VOLTIAMO PAGINA MITO EPICA TEATRO

L’ira di Achille L’ANTEFATTO Il sacerdote troiano Crise, che si era recato all’accampamento greco per riscattare la figlia Criseide, fatta schiava da Agamennone, viene cacciato e insultato. Offeso, chiede ad Apollo di vendicarlo. Il dio accoglie le sue preghiere, scende dall’Olimpo e scatena la sua ira sui Greci. Allora, d’improvviso, accadde che morte e dolore piombarono sugli Achei. Per nove giorni, molte frecce uccisero uomini e animali e i roghi dei morti brillarono senza tregua. Il decimo giorno, Achille convocò l’esercito in assemblea. Davanti a tutti disse: - Se continuerà così, per sfuggire alla morte saremo costretti a prendere le nostre navi e a tornarcene a casa. Interpelliamo un profeta, o un indovino, o un sacerdote che sappia spiegarci cosa sta accadendo e possa liberarci da questo flagello. Allora si alzò Calcante, che era il più famoso tra gli indovini. Sapeva le cose che furono, che sono, e che saranno. Era un uomo saggio. Disse: - Tu vuoi sapere il perché di tutto questo, Achille, e io te lo dirò. Ma tu giura che mi difenderai, perché quello che dirò potrà offendere un uomo che ha potere su tutti gli Achei e al quale tutti gli Achei obbediscono. Io rischio la mia vita: tu giurami che la difenderai. Achille gli rispose che non doveva avere paura, a dire quello che sapeva. Disse: - Finché io sarò vivo nessuno tra gli Achei oserà alzare la mano su di te. Nessuno. Neanche Agamennone. Allora l’indovino si fece coraggio e disse: - Quando abbiamo offeso quel vecchio, il dolore è caduto su di noi. Agamennone ha rifiutato il riscatto e non ha liberato la figlia di Crise: e il dolore è caduto su di noi. C’è solo un modo di scacciarlo: restituire a Crise quella fanciulla dagli occhi lucenti, prima che sia troppo tardi. Così parlò e poi si sedette. Allora Agamennone si alzò, l’animo colmo di nero furore e gli occhi incendiati da lampi di fuoco. Guardò con odio Calcante e disse: - Profeta di sciagure, mai che tu abbia buone profezie per me, solo il male ti piace svelare, il bene mai. E adesso vuoi privarmi di Criseide, che mi è più gradita della mia stessa sposa, Clitemnestra, e che potrebbe rivaleggiare con lei in bellezza, intelligenza e in nobiltà d’animo. Devo restituirla? Lo farò, perché voglio che l’esercito si salvi. Lo farò, se così dev’essere. Ma preparatemi subito un dono che la possa sostituire, perché non è giusto che io solo, fra gli Achei, rimanga privo di bottino. Voglio un altro dono, per me. Allora Achille disse: - Come possiamo trovarti un dono, Agamennone? Tutto il bottino è già stato diviso, non è lecito tornare indietro, e rifare tutto da capo. Restituisci la fanciulla e ti ripagheremo tre o quattro volte tanto quando prenderemo Ilio. Agamennone scosse la testa. - Non mi inganni, Achille. Tu vuoi tenerti il tuo bottino e lasciarmi senza niente. No, io restituirò quella fanciulla e poi verrò a prendermi quello che mi piacerà, e magari lo prenderò ad Aiace, o a Ulisse, e magari lo prenderò a te. Achille lo guardò con odio: - Uomo impudente e avido - disse. - E tu pretendi che gli Achei ti seguano in battaglia? Non son venuto qui per combattere i Troiani, non mi hanno fatto nulla, loro. Non mi hanno rubato né buoi né cavalli, non mi hanno distrutto il raccolto: montagne piene d’ombra dividono la mia terra dalla loro, e un mare fragoroso. È per seguire te che sono qui, uomo senza vergogna, per difendere l’onore di Menelao e il tuo. E tu, bastardo, faccia di cane, te ne freghi e minacci di togliermi il bottino per cui ho tanto penato? No, è meglio che io torni a casa, piuttosto che rimanere qui a farmi disonorare e a combattere per procurare a te tesori e ricchezze. Allora Agamennone rispose: - Vattene, se lo desideri, non