VERIFICA FORMATIVA con autovalutazione

VERIFICA FORMATIVA con autovalutazione Un ospite al castello Laura Mancinelli Da qualche giorno era cessato di nevicare e il sole risplendeva sulla valle1 innevata. Fu in uno di quei giorni di sole che Enrico da Morazzone giunse al castello di Challant. Veramente giunse al castello, assai prima di lui, un suono di campanelli che saliva dal fondo della valle e si spargeva festoso nell’aria. Tutti accorrevano a vedere, i contadini si affacciavano sull’uscio di casa, i bambini si arrampicavano sugli alberi, i vecchi si trascinavano sul ciglio della strada, i servi del castello correvano a sporgersi tra i merli delle mura, le donne s’affacciavano alle finestre. La marchesa uscì sul verone2 verso la valle. Il suono dei campanelli s’avvicinava allegramente, s’avvicinava sempre più, finché in fondo alla strada apparve un carro tirato da due cavalli al trotto, montato su una slitta e guidato da un personaggio alto, in piedi sul carro, che schioccando la lunga frusta faceva cadere dagli alberi gli ultimi fiocchi di neve impigliati tra i rami. Allora tutti videro che lo scampanellio veniva da tanti minuscoli campanellini legati ai finimenti dei cavalli. Enrico da Morazzone era alto e magro, vestito di una palandrana verde che gli scendeva diritta dalle spalle alle caviglie. Schioccò verso l’alto la frusta in segno di saluto. Poi vide la marchesa al balcone e si presentò: messer Enrico da Morazzone, inventore. Era quella dolce ora del meriggio in cui più lieti gli animi intendono all’attesa del pranzo in piacevoli conversari e amichevoli contese3. E discorrendo s’inganna l’appetito con blandi sorsi di vino puro, vuoi bianco, vuoi rosso, ma sempre assai secco e generoso. A tale occupazione erano intenti i signori della corte quando messer Enrico da Morazzone fu introdotto dal paggio Irzio nel salone del castello. Si inchinò leggermente sulla soglia, poi senza esitazione si diresse verso la marchesa. - Madonna - mormorò inginocchiandosi davanti a lei e baciandole lungamente la mano. La marchesa sorrise e col gesto della mano rialzò lo sconosciuto. Egli poi si volse al duca e si presentò inchinandosi leggermente con la mano sul cuore, poi accennò un inchino circolarmente in giro, indi si sedette su uno scanno4 che il paggio gli porgeva. Sollevò la sua coppa e bevve un lungo sorso da cui parve trarre grandissimo piacere; chiuse un attimo gli occhi poi parlò: - Signori, v’ho detto il mio nome, ma certo esso suona nuovo alle vostre orecchie. Fin qui non giunge la mia fama. Lontanissima da qui giace una terra dolce di vigne e d’uliveti, ove d’inverno fiorisce la mimosa e il cielo riflette il colore lieto del mare. Siede una città in quella terra, ricca di chiese e di palazzi, potente di flotte e di ricchezze, una città tra il monte e il porto, che ad ogni ora si specchia nelle sue navi e nei ricchi equipaggi, nel lavoro che ferve intorno ad esse, nelle macchine grandissime e nuove che smontano le merci dalle navi, e nel velame gonfio di vento dei vascelli che salpano per il vasto mondo. Genova è il suo nome. Là io nacqui. Là vissi ricco e onorato, fin quando la stoltezza degli uomini, o la sorte, alla mia città mi resero nemico, sì che ne fui esiliato, per sempre, per tutta la mia vita. Fu a causa delle mie balestre5. Avevo già per la mia città costruito argani e verricelli6, ponti mobili e mille altre macchine ingegnose, e a tutte i congegni inventati dalla mia mente avevan dato una potenza che ai più pareva arcana7, sì che tra i semplici e ignoranti già m’ero fatto fama di negromante8. Forse l’audacia, o forse l’amore dell’inventare, mi stimolò sì che volli, in superbia, superar me stesso. E costruii quella che doveva essere coronamento alla mia scienza, macchina mirabile eppur semplice assai, che maggior potenza doveva dare alla mia terra e ai suoi eserciti, perché la macchina era da guerra, micidiale come se fosse maneggiata da giganti, ma congegnata in modo che un debole infermo, o un bambino, potevano da essa trarre strali9 