VOLTIAMO PAGINA MITO EPICA TEATRO

Gilgamesh e la pianta della gioventù (mito mesopotamico) Correva fama che in un’isola, ai confini della Terra, vivesse l’unico mortale che era sempre sfuggito alla morte, un vecchio, vecchissimo uomo, il cui nome era Utnapishtim. Gilgamesh decise di andarlo a visitare, per apprendere da lui il segreto della vita eterna. Non appena sorse il sole, Gilgamesh si mise dunque in viaggio, e finalmente, dopo aver percorso una lunga strada, giunse alla fine del mondo e vide dinanzi a sé un’alta montagna, le cui due vette toccavano il cielo, e le cui radici arrivavano fino agli Inferi1. Davanti alla montagna, era un massiccio cancello, e il cancello era difeso da creature spaventose e terribili, mezze uomini e mezze scorpioni. Per un attimo, Gilgamesh esitò e riparò i suoi occhi dal loro orribile sguardo. Poi si riprese, e avanzò coraggiosamente per affrontarle. Quando i mostri videro che l’eroe non aveva alcun timore, e quando scorsero la bellezza della sua persona, subito compresero che di fronte ad essi non stava un comune mortale. Cionondimeno, essi gli impedirono il passaggio, e domandarono la ragione della sua venuta. Gilgamesh disse loro di voler andare da Utnapishtim. Per apprendere il segreto della vita eterna. - Questa - rispose il loro capo - è una cosa che nessuno ha mai appreso; né alcun mortale ha mai potuto raggiungere questo saggio che non ha età. Infatti, il sentiero del quale stiamo a difesa, è il sentiero del Sole, un’oscura galleria lunga dodici leghe2, una strada che il piede dell’uomo non può calpestare. - Fosse essa anche più lunga e più oscura - replicò l’eroe - fossero i pericoli e le pene anche più ardui, fosse il calore anche più intenso e il freddo più pungente, io sono deciso a calpestarla!Al suono di quelle parole, le sentinelle compresero che stava di fronte a loro un essere superiore ai mortali, e immediatamente aprirono il cancello. Con coraggio e ardire, Gilgamesh entrò nella galleria; ma ad ogni passo la strada si faceva più oscura, finché alla fine l’eroe non poté più distinguere nulla, né davanti né dietro a sé. Cionondimeno, continuò ad avanzare, e proprio mentre cominciava a pensare che la strada non avrebbe mai avuto fine, un alito di vento gli sfiorò il volto, e un sottile raggio di luce traversò le tenebre. Quando uscì alla luce del sole, una vista meravigliosa si offrì al suo sguardo: si trovava nel mezzo di un giardino incantato, dagli alberi del quale pendevano pietre preziose. E mentre li contemplava rapito3, la voce del dio del Sole pervenne dal cielo alle sue orecchie. - Gilgamesh - disse la voce - non avanzare oltre. Questo è il giardino delle Delizie. Trattieniti qui un poco, e godi di queste bellezze. Mai, prima di ora, gli dèi hanno concesso a un mortale così grande favore, e non puoi sperare di più. La vita eterna, che tu vai cercando, non riuscirai mai a trovarla. Ma neppure queste parole poterono distogliere l’eroe dal suo proposito, e lasciandosi dietro il paradiso terrestre, proseguì nel suo viaggio. Era molto affaticato e stanco, quando giunse in vista di una casa, che sembrava essere una locanda. Gilgamesh spiegò alla locandiera chi egli era e la ragione del suo viaggio. Allora ella gli aprì la porta e gli diede il benvenuto. Più tardi, a sera, Gilgamesh e la locandiera cominciarono a discorrere e quest’ultima cercò di dissuadere l’eroe dal suo proposito. - Gilgamesh - ella disse - ciò che tu cerchi, non lo troverai mai. Infatti, allorché gli dèi crearono l’uomo, a lui dettero la morte, e tennero per sé la vita eterna. Perciò, godi di quanto ti è concesso: mangia, bevi, sii allegro; è per questo che sei nato! Ma neppure questa volta l’eroe si lasciò persuadere, e subito si informò dalla locandiera del cammino per raggiungere Utnapishtim. - Egli vive - rispose la donna - in una remota isola, e per raggiungerla devi attraversare un oceano. Ma