sarò io a pregarti di rimanere. Altri si faranno onore al mio fianco. Tu non mi piaci, Achille: ami le risse, lo scontro, la guerra. Sei forte, è vero, ma questo non è merito tuo. Tornatene pure a regnare a casa tua, non mi importa nulla di te, e non ho paura della tua ira. Anzi, ti dirò questo: rimanderò indietro Criseide a suo padre, sulla mia nave, con i miei uomini. Ma poi verrò io stesso nella tua tenda e mi prenderò la bella Briseide, il tuo bottino, perché tu sappia chi è il più forte e perché tutti imparino ad aver paura di me. Disse così. E fu come se avesse colpito Achille dritto nel cuore. Tanto che il figlio di Peleo fece per sguainare la spada e certamente avrebbe ammazzato Agamennone se all’ultimo non fosse riuscito a dominare il suo furore e a fermare la mano sull’elsa argentata. Guardò Agamennone, e rabbioso gli disse… «Ubriacone, occhi di cane, cuore di cervo, mai vestir corazza con l’esercito in guerra né andare all’agguato1 coi più forti degli Achei osa il tuo cuore: questo ti sembra morte. E certo è molto più facile nel largo campo degli Achei strappare i doni a chi a faccia a faccia ti parla, re mangiatore del popolo, perché a buoni a niente comandi; se no davvero, Atrìde, ora per l’ultima volta offendevi! Ma io ti dico e giuro gran giuramento: sì, per questo scettro, che mai più foglie o rami metterà, poi che ha lasciato il tronco sui monti, mai fiorirà, ché intorno a esso il bronzo ha strappato foglie e corteccia2: e ora i figli degli Achei che fanno giustizia lo portano in mano: essi le leggi in nome di Zeus mantengono salde. Questo sarà il giuramento. Certo un giorno rimpianto d’Achille prenderà i figli degli Achei, tutti quanti, e allora tu in nulla potrai, benché afflitto, aiutarli, quando molti per mano d’Ettore massacratore cadranno morenti; e tu dentro lacererai il cuore, rabbioso che non ripagasti il più forte degli Achei». Disse così il Pelìde e scagliò in terra lo scettro disseminato di chiodi d’oro. Poi egli sedette. Dall’altra parte l’Atrìde era furioso… (Tratto da: Iliade, libro I, trad. di R. Calzecchi Onesti, Einaudi) Il testo Ti presentiamo questo episodio, come anche i successivi, con i versi di Omero alternati a testi in prosa scritti da un autore dei giorni nostri, Alessandro Baricco: la prosa conserva le caratteristiche del linguaggio omerico, ma favorisce una lettura più scorrevole. L’autore ha scelto di far parlare, nell’ambito della narrazione, alcuni personaggi in prima persona. 1. agguato: attacco improvviso. In tutta questa prima parte del suo discorso Achille accusa Agamennone di codardia, perché si limita a ordinare gli attacchi rimanendo al sicuro nell’accampamento, senza mai affrontare il combattimento personalmente. 2. per questo scettro… corteccia: simbolo di comando e di autorità, lo scettro era un bastone ricavato da un ramo d’albero che veniva privato della sua corteccia con un’ascia o altro strumento (bronzo) e rivestito poi d’oro e d’argento. Quando l’assemblea si sciolse, Agamennone fece mettere in mare una delle sue navi, le assegnò venti uomini e ne diede il comando a Ulisse, l’astuto. Poi venne da me, mi prese per mano e mi accompagnò alla nave. - Bella Criseide - disse. E lasciò che io tornassi al padre e alla mia terra. Rimase lì, sulla riva, a guardare la nave salpare. Quando la vide scomparire all’orizzonte chiamò due scudieri tra quelli a lui più fedeli e ordinò loro di andare alla tenda di Achille, di prendere per mano Briseide e di portarla via. Disse loro: - Se Achille si rifiuterà di darvela, allora ditegli che andrò io a prendermela, e per lui sarà molto peggio. I due scudieri si chiamavano Taltìbio ed Eurìbate. Si avviarono a malincuore lungo la riva del mare e alla fine raggiunsero l’accampamento dei