mortali. Fu la balestra a molla, la più bella delle mie invenzioni, da cui m’attendevo la gloria del mondo e la riconoscenza dei miei concittadini. Ma l’invidia dei potenti, e la sorte maligna, che più offende là dove più si spera, mi colpì con quella balestra stessa cui avevo dedicato amorose cure. È una balestra il cui arco si tende, anziché con la volgare forza delle braccia, per il mezzo d’una chiave che girando avvolge una robusta molla: si punta l’arnese, si arma, si libera la molla, e il proiettile parte come spinto dalla forza di un gigante. Anche un vecchio, un bambino, un malato può con quella macchina portentosa combattere in battaglia contro un esercito nemico. Ma quando presentai al Consiglio10 la mia macchina diletta, risero quei folli, resi ciechi dall’invidia, e proclamarono che le braccia dei genovesi di molle non ne avevano bisogno, e che senza stratagemmi avrebbero vinto ogni battaglia. Fu allora che, piagato in cuor dalla ripulsa11 , vendetti la balestra a quei di Pisa. Era il tempo che i pisani, più volte sconfitti dai genovesi, pochi uomini abili avevano al combattimento, e sui ponti delle navi avean chiamato bambini e vecchierelli. Non avean speranza di vittoria, quei pisani, se non fosse per un caso mirabile e insperato. Quel miracolo fecero le mie balestre, che a centinaia costruirono i pisani sul mio disegno. E n’ebbi trenta scudi di Francia. E da Genova fui esiliato per tutta la vita e bruciato in effigie12 , perché mai più tornassi in quella terra che amavo. Ora vendo le mie macchine per i mercati del mondo, senza patria, senza casa, tra le nevi dei monti, lontano dal mare ch’io vedevo ogni giorno incurvarsi azzurro sotto il cielo. Qui tacque e cupamente bevve dalla sua coppa. - Quei trenta scudi - soggiunse - li spesi per comprare il carro, i due cavalli e tre misure di campanelli di bronzo. - Tre misure di campanelli? - chiese la marchesa. - Sì, madonna. Quei campanelli che forse udiste tinnire13 al trotto dei miei cavalli. Cinque scudi mi costò il carro, venti i due cavalli, ottime bestie anche da cavalcare; mi rimanevano cinque scudi, che pensai di mettere a capitale comperando campanellini di bronzo, che hanno il suono quasi dell’argento. Erano gli ultimi scudi che mi restavano e dovevo impiegarli bene. - Non capisco, messere - intervenne il duca - perché pensaste di impiegarli bene comprando tre misure di campanelli… - Perché nulla di bello al mondo mi restava, volli che almeno il tinnir dei campanelli mi sovvenisse la gioia passata, o accennasse alla futura, se mai alcuna per me ci sarà. E se la gioia non è nel mio cuore, devo fingere che in qualche luogo ci sia, ove non so, e che la comunichi a chi ode, perché è principio di vita e d’ogni bene. Quando messer da Morazzone così ebbe parlato, tutti tacquero pensando al senso delle sue parole. (Tratto da: L. Mancinelli, I dodici abati di Challant, Einaudi) DUE INFORMAZIONI STORICHE • Gli Challant furono una famiglia nobiliare valdostana del XII secolo che ebbe grande potere durante il Medioevo e il Rinascimento. Possedettero molti castelli tra cui quelli di Issogne, Fenis e Aymaville. • Sia la Grecia sia la Cina rivendicano l’invenzione della balestra. L’uso della balestra in Europa (famosi e molto apprezzati i balestrieri genovesi) continua ininterrottamente dall’epoca classica fino al periodo di maggior popolarità tra l’XI e il XVI secolo. In seguito essa venne abbandonata a favore delle armi da fuoco. 1. valle: la Valle d’Aosta. 2. verone: ampio balcone coperto. 3. intendono… contese: si intrattengono in piacevoli conversazioni e amichevoli discussioni. 4. scanno: sedile, sgabello. 5. balestre: armi per il lancio delle frecce. 6. argani e verricelli: l’argano è una macchina per sollevare o spostare pesi, formata da un tamburo in legno sul quale si avvolge la fune a cui è legato il carico; il verricello è una macchina simile a un piccolo argano, costituita da un cilindro orizzontale rotante, attorno al quale si avvolge, mediante una manovella, la fune legata al peso. 7. arcana: misteriosa. 