questo oceano, è l’Oceano della morte, e nessun essere vivente vi ha mai navigato. Però si trova ora qui, in questa locanda, un uomo, che ha nome Urshanabi. Egli è il nocchiero4 del vecchio saggio ed è venuto qui per una faccenda: forse puoi indurlo a trasportarti sull’isola. Così la locandiera presentò Gilgamesh al nocchiero, che accettò di trasportarlo sull’isola. In breve tempo allestirono la barca e presero il mare. Toccarono terra dopo un lungo viaggio. Urshanabi condusse il suo passeggero alla presenza di Utnapishtim. Al quale Gilgamesh narrò perché era venuto e che cosa cercava. - Giovanotto - rispose il vegliardo - ciò che tu cerchi, non lo troverai mai. Infatti, sulla Terra non vi è nulla di eterno. Tempo e stagione sono stabiliti per ogni cosa. - È vero - rispose l’eroe - ma tu stesso sei un mortale, e in nulla differisci da me; eppure sei eterno. Dimmi come hai trovato il segreto della vita eterna che ti ha reso simile agli dèi. Gli occhi del vegliardo fissarono un punto lontano. Parve che tutti i giorni di tutti gli anni della sua vita sfilassero in processione dinanzi a lui. Poi, dopo una lunga pausa, sollevò il capo, e sorrise. - Gilgamesh - disse lentamente - ti svelerò il segreto: un segreto grande e sacro che nessuno conosce, eccettuati gli dèi e io stesso. E gli narrò la storia di come, per ordine degli dèi, per sfuggire al Diluvio universale, con la moglie aveva raggiunto un’isola sul lontano orizzonte, dove gli dèi lo avevano condotto perché vi abitasse in eterno. Quando Gilgamesh ebbe udito il racconto, comprese che la sua richiesta era stata vana, perché era chiaro che il vegliardo non aveva alcuna formula arcana5 da offrirgli. Egli era divenuto immortale, come ora aveva rivelato, per una grazia particolare accordatagli dagli dèi, e non perché, come aveva creduto Gilgamesh, egli fosse in possesso di qualche segreta conoscenza. Il dio del Sole aveva avuto ragione, e aveva avuto ragione la locandiera: ciò che cercava non lo avrebbe trovato, almeno non in questo mondo. Quando il vegliardo ebbe terminato il suo racconto, fissò intensamente il volto tirato e gli occhi stanchi dell’eroe. - Gilgamesh - egli disse gentilmente - tu devi riposare un poco. Stenditi, e dormi per sei giorni e sette notti. - E, appena ebbe pronunciato queste parole, ecco, oh meraviglia, Gilgamesh cadde in un profondo sonno. Dopo sei giorni e sette notti, Utnapishtim gli ordinò di alzarsi, di lavarsi e di prepararsi per il viaggio di ritorno. - Gilgamesh - egli disse - ti svelerò un segreto. Nelle profondità del mare vi è una pianta. Ha l’aspetto di un biancospino, e le sue spine pungono come quelle di una rosa. Se un uomo riesce a impossessarsene, egli può, assaggiandola, riacquistare la gioventù. Quando Gilgamesh udì queste parole, si legò ai piedi delle grosse pietre e si tuffò nei profondi abissi del mare: e lì, sul letto dell’oceano, scorse la pianta. Non curandosi delle sue spine, l’afferrò tra le dita, si liberò dalle pietre, e attese che la marea lo riconducesse a riva. Allora, mostrò la pianta a Urshanabi, il nocchiero. - Guarda - egli disse - ecco la famosa pianta che ha nome Vecchio, ringiovanisci! Chiunque la assaggi acquista altri anni di vita! Io la porterò ad Erech6, e la darò da mangiare agli uomini: così, per lo meno, avrò una ricompensa alle mie fatiche. Dopo aver riattraversato le insidiose acque e aver raggiunto la riva, Gilgamesh e il suo compagno intrapresero il lungo viaggio a piedi che doveva condurli alla città di Erech. Dopo aver percorso cinquanta leghe, videro che il sole stava per tramontare e cercarono un luogo dove poter trascorrere la notte. Videro una fresca sorgente. - Fermiamoci qui - disse l’eroe - e io mi bagnerò nelle acque di questa sorgente. Così, si tolse di dosso le vesti, posò la pianta in terra e andò a bagnarsi nella fresca sorgente. Ma, appena ebbe voltato la schiena, ecco, un serpente