Mirmìdoni3. Trovarono Achille seduto accanto alla sua tenda e alla nave nera. Si fermarono davanti a lui e non dissero nulla, perché provavano rispetto e paura per quel re. Allora fu lui a parlare. - Avvicinatevi - disse. - Non siete voi ad avere colpa per tutto questo, ma Agamennone. Avvicinatevi senza aver paura di me -. Poi chiamò Patroclo e gli chiese di prendere Briseide e di consegnarla ai due scudieri, perché la portassero via. - Voi mi siete testimoni - disse guardandoli - Agamennone è un pazzo. Non pensa a quello che accadrà, non pensa a quando ci sarà bisogno di me per difendere gli Achei e le loro navi, non gli importa nulla del passato e del futuro. Voi mi siete testimoni, quell’uomo è un pazzo. I due scudieri si misero in cammino, risalendo il sentiero tra le navi veloci degli Achei, tirate in secca sulla spiaggia. Dietro di loro camminava Briseide. Bella, andava, triste - e a malincuore. Li vide partire, Achille. E allora si andò a sedere, da solo, in riva al mare bianco di schiuma, e scoppiò a piangere, con davanti a sé quella distesa infinita. Era il signore della guerra e il terrore di ogni Troiano. Ma scoppiò in lacrime e come un bambino si mise a invocare il nome della madre. Da lontano, lei venne, allora, e gli apparve4. Si sedette accanto a lui e prese ad accarezzarlo. Sottovoce, lo chiamò per nome. - Figlio mio, perché ti ho messo al mondo, io, madre infelice? La tua vita sarà breve, se almeno tu potessi trascorrerla senza lacrime, e senza dolore… Achille le chiese: - Puoi salvarmi, tu, madre?, puoi farlo? Ma la madre gli disse soltanto: - Ascoltami: rimani qui, vicino alle navi, e non andare più in battaglia. Rimani fermo nella tua ira verso gli Achei e non cedere al tuo desiderio di guerra. Io ti dico: un giorno ti offriranno doni splendidi e te ne daranno tre volte tanti, per l’offesa che hai patito. Poi scomparve, e Achille rimase lì, solo: il suo animo era pieno d’ira per l’ingiustizia subita. E il suo cuore si struggeva di nostalgia per l’urlo della battaglia e il tumulto della guerra. (Tratto da: A. Baricco, Iliade, Feltrinelli) 3. Mirmìdoni: popolo greco su cui regna Peleo; a Troia combattono sotto il comando di Achille. 4. gli apparve: Teti, la madre di Achille, è una divinità marina nella mitologia greca. COMPRENDERE 1. Chi è Calcante? Che cosa rivela? 2. Come reagisce Agamennone? 3. In che modo Agamennone dimostra la propria autorità nei confronti di Achille? 4. Che cosa rinfaccia Achille ad Agamennone? 5. Quale consiglio dà Teti al figlio? IL LINGUAGGIO EPICO 6. Quali epìteti vengono riferiti ad Agamennone? Quali a Ettore? 7. Nei versi ci sono dei patronimici? Sottolineali. 8. Achille insulta Agamennone dicendogli: «occhi di cane» (v. 225). Questa è una metafora, una specie di paragone più breve e immediato, per cui il poeta, invece di dire che gli occhi di Agamennone sono minacciosi come quelli di un cane, dice direttamente, eliminando la parola «come», che Agamennone ha occhi di cane. Individua e prova ora a spiegare anche l’altra metafora usata da Achille per insultare Agamennone. 9. L’espressione «questo scettro […] ha lasciato il tronco sui monti» è un esempio di personificazione, che si ha quando si attribuiscono a una cosa qualità e azioni proprie di un essere vivente. Ritrovala sul testo e spiegala. 10. Attraverso le parole di Achille il poeta anticipa il futuro svolgersi della vicenda. Rintraccia i versi nel testo e sottolineali. ESPRIMERE E VALUTARE 11. Scrivere - Anche tu, come Achille, ritieni di aver subito qualche volta delle ingiustizie? Ricordi come reagivi da piccolo? Come reagisci ora? Con rabbia, capricci, rassegnazione, vendetta, odio, accettazione…? Con quali parole, quali gesti e quali azioni esprimi il “drago che c’è in te”? Racconta e descrivi.