8. negromante: mago. 9. strali: frecce, colpi. 10. Consiglio: organo composto da uomini che prendevano le decisioni nella città. 11. ripulsa: dura e decisa risposta negativa. 12. bruciato in effigie: si usava bruciare il ritratto di un condannato in assenza di quest’ultimo (in questo caso, era condannato all’esilio). 13. tinnire: tintinnare. COMPRENSIONE 1. Dove si svolge il colloquio tra il protagonista e i nobili che lo ospitano? A. A Genova B. A Pisa C. Nel castello dei marchesi di Challant D. In Francia 2. Utilizza le espressioni del testo per fare una breve descrizione di Enrico da Morazzone. • Aspetto fisico: è un uomo ......................................................... • Arriva alla corte su ......................................... trainato da ........................................., ai cui finimenti sono legati numerosi ......................................... • Città di origine: ......................................... • Professione: ......................................... 3. Quali invenzioni avevano permesso a Enrico di vivere “ricco e onorato” nella sua città? A. Le balestre B. Argani, verricelli e ponti mobili C. Campanelli in bronzo che davano un suono argenteo D. Navi munite di balestre 4. Perché, nella sua città, Enrico aveva fama di mago? A. Per le macchine ingegnose che inventava B. Per la sua superbia C. Per il suo comportamento stravagante D. Per l’invenzione della balestra a molla 5. Qual è, secondo Enrico, la più bella delle sue invenzioni? A. Il ponte mobile B. L’argano C. Il verricello D. La balestra a molla 6. Perché Enrico da Morazzone fu esiliato da Genova? A. Perché le balestre a molla non funzionavano, così i genovesi furono sconfitti dai pisani B. Perché vendette la balestra a molla ai pisani, invece che ai genovesi C. Perché vendette la balestra a molla ai pisani, dopo che i genovesi avevano rifiutato di comprarla D. Perché Pisa conquistò Genova e mandò in esilio i più illustri cittadini genovesi 7. Per quale motivo Enrico da Morazzone si trova nel castello di Challant? A. Ha cercato riparo durante una furiosa tempesta di neve B. Dopo essere stato esiliato da Genova, va in giro a vendere le balestre a molla di sua invenzione C. Dopo essere stato esiliato da Genova, va in giro a vendere campanelli in bronzo D. È stato invitato dalla marchesa, incuriosita dalla sua fama di mago 8. L’inventore ha speso i suoi ultimi scudi per comperare tre misure di campanelli di bronzo, perché A. il loro suono lo aiuta a combattere la noia durante i lunghi viaggi B. il suono dei campanelli attira i possibili compratori di balestre C. il loro suono gli fa tornare alla mente la gioia passata e sperare in quella futura D. grazie a una formula magica, è capace di trasformarli in preziosi campanelli d’argento LESSICO 9. Al suono dei campanelli, “tutti accorrevano a vedere” (riga 5). Nelle frasi seguenti il verbo “accorrere” è sostituito da altri verbi di movimento. Trova nel testo i verbi che si riferiscono ai diversi comportamenti e completa le frasi. • i contadini .............................................................. sull’uscio di casa • i bambini .............................................................. sugli alberi • i vecchi .............................................................. sul ciglio della strada • i servi .............................................................. tra i merli delle mura • la marchesa .............................................................. sul verone 10. Nelle espressioni seguenti è usata la stessa figura retorica. Qual è? il suono dei campanelli s’avvicinava allegramente (riga 10) • il cielo riflette il colore lieto del mare (riga 39) • siede una città in quella terra (righe 39-40) • [una città] che ad ogni ora si specchia nelle sue navi (riga 41) • [il mare] incurvarsi azzurro sotto il cielo (riga 82) A. metafora B. similitudine C. iperbole D. personificazione 11. Scegli nell’elenco e trascrivi accanto a ciascun termine il suo sinonimo. ingresso • dedicarsi • stupidità • conclusione • pomeriggio • conversare • meriggio .................................................... • stoltezza .................................................... • discorrere .................................................... • soglia .................................................... • intendere [all’attesa] .................................................... • coronamento .................................................... 