uscì dalle acque e, odorato il profumo della pianta, la rapì. E non appena l’ebbe assaggiata, subito mutò la pelle e riacquistò la gioventù. Quando Gilgamesh vide che la preziosa pianta era ora perduta per sempre, si mise a sedere e pianse. Ma dopo poco si alzò e, rassegnato infine al destino di tutta l’umanità, fece ritorno alla città di Erech, al paese da dove era venuto. (Tratto da: Theodor H. Gaster, Le più antiche storie del mondo, Mondadori) Il testo Il desiderio dell’immortalità ha sempre accompagnato l’uomo nel suo cammino e spesso gli ha fatto credere che, in qualche luogo, qualcuno dovesse custodire il segreto della vita eterna. In questo antico racconto, che fa parte del poema che ne celebra le imprese, Gilgamesh, mitico re babilonese, non esita ad affrontare terribili prove per offrire al suo popolo il dono dell’immortalità. 1. Inferi: regno dei morti, collocato nelle profondità della terra, secondo la maggior parte delle antiche tradizioni. 2. leghe: unità di misura variabili secondo i diversi Paesi, ma comunque non inferiori a tre chilometri. 3. rapito: estasiato, assorto. 4. nocchiero: colui che guida un’imbarcazione. 5. arcana: misteriosa, segreta. 6. Erech: il paese da cui proviene Gilgamesh. L'origine del mito La MITOLOGIA MESOPOTAMICA ha avuto origine presso i popoli dei Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi, che vissero nella Mesopotamia, la regione tra i fiumi Tigri ed Eufrate. USA IL DIZIONARIO L’isola è “remota”, cioè: ☐ sconosciuta ☐ deserta ☐ lontana ☐ antica COMPRENDERE 1. Perché Gilgamesh vuole recarsi da Utnapishtim? 2. Prima di arrivare da Utnapishtim, Gilgamesh deve superare alcuni ostacoli, quasi delle prove della sua forza di volontà. Quante e quali sono queste prove? 3. Perché Gilgamesh piange quando è ormai giunto quasi al termine del suo viaggio? Con quale sentimento egli accetta comunque il limite che gli dèi hanno posto all’umanità? LESSICO 4. «Correva fama» (r. 1) significa: ☐ le notizie si diffondevano velocemente ☐ si diceva ☐ tutti cercavano di diventare famosi 5. Il dio del Sole, la locandiera e Utnapishtim usano formule simili per dissuadere Gilgamesh dalla sua ricerca. Individuale e sottolineale. 6. Quale espressione usa Utnapishtim per spiegare a Gilgamesh che sulla Terra nulla dura in eterno? Trascrivila: ANALIZZARE 7. Quali parole, all’inizio del testo, indicano il luogo dove si trova l’isola su cui vive Utnapishtim? L’indicazione è precisa o generica e indefinita? 8. Gilgamesh, all’inizio del suo viaggio, si trova ai piedi di una montagna di cui vengono indicate alcune caratteristiche. Quali? Quale significato simbolico ha la montagna? 9. Nel testo compaiono diversi ambienti in cui Gilgamesh viene a trovarsi nel corso della sua impresa. Individuali, collocando in ognuno di essi i personaggi che vi agiscono oltre a Gilgamesh. L’esercizio è avviato. 10. Utnapishtim è diventato immortale per: ☐ le sue doti personali ☐ il possesso di un segreto ☐ un dono degli dèi ☐ una ricompensa che si è meritato 11. Quale potere ha la pianta che Utnapishtim indica a Gilgamesh? In che cosa questo potere differisce dal dono dell’immortalità? 12. Se stabilisci un confronto tra questo testo e il mito Senza pelle, puoi notare un’evidente analogia: quale? 13. Il «giardino delle Delizie» dovrebbe ricordarti un luogo simile che appartiene alla tradizione di molti popoli: quale? ESPRIMERE E VALUTARE 14. Parlare - Il desiderio di vivere eternamente è proprio di ogni popolo e di ogni epoca. Oggi sappiamo che la vita dell’uomo può essere prolungata grazie ai progressi della scienza, e della medicina in particolare, ma che l’immortalità è comunque un’utopia. Alcuni uomini, però, hanno raggiunto una forma di “immortalità”: quella legata al ricordo che hanno lasciato grazie alle loro opere o alle loro imprese. In una conversazione in classe, riporta qualche esempio che ritieni particolarmente significativo.