L’ira di Achille L’ANTEFATTO Il sacerdote troiano Crise, che si era recato all’accampamento greco per riscattare la figlia Criseide, fatta schiava da Agamennone, viene cacciato e insultato. Offeso, chiede ad Apollo di vendicarlo. Il dio accoglie le sue preghiere, scende dall’Olimpo e scatena la sua ira sui Greci. Allora, d’improvviso, accadde che morte e dolore piombarono sugli Achei. Per nove giorni, molte frecce uccisero uomini e animali e i roghi dei morti brillarono senza tregua. Il decimo giorno, Achille convocò l’esercito in assemblea. Davanti a tutti disse: - Se continuerà così, per sfuggire alla morte saremo costretti a prendere le nostre navi e a tornarcene a casa. Interpelliamo un profeta, o un indovino, o un sacerdote che sappia spiegarci cosa sta accadendo e possa liberarci da questo flagello. Allora si alzò Calcante, che era il più famoso tra gli indovini. Sapeva le cose che furono, che sono, e che saranno. Era un uomo saggio. Disse: - Tu vuoi sapere il perché di tutto questo, Achille, e io te lo dirò. Ma tu giura che mi difenderai, perché quello che dirò potrà offendere un uomo che ha potere su tutti gli Achei e al quale tutti gli Achei obbediscono. Io rischio la mia vita: tu giurami che la difenderai. Achille gli rispose che non doveva avere paura, a dire quello che sapeva. Disse: - Finché io sarò vivo nessuno tra gli Achei oserà alzare la mano su di te. Nessuno. Neanche Agamennone. Allora l’indovino si fece coraggio e disse: - Quando abbiamo offeso quel vecchio, il dolore è caduto su di noi. Agamennone ha rifiutato il riscatto e non ha liberato la figlia di Crise: e il dolore è caduto su di noi. C’è solo un modo di scacciarlo: restituire a Crise quella fanciulla dagli occhi lucenti, prima che sia troppo tardi. Così parlò e poi si sedette. Allora Agamennone si alzò, l’animo colmo di nero furore e gli occhi incendiati da lampi di fuoco. Guardò con odio Calcante e disse: - Profeta di sciagure, mai che tu abbia buone profezie per me, solo il male ti piace svelare, il bene mai. E adesso vuoi privarmi di Criseide, che mi è più gradita della mia stessa sposa, Clitemnestra, e che potrebbe rivaleggiare con lei in bellezza, intelligenza e in nobiltà d’animo. Devo restituirla? Lo farò, perché voglio che l’esercito si salvi. Lo farò, se così dev’essere. Ma preparatemi subito un dono che la possa sostituire, perché non è giusto che io solo, fra gli Achei, rimanga privo di bottino. Voglio un altro dono, per me. Allora Achille disse: - Come possiamo trovarti un dono, Agamennone? Tutto il bottino è già stato diviso, non è lecito tornare indietro, e rifare tutto da capo. Restituisci la fanciulla e ti ripagheremo tre o quattro volte tanto quando prenderemo Ilio. Agamennone scosse la testa. - Non mi inganni, Achille. Tu vuoi tenerti il tuo bottino e lasciarmi senza niente. No, io restituirò quella fanciulla e poi verrò a prendermi quello che mi piacerà, e magari lo prenderò ad Aiace, o a Ulisse, e magari lo prenderò a te. Achille lo guardò con odio: - Uomo impudente e avido - disse. - E tu pretendi che gli Achei ti seguano in battaglia? Non son venuto qui per combattere i Troiani, non mi hanno fatto nulla, loro. Non mi hanno rubato né buoi né cavalli, non mi hanno distrutto il raccolto: montagne piene d’ombra dividono la mia terra dalla loro, e un mare fragoroso. È per seguire te che sono qui, uomo senza vergogna, per difendere l’onore di Menelao e il tuo. E tu, bastardo, faccia di cane, te ne freghi e minacci di togliermi il bottino per cui ho tanto penato? No, è meglio che io torni a casa, piuttosto che rimanere qui a farmi disonorare e a combattere per procurare a te tesori e ricchezze. Allora Agamennone rispose: - Vattene, se lo desideri, non sarò io a pregarti