12. Con l’espressione figurata “piagato in cuor” (riga 72), l’inventore vuole far capire di essersi sentito A. ferito nel profondo B. ammalato di cuore C. triste nell’animo D. travolto dall’ira ANALISI 13. Indica il ruolo dei diversi personaggi nella vicenda. paggio Irzio Enrico da Morazzone marchesa e duca popolazione della valle 14. La parte centrale del testo è formata da A. un fitto dialogo tra Enrico e la marchesa B. un lungo monologo di Enrico C. un flashback D. una descrizione della battaglia tra genovesi e pisani RIFLETTERE SULL’AMBIENTAZIONE STORICA 15. La vicenda di Enrico da Morazzone si svolge nel periodo storico delle lotte tra Genova e Pisa. a. Perché queste due città erano rivali? A. I loro territori confinavano B. Erano due città marinare che volevano dominare nei commerci sul mare C. Pisa era alleata del papa, mentre Genova era alleata dell’imperatore D. Pisa era alleata di Venezia, mentre Genova era alleata di Amalfi b. In quale periodo storico si verificò il maggior sviluppo delle città marinare italiane? A. Durante il periodo di massima espansione dell’Impero romano B. Durante il Medioevo, tra VI e VII secolo C. Durante il Medioevo, tra XII e XIII secolo D. Durante il Rinascimento, tra XV e XVI secolo 16. Confronta quanto hai letto nelle informazioni storiche a p. 786 con ciò che narra il testo. Quali tra i seguenti elementi sono storici (S) e quali frutto della fantasia (F) dell’autrice? a. il duca e la marchesa del testo b. il castello c. la famiglia nobiliare di Challant d. l’inventore Enrico da Morazzone e. la guerra tra Pisa e Genova AUTOVALUTAZIONE • Ho trovato la lettura del testo narrativo ☐ facile ☐ di media difficoltà ☐ difficile • Negli esercizi ☐ ho capito le consegne ☐ non ho capito bene le consegne ☐ conoscevo il significato delle parole ☐ non conoscevo il significato delle parole • Ho avuto difficoltà a rispondere alle domande n° ..........• Ho studiato e conosco bene il periodo storico cui si fa riferimento in questo testo.☐ sì☐ no
VERIFICA FORMATIVA con autovalutazione Un ospite al castello Laura Mancinelli Da qualche giorno era cessato di nevicare e il sole risplendeva sulla valle1 innevata. Fu in uno di quei giorni di sole che Enrico da Morazzone giunse al castello di Challant. Veramente giunse al castello, assai prima di lui, un suono di campanelli che saliva dal fondo della valle e si spargeva festoso nell’aria. Tutti accorrevano a vedere, i contadini si affacciavano sull’uscio di casa, i bambini si arrampicavano sugli alberi, i vecchi si trascinavano sul ciglio della strada, i servi del castello correvano a sporgersi tra i merli delle mura, le donne s’affacciavano alle finestre. La marchesa uscì sul verone2 verso la valle. Il suono dei campanelli s’avvicinava allegramente, s’avvicinava sempre più, finché in fondo alla strada apparve un carro tirato da due cavalli al trotto, montato su una slitta e guidato da un personaggio alto, in piedi sul carro, che schioccando la lunga frusta faceva cadere dagli alberi gli ultimi fiocchi di neve impigliati tra i rami. Allora tutti videro che lo scampanellio veniva da tanti minuscoli campanellini legati ai finimenti dei cavalli. Enrico da Morazzone era alto e magro, vestito di una palandrana verde che gli scendeva diritta dalle spalle alle caviglie. Schioccò verso l’alto la frusta in segno di saluto. Poi vide la marchesa al balcone e si presentò: messer Enrico da Morazzone, inventore. Era quella dolce ora del meriggio in cui più lieti gli animi intendono all’attesa del pranzo in piacevoli conversari e amichevoli contese3. E discorrendo s’inganna