Gilgamesh e la pianta della gioventù (mito mesopotamico) Correva fama che in un’isola, ai confini della Terra, vivesse l’unico mortale che era sempre sfuggito alla morte, un vecchio, vecchissimo uomo, il cui nome era Utnapishtim. Gilgamesh decise di andarlo a visitare, per apprendere da lui il segreto della vita eterna. Non appena sorse il sole, Gilgamesh si mise dunque in viaggio, e finalmente, dopo aver percorso una lunga strada, giunse alla fine del mondo e vide dinanzi a sé un’alta montagna, le cui due vette toccavano il cielo, e le cui radici arrivavano fino agli Inferi1. Davanti alla montagna, era un massiccio cancello, e il cancello era difeso da creature spaventose e terribili, mezze uomini e mezze scorpioni. Per un attimo, Gilgamesh esitò e riparò i suoi occhi dal loro orribile sguardo. Poi si riprese, e avanzò coraggiosamente per affrontarle. Quando i mostri videro che l’eroe non aveva alcun timore, e quando scorsero la bellezza della sua persona, subito compresero che di fronte ad essi non stava un comune mortale. Cionondimeno, essi gli impedirono il passaggio, e domandarono la ragione della sua venuta. Gilgamesh disse loro di voler andare da Utnapishtim. Per apprendere il segreto della vita eterna. - Questa - rispose il loro capo - è una cosa che nessuno ha mai appreso; né alcun mortale ha mai potuto raggiungere questo saggio che non ha età. Infatti, il sentiero del quale stiamo a difesa, è il sentiero del Sole, un’oscura galleria lunga dodici leghe2, una strada che il piede dell’uomo non può calpestare. - Fosse essa anche più lunga e più oscura - replicò l’eroe - fossero i pericoli e le pene anche più ardui, fosse il calore anche più intenso e il freddo più pungente, io sono deciso a calpestarla!Al suono di quelle parole, le sentinelle compresero che stava di fronte a loro un essere superiore ai mortali, e immediatamente aprirono il cancello. Con coraggio e ardire, Gilgamesh entrò nella galleria; ma ad ogni passo la strada si faceva più oscura, finché alla fine l’eroe non poté più distinguere nulla, né davanti né dietro a sé. Cionondimeno, continuò ad avanzare, e proprio mentre cominciava a pensare che la strada non avrebbe mai avuto fine, un alito di vento gli sfiorò il volto, e un sottile raggio di luce traversò le tenebre. Quando uscì alla luce del sole, una vista meravigliosa si offrì al suo sguardo: si trovava nel mezzo di un giardino incantato, dagli alberi del quale pendevano pietre preziose. E mentre li contemplava rapito3, la voce del dio del Sole pervenne dal cielo alle sue orecchie. - Gilgamesh - disse la voce - non avanzare oltre. Questo è il giardino delle Delizie. Trattieniti qui un poco, e godi di queste bellezze. Mai, prima di ora, gli dèi hanno concesso a un mortale così grande favore, e non puoi sperare di più. La vita eterna, che tu vai cercando, non riuscirai mai a trovarla. Ma neppure queste parole poterono distogliere l’eroe dal suo proposito, e lasciandosi dietro il paradiso terrestre, proseguì nel suo viaggio. Era molto affaticato e stanco, quando giunse in vista di una casa, che sembrava essere una locanda. Gilgamesh spiegò alla locandiera chi egli era e la ragione del suo viaggio. Allora ella gli aprì la porta e gli diede il benvenuto. Più tardi, a sera, Gilgamesh e la locandiera cominciarono a discorrere e quest’ultima cercò di dissuadere l’eroe dal suo proposito. - Gilgamesh - ella disse - ciò che tu cerchi, non lo troverai mai. Infatti, allorché gli dèi crearono l’uomo, a lui dettero la morte, e tennero per sé la vita eterna. Perciò, godi di quanto ti è concesso: mangia, bevi, sii allegro; è per questo che sei nato! Ma neppure questa volta l’eroe si lasciò persuadere, e subito si informò dalla locandiera del cammino per raggiungere Utnapishtim. - Egli vive - rispose la donna - in una remota isola, e per raggiungerla devi attraversare un oceano. Ma questo oceano, è