiò grazie all’enorme successo del romanzo Tre uomini in barca (1889). Vi fu anche un seguito, Tre uomini a zonzo, che però non ottenne lo stesso favore. 1. chiusa: sbarramento artificiale che serve a trattenere le acque di un fiume o di un canale. 2. ormeggiare: fissare un’imbarcazione a un approdo mediante catene, cavi o funi. 3. chiatta: grossa barca a fondo piatto. 4. croquet: gioco nel quale si fa passare una palla di legno, colpita da una mazza, sotto una serie di archetti. 5. bricco: recipiente in metallo, con manico e beccuccio, in cui si mettono a bollire bevande come latte, caffè, tè. USA IL DIZIONARIO Quale di questi è un sinonimo di “ci accovacciammo”? ☐ ci accomodammo ☐ ci sedemmo ☐ ci accucciammo COMPRENDERE 1. Chi sono i personaggi? 2. Quanto dura la situazione narrata in questo racconto? 3. Che cosa cercano di fare i tre amici dopo essersi fermati a Picnic Point? 4. Qual è l’atteggiamento iniziale di Montmorency verso il bricco del tè? E in seguito? LESSICO 5. I romanzi di Jerome Klapka Jerome rappresentano dei classici dell’umorismo inglese, nei quali, spesso, il sorriso è indotto dall’uso originale delle parole. Ritrova nel brano le espressioni che seguono e vediamo insieme in che cosa consiste il loro umorismo rispetto al contesto. a. «Quelli non erano archi, erano demoni» (r. 33) Perché gli archi vengono definiti “demoni”? b. «Mi misi ad aspettare placidamente» (r. 60-61) Che cosa avrebbe dovuto fare il protagonista, invece di restare fermo “placidamente”? c. «Non ho mai saputo resistere a un’invocazione di soccorso» (r. 72) Quando, in realtà, è intervenuto? In quale modo, quindi, è usato il verbo “resistere”? ANALIZZARE 6. Per divertire, lo scrittore ricorre alla tecnica della personificazione. Infatti, al bricco del tè vengono attribuiti intenzioni e sentimenti in due momenti: rispetto ai tre uomini e rispetto al cane. Individua nel testo e sottolinea con due colori diversi le frasi più significative riferite agli uomini e al cane. 7. Ci sono nel testo altri casi di personificazione degli oggetti? Quali? 8. In alcuni casi l’autore ricorre alla tecnica dell’esagerazione (iperbole): quando, per esempio? 9. La comicità di questo brano è creata soprattutto da (più risposte) ☐ inadeguatezza dei personaggi ☐ un susseguirsi di equivoci inaspettati ☐ un insieme di situazioni esagerate ☐ una sottile ironia di fondo ☐ un ribaltamento delle aspettative 10. Quesito INVALSI Per gustare pienamente il senso dell’ultimo periodo del testo (r. 116-121), è necessario capire al volo i soggetti delle diverse frasi, tutti sottintesi. Indicali con una crocetta. Ogni volta che lo vedeva ringhiava e indietreggiava veniva messo sul fornello schizzava fuori dalla barca ESPRIMERE E VALUTARE 11. Scrivere Mettiti nei panni del “piccolo bricco pieno di coraggio” e racconta dal suo punto di vista l’incontro-scontro con Montmorency. 12. Scrivere Ti è mai capitato di vivere un’esperienza simile a quella dei tre amici? Tu come ti sei comportato? Racconta, con qualche spunto di umorismo. AL CINEMA Il povero Montmorency colpito dal bricco del tè fa tre volte il giro dell’isola. Una scena che ne ricorda un’altra in cui il protagonista è il ragionier Fantozzi! • Fantozzi al campeggio (da Fantozzi di Luciano Salce) LIBRI PER TE Jerome Klapka Jerome, Tre uomini in barca, Mursia Niente di più rilassante di una vacanza in barca, risalendo il fiume Tamigi… Ma ne siamo proprio sicuri? Prendete tre amici un po’ nevrotici e imbranati (per non parlar del cane), capaci di cacciarsi nei guai anche nelle situazioni più normali, e quella che doveva essere una tranquilla gita si trasformerà in una tragicomica serie di strampalate avventure. Un classico dell’umorismo “stile inglese” che ha avuto un enorme successo.