l’appetito con blandi sorsi di vino puro, vuoi bianco, vuoi rosso, ma sempre assai secco e generoso. A tale occupazione erano intenti i signori della corte quando messer Enrico da Morazzone fu introdotto dal paggio Irzio nel salone del castello. Si inchinò leggermente sulla soglia, poi senza esitazione si diresse verso la marchesa. - Madonna - mormorò inginocchiandosi davanti a lei e baciandole lungamente la mano. La marchesa sorrise e col gesto della mano rialzò lo sconosciuto. Egli poi si volse al duca e si presentò inchinandosi leggermente con la mano sul cuore, poi accennò un inchino circolarmente in giro, indi si sedette su uno scanno4 che il paggio gli porgeva. Sollevò la sua coppa e bevve un lungo sorso da cui parve trarre grandissimo piacere; chiuse un attimo gli occhi poi parlò: - Signori, v’ho detto il mio nome, ma certo esso suona nuovo alle vostre orecchie. Fin qui non giunge la mia fama. Lontanissima da qui giace una terra dolce di vigne e d’uliveti, ove d’inverno fiorisce la mimosa e il cielo riflette il colore lieto del mare. Siede una città in quella terra, ricca di chiese e di palazzi, potente di flotte e di ricchezze, una città tra il monte e il porto, che ad ogni ora si specchia nelle sue navi e nei ricchi equipaggi, nel lavoro che ferve intorno ad esse, nelle macchine grandissime e nuove che smontano le merci dalle navi, e nel velame gonfio di vento dei vascelli che salpano per il vasto mondo. Genova è il suo nome. Là io nacqui. Là vissi ricco e onorato, fin quando la stoltezza degli uomini, o la sorte, alla mia città mi resero nemico, sì che ne fui esiliato, per sempre, per tutta la mia vita. Fu a causa delle mie balestre5. Avevo già per la mia città costruito argani e verricelli6, ponti mobili e mille altre macchine ingegnose, e a tutte i congegni inventati dalla mia mente avevan dato una potenza che ai più pareva arcana7, sì che tra i semplici e ignoranti già m’ero fatto fama di negromante8. Forse l’audacia, o forse l’amore dell’inventare, mi stimolò sì che volli, in superbia, superar me stesso. E costruii quella che doveva essere coronamento alla mia scienza, macchina mirabile eppur semplice assai, che maggior potenza doveva dare alla mia terra e ai suoi eserciti, perché la macchina era da guerra, micidiale come se fosse maneggiata da giganti, ma congegnata in modo che un debole infermo, o un bambino, potevano da essa trarre strali9 mortali. Fu la balestra a molla, la più bella delle mie invenzioni, da cui m’attendevo la gloria del mondo e la riconoscenza dei miei concittadini. Ma l’invidia dei potenti, e la sorte maligna, che più offende là dove più si spera, mi colpì con quella balestra stessa cui avevo dedicato amorose cure. È una balestra il cui arco si tende, anziché con la volgare forza delle braccia, per il mezzo d’una chiave che girando avvolge una robusta molla: si punta l’arnese, si arma, si libera la molla, e il proiettile parte come spinto dalla forza di un gigante. Anche un vecchio, un bambino, un malato può con quella macchina portentosa combattere in battaglia contro un esercito nemico. Ma quando presentai al Consiglio10 la mia macchina diletta, risero quei folli, resi ciechi dall’invidia, e proclamarono che le braccia dei genovesi di molle non ne avevano bisogno, e che senza stratagemmi avrebbero vinto ogni battaglia. Fu allora che, piagato in cuor dalla ripulsa11 , vendetti la balestra a quei di Pisa. Era il tempo che i pisani, più volte sconfitti dai genovesi, pochi uomini abili avevano al combattimento, e sui ponti delle navi avean chiamato bambini e vecchierelli. Non avean speranza di vittoria, quei pisani, se non fosse per un caso mirabile e insperato. Quel miracolo fecero le mie balestre, che a centinaia costruirono i pisani sul mio disegno. E n’ebbi trenta scudi di Francia. E da Genova fui esiliato per tutta la vita e bruciato in effigie12 , perché mai più tornassi in quella terra che amavo. Ora vendo le mie macchine per i mercati del mondo, senza patria, senza casa, tra le nevi dei monti, lontano dal mare