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I MITI DEI FENOMENI NATURALI I miti del sole Nelle società antiche, con un’economia basata sull’agricoltura, erano certamente diffusi nella popolazione timori legati al raccolto e alle forze della natura. Si svilupparono così miti che cercavano di spiegare la causa degli improvvisi cambiamenti di clima che provocavano gravi danni all’agricoltura: il sole che bruciava la terra. E chi erano i colpevoli? Figli ribelli che non rispettavano le regole stabilite dai loro genitori. Bianche frecce contro il sole (mito cinese) Negli antichi giorni della Cina, Dijun, dio del Cielo Orientale dalle forme di albero, e sua moglie Shiho, avevano dieci figli, forti e belli, ognuno con un abito giallo, una sciarpa arancione e un mantello di fiamma. Ogni mattina la madre orgogliosa chiamava con un figlio il drago che giaceva avvolto intorno al grande albero dove viveva o lo attaccava al suo carro. Poi, con uno dei suoi figli accanto, guidava fino al limite del Cielo Orientale. Lasciava il figlio solo a percorrere la strada del cielo. Ogni figlio, sapete, era un sole. Per molte migliaia di mattine si verificò la stessa storia. Ma dopo altre migliaia di anni, i ragazzi-sole crebbero diventando violenti, rumorosi, troppo vanitosi e cocciuti per mettere in pratica ciò che avevano imparato dai genitori. Amavano fare ogni cosa insieme e non avevano la pazienza di aspettare dieci giorni il loro turno per illuminare il mondo. Così avvenne che durante il regno dell’imperatore Yao, l’Impero Cinese fu vittima di un terribile scherzo. Le foglie degli alberi, divenute nere, si arricciarono. Le penne delle gru caddero bruciate. Le vasche dei pesci bollirono e i rododendri arsero sulle colline della Cina come milioni di fuochi. Perché ora dieci soli viaggiavano insieme nel cielo. Angoli che erano giardini di giorno diventavano deserti prima di notte. Neppure la notte portava sollievo al terribile calore e alla mostruosa aridità perché i dieci soli rimanevano sempre nel cielo facendo gare di corsa e divertendosi. L’imperatore Yao attraversò l’oceano e, recatosi da Dijun, così parlò: - Meraviglioso governatore del Cielo Orientale, potresti chiedere ai tuoi regali figli di comportarsi come un tempo e percorrere uno alla volta la strada del cielo? Il mondo brucia, il mare evapora, e presto l’unica fonte d’acqua che rimarrà saranno le lacrime del mio popolo! Il grande albero fremette tutto. - O imperatore, nessuna parola può essere più dura per un padre, ma i miei figli sono la mia vergogna! Ma riferisci al tuo popolo che io non lo abbandonerò in mezzo al fuoco. Ho mandato Yi il Grande arciere del cielo, con il suo arco rosso e dieci frecce bianche, ad abbattere i miei figli delinquenti! L’imperatore Yao si inchinò e tornò dal suo popolo con la buona notizia. Anche se nessuno vide Yi in persona e neppure la curva rossa del suo arco, molti dissero di avere visto le sue bianche frecce scoccare nel cielo. Bang! Un sole esplose in una palla di fuoco e incominciò a ruotare come una girandola. Cadendo, cambiò colore - da bianco-incandescente a rosso-sangue a bruno-bruciato a marrone. Ogni fiamma divenne quindi la penna nera di un corvo, e il corpo morto cadde poi con le zampe in su e una freccia nel petto. Bang! Bang! I soli caddero come le arance da un albero che viene scosso. Quattro, cinque, sei. Presto a Yao fu chiaro che Dijun intendeva far uccidere tutti i suoi figli. Yi l’arciere aveva dieci frecce nella sua faretra1 e, scagliando l’ultima, avrebbe fatto precipitare il mondo in un’oscurità totale. Il caldo non sarebbe