Una cena sul fiume Jerome Klapka Jerome La nostra barca ci aspettava a Kingston proprio sotto il ponte; ci depositammo i nostri bagagli e ci montammo sopra. - Pronti? - disse il barcaiolo. - Pronti - rispondemmo, e con Harris ai remi, io al timone, e l’infelice e sospettoso Montmorency a prua scivolammo rapidamente su quelle acque che sarebbero state la nostra casa per una quindicina di giorni. Erano le sette e mezzo di sera quando, dopo aver superato la chiusa1, ci avvicinammo con la barca alla riva sinistra alla ricerca di un punto adatto per ormeggiare2. Avevamo avuto l’intenzione di arrivare fino all’isola della Magna Charta, uno dei punti più incantevoli del fiume, dove il Tamigi si snoda lungo una dolce vallata verde, e di accamparci in una delle molte piccole insenature che si trovano lungo quella spiaggia. Ma, se devo dire la verità, il desiderio del pittoresco non era più così intenso in noi come nelle prime ore della giornata. Quella sera ci saremmo contentati anche di un pezzetto di fiume tra una chiatta3 carica di carbone e l’officina del gas. Volevamo solo cenare e andare a dormire. Comunque, remammo fino a un posto chiamato Picnic Point e ci fermammo in un delizioso angoletto sotto un grande olmo, e assicurammo la barca alle radici dell’albero che sporgevano sul fiume. Harris ed io dicemmo che era l’ora di cenare (avevamo saltato il tè delle cinque per guadagnar tempo), ma George si oppose; disse che era meglio montare subito il telone prima che facesse buio; poi ci si poteva mettere tranquillamente a mangiare. Il montaggio del telone prese molto più tempo di quello che ci eravamo aspettati. In astratto la cosa era semplicissima. Si prendevano cinque archi di ferro, simili a giganteschi archetti da croquet4, si fissavano ai bordi della barca, ci si stendeva sopra il telone e si legavano gli angoli in basso; avevamo calcolato che ci volessero non più di dieci minuti. Avevamo sbagliato i calcoli. Prendemmo gli archi e cominciammo a infilarne le estremità negli appositi incastri. Vi sembrerà un lavoro poco pericoloso, ma ripensandoci oggi mi stupisco che ognuno di noi sia ancora vivo. Quelli non erano archi, erano demoni. Prima non volevano entrare in nessun modo nei loro incastri e bisognava prenderli a calci e a martellate; poi, quando erano entrati, si scopriva che erano stati infilati nell’incastro sbagliato e bisognava ritirarli fuori. Ma non volevano più uscire, e bisognava lottare in due per cinque minuti per tirarli fuori; allora schizzavano via all’improvviso cercando di scaraventarci in acqua. Questi archi erano uniti nel mezzo da una piccola cerniera che, quando noi si voltava le spalle, ci dava dei pizzicotti a tradimento sul sedere; e mentre si combatteva con un’estremità dell’arco cercando di convincerla a fare il suo dovere, l’altra parte ci assaliva vigliaccamente colpendoci la testa. Finalmente riuscimmo a fissarli alla meno peggio; bisognava ora stenderci sopra il telone. George lo srotolò e ne legò un’estremità alla prua della barca. Harris stava nel mezzo, pronto a riceverlo da George e a passarlo a me che dovevo legarlo a poppa. Ci volle un pezzo prima che il telone arrivasse a me. George fece bene la sua parte, ma Harris era nuovo per un lavoro del genere e combinò un bel pasticcio. Come abbia fatto, non lo so; lui stesso non fu capace di spiegarlo; il fatto è che dopo dieci minuti di sforzi sovrumani e per mezzo di un misterioso accadimento, egli si trovò completamente avvolto nel telone. Era avviluppato e fasciato così strettamente che non riusciva a uscirne. Naturalmente faceva sforzi disperati per ottenere la libertà, il diritto di ogni cittadino inglese, ma così facendo (lo seppi dopo) cadde addosso a George; allora George, caricandolo di ingiurie, cominciò a lottare per liberarsi, col risultato di rimanere anche lui impigliato e arrotolato nel telone. Io non capivo niente di quello che stava succedendo. Mi avevano detto di restare dov’ero e di aspettare che qualcuno mi porgesse il telone; e così, insieme a Motmorency, mi misi ad aspettare placidamente. Vedemmo che il telone si agitava e si contorceva convulsamente, ma pensavamo che tutto questo facesse parte del metodo, e ci guardammo bene dall’intervenire. Aspettammo un pezzo, ma la situazione sembrava complicarsi sempre di