ch’io vedevo ogni giorno incurvarsi azzurro sotto il cielo. Qui tacque e cupamente bevve dalla sua coppa. - Quei trenta scudi - soggiunse - li spesi per comprare il carro, i due cavalli e tre misure di campanelli di bronzo. - Tre misure di campanelli? - chiese la marchesa. - Sì, madonna. Quei campanelli che forse udiste tinnire13 al trotto dei miei cavalli. Cinque scudi mi costò il carro, venti i due cavalli, ottime bestie anche da cavalcare; mi rimanevano cinque scudi, che pensai di mettere a capitale comperando campanellini di bronzo, che hanno il suono quasi dell’argento. Erano gli ultimi scudi che mi restavano e dovevo impiegarli bene. - Non capisco, messere - intervenne il duca - perché pensaste di impiegarli bene comprando tre misure di campanelli… - Perché nulla di bello al mondo mi restava, volli che almeno il tinnir dei campanelli mi sovvenisse la gioia passata, o accennasse alla futura, se mai alcuna per me ci sarà. E se la gioia non è nel mio cuore, devo fingere che in qualche luogo ci sia, ove non so, e che la comunichi a chi ode, perché è principio di vita e d’ogni bene. Quando messer da Morazzone così ebbe parlato, tutti tacquero pensando al senso delle sue parole. (Tratto da: L. Mancinelli, I dodici abati di Challant, Einaudi) DUE INFORMAZIONI STORICHE • Gli Challant furono una famiglia nobiliare valdostana del XII secolo che ebbe grande potere durante il Medioevo e il Rinascimento. Possedettero molti castelli tra cui quelli di Issogne, Fenis e Aymaville. • Sia la Grecia sia la Cina rivendicano l’invenzione della balestra. L’uso della balestra in Europa (famosi e molto apprezzati i balestrieri genovesi) continua ininterrottamente dall’epoca classica fino al periodo di maggior popolarità tra l’XI e il XVI secolo. In seguito essa venne abbandonata a favore delle armi da fuoco. 1. valle: la Valle d’Aosta.  2. verone: ampio balcone coperto.  3. intendono… contese: si intrattengono in piacevoli conversazioni e amichevoli discussioni.  4. scanno: sedile, sgabello.  5. balestre: armi per il lancio delle frecce.  6. argani e verricelli: l’argano è una macchina per sollevare o spostare pesi, formata da un tamburo in legno sul quale si avvolge la fune a cui è legato il carico; il verricello è una macchina simile a un piccolo argano, costituita da un cilindro orizzontale rotante, attorno al quale si avvolge, mediante una manovella, la fune legata al peso.  7. arcana: misteriosa.  8. negromante: mago.  9. strali: frecce, colpi.  10. Consiglio: organo composto da uomini che prendevano le decisioni nella città.  11. ripulsa: dura e decisa risposta negativa.  12. bruciato in effigie: si usava bruciare il ritratto di un condannato in assenza di quest’ultimo (in questo caso, era condannato all’esilio).  13. tinnire: tintinnare. COMPRENSIONE 1. Dove si svolge il colloquio tra il protagonista e i nobili che lo ospitano? A. A Genova B. A Pisa C. Nel castello dei marchesi di Challant D. In Francia 2. Utilizza le espressioni del testo per fare una breve descrizione di Enrico da Morazzone. • Aspetto fisico: è un uomo ......................................................... • Arriva alla corte su ......................................... trainato da ........................................., ai cui finimenti sono legati numerosi ......................................... • Città di origine: ......................................... • Professione: ......................................... 