più stato troppo, ma troppo poco, gli uccelli si sarebbero nascosti negli alberi e i pesci sarebbero congelati insieme all’acqua degli stagni. - Presto! - disse al cortigiano che gli stava di fianco. - Raggiungi di corsa Yi e ruba la sua ultima freccia dalla faretra! Senza dire nulla, il cortigiano si mise a correre attraverso prati bruciati e ruscelli asciutti, oltre cespugli carbonizzati e foreste incendiate. Mentre correva, le ombre che si stendevano dietro di lui diminuirono da quattro a tre e corvi neri caddero ai suoi piedi. Mentre correva, la temperatura scese e un altro corvo cadde. Quando il cortigiano intravide Yi - il suo arco rosso piegato come un giovane alberello - la corda vibrò e il nono sole esplose in una girandola di fiamme. Un altro corvo, il nono, piombò a terra. Yi si allungò indietro e cercò l’ultima freccia. Frugò, cercò nella faretra e si guardò intorno. Non vide che la polvere sollevata da un uomo che correva senza fermarsi. Non si fermò infatti finché non raggiunse la corte dell’imperatore Yao e mostrò al suo signore una freccia bianca. Nel frattempo l’ultimo dei figli di Dijun correva verso l’orizzonte orientale, troppo impaurito per guardare indietro. Poi scomparve oltre il limite del mondo, e la notte cadde sul Giorno dell’Ira di Dijun. L’ultimo figlio era molto spaventato dall’accaduto e non voleva più mostrare la sua faccia in cielo. - L’arciere celeste mi ucciderà, madre! - piagnucolava pietosamente. Ma la madre lo legò al carro del suo drago la mattina seguente e gli ordinò di nuovo di uscire al margine del Cielo Orientale. - E lo farà, se non ti comporterai meglio in futuro, giovanotto! - e indicò imperiosamente la strada nel cielo blu. Appena si fu voltato, la madre lo guardò, mentre incominciava il suo viaggio, con un dolce sorriso e la testa leggermente inclinata. Era così grata all’imperatore Yao, di aver salvato la vita al figlio più giovane, che gli permise qualche volta di salire sul suo carro. E sembra che insieme abbiano visitato i confini della grande Cina discutendo di tè e scacchi. (Tratto da: Geraldine McCaughrean, Miti e leggende. Il sole, il cielo, gli eroi, Mondadori) Il testo Immagina molti soli presenti contemporaneamente nel cielo, sfolgoranti giorno e notte, mai disposti a tramontare, e pensa alle conseguenze per gli uomini. È quanto accade in questo mito cinese, che ci parla di figli indisciplinati e di un padre costretto a prendere un’atroce decisione. 1. faretra: contenitore in cui si mettono le frecce, portato sulle spalle. Fetonte e il carro del Sole (mito greco) Apollo aveva amato la ninfa Climene, figlia di Minia, e da lei aveva avuto un figlio, Fetonte. Un giorno, mentre il ragazzo giocava con i suoi coetanei, costoro presero a sbeffeggiarlo, perché Fetonte sosteneva di essere figlio di Apollo ed essi non ci credevano. Fetonte ne restò mortificato, e per avere su essi una rivincita andò a trovare il padre e lo scongiurò con le lacrime agli occhi che, per attestare al mondo la sua vera nascita, gli lasciasse guidare per un giorno, per un solo giorno, il carro del Sole. Apollo cercò in tutti i modi di distoglierlo da questa pazza idea; ma Fetonte pianse, supplicò, e tanto disse e fece, che ottenne alla fine ciò che voleva. Salì sul carro di fuoco e partì. Ma, quando poi si vide solo, sopra quel carro fiammeggiante, e sotto i piedi vide un baratro fondo, s’impaurì. I quattro cavalli che tiravano il carro avvertirono immediatamente la mano inesperta di chi li guidava e sbagliarono strada. Il carro, sbandando, ora saliva troppo alto, minacciando di bruciare la volta celeste, ora