più. Si sentivano anche degli insulti soffocati che provenivano da sotto il telone; si aveva l’impressione che i due amici avessero trovato il lavoro piuttosto complicato, ma decidemmo che prima di intervenire fosse meglio aspettare che le cose si fossero semplificate. Alla fine la testa di George sbucò contorcendosi da un lato del telone dicendo: - Dacci una mano, cretino! Non restare lì come una mummia mentre stiamo soffocando!Non ho mai saputo resistere a un’invocazione di soccorso, e mi precipitai a liberarli, ma non prima che la faccia di Harris assumesse un bel colore paonazzo. Ci volle mezz’ora di duro lavoro per montare il telone; poi, dopo aver dato una ripulita alla barca, ci preparammo la cena. Mettemmo il bricco5 per il tè a bollire a prua e ci ritirammo a poppa fingendo di non badargli e cominciando a tirar fuori il necessario dalla cesta. Questo è l’unico modo per far bollire l’acqua per il tè sul fiume. Se il bricco vede che aspettate con ansia che l’acqua bolla, non si metterà nemmeno a borbottare. Dovete allontanarvi e cominciare a mangiare come se niente fosse, come se non aveste nessuna voglia di prendere il tè. Non dovete nemmeno guardarlo. Solo allora sentirete l’acqua che trabocca, desiderosa di essere trasformata in tè. Nel caso abbiate molta fretta, è consigliabile parlare con i vostri amici a voce molto alta dicendo che non avete nessuna voglia di prendere il tè. Vi avvicinate al bricco in modo che vi possa sentire e gridate: - Io non prendo il tè; tu lo vuoi George? Allora George risponde a voce alta: - No, il tè non mi piace, prenderò una limonata… Il tè è così indigesto. A questo punto l’acqua comincia a bollire, trabocca dal bricco e spegne il fornello. Adottammo questa innocua astuzia col risultato che quando la cena era pronta, era pronto anche il tè. Poi accendemmo la lanterna e ci accovacciammo per cenare. Finimmo la cena col tè e con una torta di ciliegie. Montmorency, durante la preparazione del tè, ebbe un violento scontro col bricco dell’acqua calda, e ne uscì sconfitto. Il cane aveva manifestato una grande curiosità nei riguardi del bricco. Si sedeva a osservarlo mentre bolliva con un’espressione perplessa e cercava di tanto in tanto di provocarlo con dei sordi brontolii. Quando il bricco cominciava a sbuffare e ad emettere vapore, Montmorency considerava questo atteggiamento come una sfida e si preparava all’attacco. Al primo rumore emesso dal bricco, si alzò ringhiando e avanzò in atteggiamento minaccioso. Era solo un piccolo bricco, ma era pieno di coraggio, e accolse il nemico sputandogli sul muso. - Ah sì! - ringhiò Montmorency digrignando i denti. - T’insegnerò io a prendere in giro un cane rispettabile e lavoratore come me! Fatti avanti se hai coraggio, sporco miserabile dal naso lungo! E si scagliò contro il povero bricco afferrandolo per il becco. Allora, nel silenzio della sera, risuonò un guaito straziante. Montmorency schizzò fuori dalla barca e fece per tre volte il giro dell’isola alla velocità di trentacinque miglia all’ora, fermandosi di tanto in tanto a ficcare il muso nelle pozze fangose. Da allora in poi Montmorency guardò sempre il bricco con un misto di rispetto, di diffidenza e di odio. Ogni volta che lo vedeva, ringhiava e indietreggiava rapidamente con la coda tra le gambe, e quando veniva messo sul fornello schizzava fuori dalla barca e restava seduto sulla riva finché tutte le operazioni per la preparazione del tè non fossero terminate. (Tratto da: J. K. Jerome, Tre uomini in barca, Mursia) Il testo George, Harris e Jerome sono tre inseparabili amici che ritengono di essere in pessime condizioni di salute, a dispetto del robusto appetito di cui danno continuamente prova. Decidono allora di prendersi un’originale vacanza lontani dalla vita triste e monotona di Londra: percorreranno il Tamigi a bordo di una chiatta, trascorrendo le notti sulla barca sotto un telone, in qualche ospitale ansa del fiume. Sarà con loro Montmorency, un vivace e simpatico fox terrier. L’autore Jerome Klapka Jerome (1859-1927) è stato uno scrittore inglese. Ebbe una giovinezza difficile: rimasto orfano di entrambi i genitori, iniziò a lavorare raccogliendo carbone per le ferrovie a soli 14 anni. In seguito fece diversi altri lavori, tra cui anche l’attore di teatro. La sua vita cambiò grazie all’enorme successo del romanzo Tre uomini in barca (1889). Vi fu anche un seguito, Tre uomini a zonzo, che però non ottenne lo stesso favore. 