di rimanere. Altri si faranno onore al mio fianco. Tu non mi piaci, Achille: ami le risse, lo scontro, la guerra. Sei forte, è vero, ma questo non è merito tuo. Tornatene pure a regnare a casa tua, non mi importa nulla di te, e non ho paura della tua ira. Anzi, ti dirò questo: rimanderò indietro Criseide a suo padre, sulla mia nave, con i miei uomini. Ma poi verrò io stesso nella tua tenda e mi prenderò la bella Briseide, il tuo bottino, perché tu sappia chi è il più forte e perché tutti imparino ad aver paura di me. Disse così. E fu come se avesse colpito Achille dritto nel cuore. Tanto che il figlio di Peleo fece per sguainare la spada e certamente avrebbe ammazzato Agamennone se all’ultimo non fosse riuscito a dominare il suo furore e a fermare la mano sull’elsa argentata. Guardò Agamennone, e rabbioso gli disse… «Ubriacone, occhi di cane, cuore di cervo, mai vestir corazza con l’esercito in guerra né andare all’agguato1 coi più forti degli Achei osa il tuo cuore: questo ti sembra morte. E certo è molto più facile nel largo campo degli Achei strappare i doni a chi a faccia a faccia ti parla, re mangiatore del popolo, perché a buoni a niente comandi; se no davvero, Atrìde, ora per l’ultima volta offendevi! Ma io ti dico e giuro gran giuramento: sì, per questo scettro, che mai più foglie o rami metterà, poi che ha lasciato il tronco sui monti, mai fiorirà, ché intorno a esso il bronzo ha strappato foglie e corteccia2: e ora i figli degli Achei che fanno giustizia lo portano in mano: essi le leggi in nome di Zeus mantengono salde. Questo sarà il giuramento. Certo un giorno rimpianto d’Achille prenderà i figli degli Achei, tutti quanti, e allora tu in nulla potrai, benché afflitto, aiutarli, quando molti per mano d’Ettore massacratore cadranno morenti; e tu dentro lacererai il cuore, rabbioso che non ripagasti il più forte degli Achei». Disse così il Pelìde e scagliò in terra lo scettro disseminato di chiodi d’oro. Poi egli sedette. Dall’altra parte l’Atrìde era furioso…  (Tratto da: Iliade, libro I, trad. di R. Calzecchi Onesti, Einaudi) Il testo Ti presentiamo questo episodio, come anche i successivi, con i versi di Omero alternati a testi in prosa scritti da un autore dei giorni nostri, Alessandro Baricco: la prosa conserva le caratteristiche del linguaggio omerico, ma favorisce una lettura più scorrevole. L’autore ha scelto di far parlare, nell’ambito della narrazione, alcuni personaggi in prima persona. 1. agguato: attacco improvviso. In tutta questa prima parte del suo discorso Achille accusa Agamennone di codardia, perché si limita a ordinare gli attacchi rimanendo al sicuro nell’accampamento, senza mai affrontare il combattimento personalmente.  2. per questo scettro… corteccia: simbolo di comando e di autorità, lo scettro era un bastone ricavato da un ramo d’albero che veniva privato della sua corteccia con un’ascia o altro strumento (bronzo) e rivestito poi d’oro e d’argento. Quando l’assemblea si sciolse, Agamennone fece mettere in mare una delle sue navi, le assegnò venti uomini e ne diede il comando a Ulisse, l’astuto. Poi venne da me, mi prese per mano e mi accompagnò alla nave. - Bella Criseide - disse. E lasciò che io tornassi al padre e alla mia terra. Rimase lì, sulla riva, a guardare la nave salpare. Quando la vide scomparire all’orizzonte chiamò due scudieri tra quelli a lui più fedeli e ordinò loro di andare alla tenda di Achille, di prendere per mano Briseide e di portarla via. Disse loro: - Se Achille si rifiuterà di darvela, allora ditegli che andrò io a prendermela, e per lui sarà molto peggio. I due scudieri si chiamavano Taltìbio ed Eurìbate. Si avviarono a malincuore lungo la riva del mare e alla fine raggiunsero l’accampamento dei Mirmìdoni3. Trovarono