invece scendeva troppo in basso, e a quel calore i fiori e le messi si seccavano, le foreste s’incendiavano, le montagne ardevano, i fiumi e tutte le acque della Terra si prosciugavano. Zeus ebbe pietà degli uomini e del mondo, e per salvarli lanciò la sua folgore sul presuntuoso ragazzo: Fetonte morì e precipitò nel fiume Eridano, che oggi si chiama Po. Mentre i cavalli ritornavano da soli alle proprie stalle, le sorelle del disgraziato Fetonte, le Heliadi, piangevano disperatamente la sua morte. Zeus, impietosito di quel dolore, le mutò in pioppi e le loro lacrime divennero gocce d’ambra1: questi pioppi fremono ancora lungo le rive del Po. (Tratto da: Fernando Palazzi, I miti degli dèi e degli eroi, Loescher) Il testo Anche in questo caso il Sole diventa un pericolo per la Terra: il mondo greco vive momenti di terrore a causa di un Sole impazzito. USA IL DIZIONARIO Cerca in queste righe un verbo sinonimo di “sentire”, “percepire”. 1. ambra: resina fossile, di colore giallo bruno o rossiccio, usata per oggetti ornamentali. ANALIZZARE 1. Hai certamente notato molte analogie tra i due testi, elaborati in aree geografiche molto distanti tra loro. Vediamo di evidenziarle con un confronto, che metterà in rilievo anche ciò che differenzia i due miti. Completa la tabella. ESPRIMERE E VALUTARE 2. Certamente questi racconti mitici sono stati ispirati da timori che erano diffusi tra tutte le popolazioni dell’antichità, che vivevano dei prodotti dei campi e che erano in balìa delle forze della natura. Quali potevano essere questi timori? Che cosa poteva condizionare negativamente i raccolti? Per aiutarti nella risposta, ti suggeriamo di cercare il significato delle parole: gelata, siccità, inondazione, carestia. 3. Conosci un fenomeno naturale durante il quale il Sole si oscura? Di che cosa si tratta?
I MITI DEI FENOMENI NATURALI I miti del sole Nelle società antiche, con un’economia basata sull’agricoltura, erano certamente diffusi nella popolazione timori legati al raccolto e alle forze della natura. Si svilupparono così miti che cercavano di spiegare la causa degli improvvisi cambiamenti di clima che provocavano gravi danni all’agricoltura: il sole che bruciava la terra. E chi erano i colpevoli? Figli ribelli che non rispettavano le regole stabilite dai loro genitori. Bianche frecce contro il sole (mito cinese) Negli antichi giorni della Cina, Dijun, dio del Cielo Orientale dalle forme di albero, e sua moglie Shiho, avevano dieci figli, forti e belli, ognuno con un abito giallo, una sciarpa arancione e un mantello di fiamma. Ogni mattina la madre orgogliosa chiamava con un figlio il drago che giaceva avvolto intorno al grande albero dove viveva o lo attaccava al suo carro. Poi, con uno dei suoi figli accanto, guidava fino al limite del Cielo Orientale. Lasciava il figlio solo a percorrere la strada del cielo. Ogni figlio, sapete, era un sole. Per molte migliaia di mattine si verificò la stessa storia. Ma dopo altre migliaia di anni, i ragazzi-sole crebbero diventando violenti, rumorosi, troppo vanitosi e cocciuti per mettere in pratica ciò che avevano imparato dai genitori. Amavano fare ogni cosa insieme e non avevano la pazienza di aspettare dieci giorni il loro turno per illuminare il mondo. Così avvenne che durante il regno dell’imperatore Yao, l’Impero Cinese fu vittima di un terribile scherzo. Le foglie degli alberi, divenute nere, si arricciarono. Le penne delle gru caddero bruciate. Le vasche dei pesci bollirono e i rododendri arsero sulle colline della Cina come milioni di fuochi. Perché ora dieci soli viaggiavano insieme nel