l’Oceano della morte, e nessun essere vivente vi ha mai navigato. Però si trova ora qui, in questa locanda, un uomo, che ha nome Urshanabi. Egli è il nocchiero4 del vecchio saggio ed è venuto qui per una faccenda: forse puoi indurlo a trasportarti sull’isola. Così la locandiera presentò Gilgamesh al nocchiero, che accettò di trasportarlo sull’isola. In breve tempo allestirono la barca e presero il mare. Toccarono terra dopo un lungo viaggio. Urshanabi condusse il suo passeggero alla presenza di Utnapishtim. Al quale Gilgamesh narrò perché era venuto e che cosa cercava. - Giovanotto - rispose il vegliardo - ciò che tu cerchi, non lo troverai mai. Infatti, sulla Terra non vi è nulla di eterno. Tempo e stagione sono stabiliti per ogni cosa. - È vero - rispose l’eroe - ma tu stesso sei un mortale, e in nulla differisci da me; eppure sei eterno. Dimmi come hai trovato il segreto della vita eterna che ti ha reso simile agli dèi. Gli occhi del vegliardo fissarono un punto lontano. Parve che tutti i giorni di tutti gli anni della sua vita sfilassero in processione dinanzi a lui. Poi, dopo una lunga pausa, sollevò il capo, e sorrise. - Gilgamesh - disse lentamente - ti svelerò il segreto: un segreto grande e sacro che nessuno conosce, eccettuati gli dèi e io stesso. E gli narrò la storia di come, per ordine degli dèi, per sfuggire al Diluvio universale, con la moglie aveva raggiunto un’isola sul lontano orizzonte, dove gli dèi lo avevano condotto perché vi abitasse in eterno. Quando Gilgamesh ebbe udito il racconto, comprese che la sua richiesta era stata vana, perché era chiaro che il vegliardo non aveva alcuna formula arcana5 da offrirgli. Egli era divenuto immortale, come ora aveva rivelato, per una grazia particolare accordatagli dagli dèi, e non perché, come aveva creduto Gilgamesh, egli fosse in possesso di qualche segreta conoscenza. Il dio del Sole aveva avuto ragione, e aveva avuto ragione la locandiera: ciò che cercava non lo avrebbe trovato, almeno non in questo mondo. Quando il vegliardo ebbe terminato il suo racconto, fissò intensamente il volto tirato e gli occhi stanchi dell’eroe. - Gilgamesh - egli disse gentilmente - tu devi riposare un poco. Stenditi, e dormi per sei giorni e sette notti. - E, appena ebbe pronunciato queste parole, ecco, oh meraviglia, Gilgamesh cadde in un profondo sonno. Dopo sei giorni e sette notti, Utnapishtim gli ordinò di alzarsi, di lavarsi e di prepararsi per il viaggio di ritorno. - Gilgamesh - egli disse - ti svelerò un segreto. Nelle profondità del mare vi è una pianta. Ha l’aspetto di un biancospino, e le sue spine pungono come quelle di una rosa. Se un uomo riesce a impossessarsene, egli può, assaggiandola, riacquistare la gioventù. Quando Gilgamesh udì queste parole, si legò ai piedi delle grosse pietre e si tuffò nei profondi abissi del mare: e lì, sul letto dell’oceano, scorse la pianta. Non curandosi delle sue spine, l’afferrò tra le dita, si liberò dalle pietre, e attese che la marea lo riconducesse a riva. Allora, mostrò la pianta a Urshanabi, il nocchiero. - Guarda - egli disse - ecco la famosa pianta che ha nome Vecchio, ringiovanisci! Chiunque la assaggi acquista altri anni di vita! Io la porterò ad Erech6, e la darò da mangiare agli uomini: così, per lo meno, avrò una ricompensa alle mie fatiche. Dopo aver riattraversato le insidiose acque e aver raggiunto la riva, Gilgamesh e il suo compagno intrapresero il lungo viaggio a piedi che doveva condurli alla città di Erech. Dopo aver percorso cinquanta leghe, videro che il sole stava per tramontare e cercarono un luogo dove poter trascorrere la notte. Videro una fresca sorgente. - Fermiamoci qui - disse l’eroe - e io mi bagnerò nelle acque di questa sorgente. Così, si tolse di dosso le vesti, posò la pianta in terra e andò a bagnarsi nella fresca sorgente. Ma, appena ebbe voltato la schiena, ecco, un serpente uscì dalle acque