Achille seduto accanto alla sua tenda e alla nave nera. Si fermarono davanti a lui e non dissero nulla, perché provavano rispetto e paura per quel re. Allora fu lui a parlare. - Avvicinatevi - disse. - Non siete voi ad avere colpa per tutto questo, ma Agamennone. Avvicinatevi senza aver paura di me -. Poi chiamò Patroclo e gli chiese di prendere Briseide e di consegnarla ai due scudieri, perché la portassero via. - Voi mi siete testimoni - disse guardandoli - Agamennone è un pazzo. Non pensa a quello che accadrà, non pensa a quando ci sarà bisogno di me per difendere gli Achei e le loro navi, non gli importa nulla del passato e del futuro. Voi mi siete testimoni, quell’uomo è un pazzo. I due scudieri si misero in cammino, risalendo il sentiero tra le navi veloci degli Achei, tirate in secca sulla spiaggia. Dietro di loro camminava Briseide. Bella, andava, triste - e a malincuore. Li vide partire, Achille. E allora si andò a sedere, da solo, in riva al mare bianco di schiuma, e scoppiò a piangere, con davanti a sé quella distesa infinita. Era il signore della guerra e il terrore di ogni Troiano. Ma scoppiò in lacrime e come un bambino si mise a invocare il nome della madre. Da lontano, lei venne, allora, e gli apparve4. Si sedette accanto a lui e prese ad accarezzarlo. Sottovoce, lo chiamò per nome. - Figlio mio, perché ti ho messo al mondo, io, madre infelice? La tua vita sarà breve, se almeno tu potessi trascorrerla senza lacrime, e senza dolore… Achille le chiese: - Puoi salvarmi, tu, madre?, puoi farlo? Ma la madre gli disse soltanto: - Ascoltami: rimani qui, vicino alle navi, e non andare più in battaglia. Rimani fermo nella tua ira verso gli Achei e non cedere al tuo desiderio di guerra. Io ti dico: un giorno ti offriranno doni splendidi e te ne daranno tre volte tanti, per l’offesa che hai patito. Poi scomparve, e Achille rimase lì, solo: il suo animo era pieno d’ira per l’ingiustizia subita. E il suo cuore si struggeva di nostalgia per l’urlo della battaglia e il tumulto della guerra. (Tratto da: A. Baricco, Iliade, Feltrinelli) 3. Mirmìdoni: popolo greco su cui regna Peleo; a Troia combattono sotto il comando di Achille. 4. gli apparve: Teti, la madre di Achille, è una divinità marina nella mitologia greca. COMPRENDERE 1. Chi è Calcante? Che cosa rivela? 2. Come reagisce Agamennone? 3. In che modo Agamennone dimostra la propria autorità nei confronti di Achille? 4. Che cosa rinfaccia Achille ad Agamennone? 5. Quale consiglio dà Teti al figlio? IL LINGUAGGIO EPICO 6. Quali epìteti vengono riferiti ad Agamennone? Quali a Ettore? 7. Nei versi ci sono dei patronimici? Sottolineali. 8. Achille insulta Agamennone dicendogli: «occhi di cane» (v. 225). Questa è una metafora, una specie di paragone più breve e immediato, per cui il poeta, invece di dire che gli occhi di Agamennone sono minacciosi come quelli di un cane, dice direttamente, eliminando la parola «come», che Agamennone ha occhi di cane. Individua e prova ora a spiegare anche l’altra metafora usata da Achille per insultare Agamennone. 9. L’espressione «questo scettro […] ha lasciato il tronco sui monti» è un esempio di personificazione, che si ha quando si attribuiscono a una cosa qualità e azioni proprie di un essere vivente. Ritrovala sul testo e spiegala. 10. Attraverso le parole di Achille il poeta anticipa il futuro svolgersi della vicenda. Rintraccia i versi nel testo e sottolineali. ESPRIMERE E VALUTARE 11. Scrivere - Anche tu, come Achille, ritieni di aver subito qualche volta delle ingiustizie? Ricordi come reagivi da piccolo? Come reagisci ora? Con rabbia, capricci, rassegnazione, vendetta, odio, accettazione…? Con quali parole, quali gesti e quali azioni esprimi il “drago che c’è in te”? Racconta e descrivi.