cielo. Angoli che erano giardini di giorno diventavano deserti prima di notte. Neppure la notte portava sollievo al terribile calore e alla mostruosa aridità perché i dieci soli rimanevano sempre nel cielo facendo gare di corsa e divertendosi. L’imperatore Yao attraversò l’oceano e, recatosi da Dijun, così parlò: - Meraviglioso governatore del Cielo Orientale, potresti chiedere ai tuoi regali figli di comportarsi come un tempo e percorrere uno alla volta la strada del cielo? Il mondo brucia, il mare evapora, e presto l’unica fonte d’acqua che rimarrà saranno le lacrime del mio popolo! Il grande albero fremette tutto. - O imperatore, nessuna parola può essere più dura per un padre, ma i miei figli sono la mia vergogna! Ma riferisci al tuo popolo che io non lo abbandonerò in mezzo al fuoco. Ho mandato Yi il Grande arciere del cielo, con il suo arco rosso e dieci frecce bianche, ad abbattere i miei figli delinquenti! L’imperatore Yao si inchinò e tornò dal suo popolo con la buona notizia. Anche se nessuno vide Yi in persona e neppure la curva rossa del suo arco, molti dissero di avere visto le sue bianche frecce scoccare nel cielo. Bang! Un sole esplose in una palla di fuoco e incominciò a ruotare come una girandola. Cadendo, cambiò colore - da bianco-incandescente a rosso-sangue a bruno-bruciato a marrone. Ogni fiamma divenne quindi la penna nera di un corvo, e il corpo morto cadde poi con le zampe in su e una freccia nel petto. Bang! Bang! I soli caddero come le arance da un albero che viene scosso. Quattro, cinque, sei. Presto a Yao fu chiaro che Dijun intendeva far uccidere tutti i suoi figli. Yi l’arciere aveva dieci frecce nella sua faretra1 e, scagliando l’ultima, avrebbe fatto precipitare il mondo in un’oscurità totale. Il caldo non sarebbe più stato troppo, ma troppo poco, gli uccelli si sarebbero nascosti negli alberi e i pesci sarebbero congelati insieme all’acqua degli stagni. - Presto! - disse al cortigiano che gli stava di fianco. - Raggiungi di corsa Yi e ruba la sua ultima freccia dalla faretra! Senza dire nulla, il cortigiano si mise a correre attraverso prati bruciati e ruscelli asciutti, oltre cespugli carbonizzati e foreste incendiate. Mentre correva, le ombre che si stendevano dietro di lui diminuirono da quattro a tre e corvi neri caddero ai suoi piedi. Mentre correva, la temperatura scese e un altro corvo cadde. Quando il cortigiano intravide Yi - il suo arco rosso piegato come un giovane alberello - la corda vibrò e il nono sole esplose in una girandola di fiamme. Un altro corvo, il nono, piombò a terra. Yi si allungò indietro e cercò l’ultima freccia. Frugò, cercò nella faretra e si guardò intorno. Non vide che la polvere sollevata da un uomo che correva senza fermarsi. Non si fermò infatti finché non raggiunse la corte dell’imperatore Yao e mostrò al suo signore una freccia bianca. Nel frattempo l’ultimo dei figli di Dijun correva verso l’orizzonte orientale, troppo impaurito per guardare indietro. Poi scomparve oltre il limite del mondo, e la notte cadde sul Giorno dell’Ira di Dijun. L’ultimo figlio era molto spaventato dall’accaduto e non voleva più mostrare la sua faccia in cielo. - L’arciere celeste mi ucciderà, madre! - piagnucolava pietosamente. Ma la madre lo legò al carro del suo drago la mattina seguente e gli ordinò di nuovo di uscire al margine del Cielo Orientale. - E lo farà, se non ti comporterai meglio in futuro, giovanotto! - e indicò imperiosamente la strada nel cielo blu. Appena si fu voltato, la madre lo guardò, mentre incominciava il suo viaggio, con un dolce sorriso e la testa leggermente