1. chiusa: sbarramento artificiale che serve a trattenere le acque di un fiume o di un canale. 2. ormeggiare: fissare un’imbarcazione a un approdo mediante catene, cavi o funi. 3. chiatta:  grossa barca a fondo piatto. 4. croquet: gioco nel quale si fa passare una palla di legno, colpita da una mazza, sotto una serie di archetti. 5. bricco: recipiente in metallo, con manico e beccuccio, in cui si mettono a bollire bevande come latte, caffè, tè. USA IL DIZIONARIO Quale di questi è un sinonimo di “ci accovacciammo”? ☐ ci accomodammo ☐ ci sedemmo ☐ ci accucciammo COMPRENDERE 1. Chi sono i personaggi? 2. Quanto dura la situazione narrata in questo racconto? 3. Che cosa cercano di fare i tre amici dopo essersi fermati a Picnic Point? 4. Qual è l’atteggiamento iniziale di Montmorency verso il bricco del tè? E in seguito? LESSICO 5. I romanzi di Jerome Klapka Jerome rappresentano dei classici dell’umorismo inglese, nei quali, spesso, il sorriso è indotto dall’uso originale delle parole. Ritrova nel brano le espressioni che seguono e vediamo insieme in che cosa consiste il loro umorismo rispetto al contesto. a. «Quelli non erano archi, erano demoni» (r. 33) Perché gli archi vengono definiti “demoni”? b. «Mi misi ad aspettare placidamente» (r. 60-61) Che cosa avrebbe dovuto fare il protagonista, invece di restare fermo “placidamente”? c. «Non ho mai saputo resistere a un’invocazione di soccorso» (r. 72) Quando, in realtà, è intervenuto? In quale modo, quindi, è usato il verbo “resistere”? ANALIZZARE 6. Per divertire, lo scrittore ricorre alla tecnica della personificazione. Infatti, al bricco del tè vengono attribuiti intenzioni e sentimenti in due momenti: rispetto ai tre uomini e rispetto al cane. Individua nel testo e sottolinea con due colori diversi le frasi più significative riferite agli uomini e al cane. 7. Ci sono nel testo altri casi di personificazione degli oggetti? Quali? 8. In alcuni casi l’autore ricorre alla tecnica dell’esagerazione (iperbole): quando, per esempio? 9. La comicità di questo brano è creata soprattutto da (più risposte) ☐ inadeguatezza dei personaggi  ☐ un susseguirsi di equivoci inaspettati ☐ un insieme di situazioni esagerate  ☐ una sottile ironia di fondo ☐ un ribaltamento delle aspettative 10. Quesito INVALSI Per gustare pienamente il senso dell’ultimo periodo del testo (r. 116-121), è necessario capire al volo i soggetti delle diverse frasi, tutti sottintesi. Indicali con una crocetta. Ogni volta che lo vedeva ringhiava e indietreggiava veniva messo sul fornello schizzava fuori dalla barca ESPRIMERE E VALUTARE 11. Scrivere Mettiti nei panni del “piccolo bricco pieno di coraggio” e racconta dal suo punto di vista l’incontro-scontro con Montmorency. 12. Scrivere Ti è mai capitato di vivere un’esperienza simile a quella dei tre amici? Tu come ti sei comportato? Racconta, con qualche spunto di umorismo. AL CINEMA Il povero Montmorency colpito dal bricco del tè fa tre volte il giro dell’isola. Una scena che ne ricorda un’altra in cui il protagonista è il ragionier Fantozzi! • Fantozzi al campeggio (da Fantozzi di Luciano Salce) LIBRI PER TE Jerome Klapka Jerome, Tre uomini in barca, Mursia Niente di più rilassante di una vacanza in barca, risalendo il fiume Tamigi… Ma ne siamo proprio sicuri? Prendete tre amici un po’ nevrotici e imbranati (per non parlar del cane), capaci di cacciarsi nei guai anche nelle situazioni più normali, e quella che doveva essere una tranquilla gita si trasformerà in una tragicomica serie di strampalate avventure. Un classico dell’umorismo “stile inglese” che ha avuto un enorme successo.