e, odorato il profumo della pianta, la rapì. E non appena l’ebbe assaggiata, subito mutò la pelle e riacquistò la gioventù. Quando Gilgamesh vide che la preziosa pianta era ora perduta per sempre, si mise a sedere e pianse. Ma dopo poco si alzò e, rassegnato infine al destino di tutta l’umanità, fece ritorno alla città di Erech, al paese da dove era venuto. (Tratto da: Theodor H. Gaster, Le più antiche storie del mondo, Mondadori) Il testo Il desiderio dell’immortalità ha sempre accompagnato l’uomo nel suo cammino e spesso gli ha fatto credere che, in qualche luogo, qualcuno dovesse custodire il segreto della vita eterna. In questo antico racconto, che fa parte del poema che ne celebra le imprese, Gilgamesh, mitico re babilonese, non esita ad affrontare terribili prove per offrire al suo popolo il dono dell’immortalità. 1. Inferi: regno dei morti, collocato nelle profondità della terra, secondo la maggior parte delle antiche tradizioni. 2. leghe: unità di misura variabili secondo i diversi Paesi, ma comunque non inferiori a tre chilometri. 3. rapito: estasiato, assorto. 4. nocchiero: colui che guida un’imbarcazione. 5. arcana: misteriosa, segreta. 6. Erech: il paese da cui proviene Gilgamesh. L'origine del mito La MITOLOGIA MESOPOTAMICA ha avuto origine presso i popoli dei Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi, che vissero nella Mesopotamia, la regione tra i fiumi Tigri ed Eufrate. USA IL DIZIONARIO L’isola è “remota”, cioè: ☐ sconosciuta ☐ deserta ☐ lontana ☐ antica COMPRENDERE 1. Perché Gilgamesh vuole recarsi da Utnapishtim? 2. Prima di arrivare da Utnapishtim, Gilgamesh deve superare alcuni ostacoli, quasi delle prove della sua forza di volontà. Quante e quali sono queste prove? 3. Perché Gilgamesh piange quando è ormai giunto quasi al termine del suo viaggio? Con quale sentimento egli accetta comunque il limite che gli dèi hanno posto all’umanità? LESSICO 4. «Correva fama» (r. 1) significa: ☐ le notizie si diffondevano velocemente ☐ si diceva ☐ tutti cercavano di diventare famosi 5. Il dio del Sole, la locandiera e Utnapishtim usano formule simili per dissuadere Gilgamesh dalla sua ricerca. Individuale e sottolineale. 6. Quale espressione usa Utnapishtim per spiegare a Gilgamesh che sulla Terra nulla dura in eterno? Trascrivila: ANALIZZARE 7. Quali parole, all’inizio del testo, indicano il luogo dove si trova l’isola su cui vive Utnapishtim? L’indicazione è precisa o generica e indefinita? 8. Gilgamesh, all’inizio del suo viaggio, si trova ai piedi di una montagna di cui vengono indicate alcune caratteristiche. Quali? Quale significato simbolico ha la montagna? 9. Nel testo compaiono diversi ambienti in cui Gilgamesh viene a trovarsi nel corso della sua impresa. Individuali, collocando in ognuno di essi i personaggi che vi agiscono oltre a Gilgamesh. L’esercizio è avviato. 10. Utnapishtim è diventato immortale per: ☐ le sue doti personali ☐ il possesso di un segreto ☐ un dono degli dèi ☐ una ricompensa che si è meritato 11. Quale potere ha la pianta che Utnapishtim indica a Gilgamesh? In che cosa questo potere differisce dal dono dell’immortalità? 12. Se stabilisci un confronto tra questo testo e il mito Senza pelle, puoi notare un’evidente analogia: quale? 13. Il «giardino delle Delizie» dovrebbe ricordarti un luogo simile che appartiene alla tradizione di molti popoli: quale? ESPRIMERE E VALUTARE 14. Parlare - Il desiderio di vivere eternamente è proprio di ogni popolo e di ogni epoca. Oggi sappiamo che la vita dell’uomo può essere prolungata grazie ai progressi della scienza, e della medicina in particolare, ma che l’immortalità è comunque un’utopia. Alcuni uomini, però, hanno raggiunto una forma di “immortalità”: quella legata al ricordo che hanno lasciato grazie alle loro opere o alle loro imprese. In una conversazione in classe, riporta qualche esempio che ritieni particolarmente significativo.