inclinata. Era così grata all’imperatore Yao, di aver salvato la vita al figlio più giovane, che gli permise qualche volta di salire sul suo carro. E sembra che insieme abbiano visitato i confini della grande Cina discutendo di tè e scacchi. (Tratto da: Geraldine McCaughrean, Miti e leggende. Il sole, il cielo, gli eroi, Mondadori) Il testo Immagina molti soli presenti contemporaneamente nel cielo, sfolgoranti giorno e notte, mai disposti a tramontare, e pensa alle conseguenze per gli uomini. È quanto accade in questo mito cinese, che ci parla di figli indisciplinati e di un padre costretto a prendere un’atroce decisione. 1. faretra: contenitore in cui si mettono le frecce, portato sulle spalle. Fetonte e il carro del Sole (mito greco) Apollo aveva amato la ninfa Climene, figlia di Minia, e da lei aveva avuto un figlio, Fetonte. Un giorno, mentre il ragazzo giocava con i suoi coetanei, costoro presero a sbeffeggiarlo, perché Fetonte sosteneva di essere figlio di Apollo ed essi non ci credevano. Fetonte ne restò mortificato, e per avere su essi una rivincita andò a trovare il padre e lo scongiurò con le lacrime agli occhi che, per attestare al mondo la sua vera nascita, gli lasciasse guidare per un giorno, per un solo giorno, il carro del Sole. Apollo cercò in tutti i modi di distoglierlo da questa pazza idea; ma Fetonte pianse, supplicò, e tanto disse e fece, che ottenne alla fine ciò che voleva. Salì sul carro di fuoco e partì. Ma, quando poi si vide solo, sopra quel carro fiammeggiante, e sotto i piedi vide un baratro fondo, s’impaurì. I quattro cavalli che tiravano il carro avvertirono immediatamente la mano inesperta di chi li guidava e sbagliarono strada. Il carro, sbandando, ora saliva troppo alto, minacciando di bruciare la volta celeste, ora invece scendeva troppo in basso, e a quel calore i fiori e le messi si seccavano, le foreste s’incendiavano, le montagne ardevano, i fiumi e tutte le acque della Terra si prosciugavano. Zeus ebbe pietà degli uomini e del mondo, e per salvarli lanciò la sua folgore sul presuntuoso ragazzo: Fetonte morì e precipitò nel fiume Eridano, che oggi si chiama Po. Mentre i cavalli ritornavano da soli alle proprie stalle, le sorelle del disgraziato Fetonte, le Heliadi, piangevano disperatamente la sua morte.  Zeus, impietosito di quel dolore, le mutò in pioppi e le loro lacrime divennero gocce d’ambra1: questi pioppi fremono ancora lungo le rive del Po. (Tratto da: Fernando Palazzi, I miti degli dèi e degli eroi, Loescher) Il testo Anche in questo caso il Sole diventa un pericolo per la Terra: il mondo greco vive momenti di terrore a causa di un Sole impazzito. USA IL DIZIONARIO Cerca in queste righe un verbo sinonimo di “sentire”, “percepire”. 1. ambra: resina fossile, di colore giallo bruno o rossiccio, usata per oggetti ornamentali. ANALIZZARE 1. Hai certamente notato molte analogie tra i due testi, elaborati in aree geografiche molto distanti tra loro. Vediamo di evidenziarle con un confronto, che metterà in rilievo anche ciò che differenzia i due miti. Completa la tabella. ESPRIMERE E VALUTARE 2. Certamente questi racconti mitici sono stati ispirati da timori che erano diffusi tra tutte le popolazioni dell’antichità, che vivevano dei prodotti dei campi e che erano in balìa delle forze della natura. Quali potevano essere questi timori? Che cosa poteva condizionare negativamente i raccolti? Per aiutarti nella risposta, ti suggeriamo di cercare il significato delle parole: gelata, siccità, inondazione, carestia. 3. Conosci un fenomeno naturale durante il quale il Sole si oscura? Di che cosa si tratta?