3. Quali invenzioni avevano permesso a Enrico di vivere “ricco e onorato” nella sua città? A. Le balestre B. Argani, verricelli e ponti mobili C. Campanelli in bronzo che davano un suono argenteo D. Navi munite di balestre 4. Perché, nella sua città, Enrico aveva fama di mago? A. Per le macchine ingegnose che inventava B. Per la sua superbia C. Per il suo comportamento stravagante D. Per l’invenzione della balestra a molla 5. Qual è, secondo Enrico, la più bella delle sue invenzioni? A. Il ponte mobile B. L’argano C. Il verricello D. La balestra a molla 6. Perché Enrico da Morazzone fu esiliato da Genova? A. Perché le balestre a molla non funzionavano, così i genovesi furono sconfitti dai pisani B. Perché vendette la balestra a molla ai pisani, invece che ai genovesi C. Perché vendette la balestra a molla ai pisani, dopo che i genovesi avevano rifiutato di comprarla D. Perché Pisa conquistò Genova e mandò in esilio i più illustri cittadini genovesi 7. Per quale motivo Enrico da Morazzone si trova nel castello di Challant? A. Ha cercato riparo durante una furiosa tempesta di neve B. Dopo essere stato esiliato da Genova, va in giro a vendere le balestre a molla di sua invenzione C. Dopo essere stato esiliato da Genova, va in giro a vendere campanelli in bronzo D. È stato invitato dalla marchesa, incuriosita dalla sua fama di mago 8. L’inventore ha speso i suoi ultimi scudi per comperare tre misure di campanelli di bronzo, perché A. il loro suono lo aiuta a combattere la noia durante i lunghi viaggi B. il suono dei campanelli attira i possibili compratori di balestre C. il loro suono gli fa tornare alla mente la gioia passata e sperare in quella futura D. grazie a una formula magica, è capace di trasformarli in preziosi campanelli d’argento LESSICO 9. Al suono dei campanelli, “tutti accorrevano a vedere” (riga 5). Nelle frasi seguenti il verbo “accorrere” è sostituito da altri verbi di movimento. Trova nel testo i verbi che si riferiscono ai diversi comportamenti e completa le frasi. • i contadini .............................................................. sull’uscio di casa • i bambini .............................................................. sugli alberi • i vecchi .............................................................. sul ciglio della strada • i servi .............................................................. tra i merli delle mura • la marchesa .............................................................. sul verone 10. Nelle espressioni seguenti è usata la stessa figura retorica. Qual è? il suono dei campanelli s’avvicinava allegramente (riga 10) • il cielo riflette il colore lieto del mare (riga 39) • siede una città in quella terra (righe 39-40) • [una città] che ad ogni ora si specchia nelle sue navi (riga 41) • [il mare] incurvarsi azzurro sotto il cielo (riga 82) A. metafora B. similitudine C. iperbole D. personificazione 11. Scegli nell’elenco e trascrivi accanto a ciascun termine il suo sinonimo. ingresso • dedicarsi • stupidità • conclusione • pomeriggio • conversare • meriggio .................................................... • stoltezza .................................................... • discorrere .................................................... • soglia .................................................... • intendere [all’attesa] .................................................... • coronamento .................................................... 12. Con l’espressione figurata “piagato in cuor” (riga 72), l’inventore vuole far capire di essersi sentito A. ferito nel profondo B. ammalato di cuore C. triste nell’animo D. travolto dall’ira ANALISI 13. Indica il ruolo dei diversi personaggi nella vicenda. paggio Irzio Enrico da Morazzone marchesa e duca popolazione della valle 14. La parte centrale del testo è formata da A. un fitto dialogo tra Enrico e la marchesa B. un lungo monologo di Enrico C. un flashback D. una descrizione della battaglia tra genovesi e pisani RIFLETTERE SULL’AMBIENTAZIONE STORICA 15. La vicenda di Enrico da Morazzone si svolge nel periodo storico delle lotte tra Genova e Pisa. a. Perché queste due città erano rivali? A. I loro territori confinavano B. Erano due città marinare che volevano dominare nei commerci sul mare C. Pisa era alleata del papa, mentre Genova era alleata dell’imperatore D. Pisa era alleata di Venezia, mentre Genova era alleata di Amalfi b. In quale periodo storico si verificò il maggior sviluppo delle città marinare italiane? A. Durante il periodo di massima espansione dell’Impero romano B. Durante il Medioevo, tra VI e VII secolo C. Durante il Medioevo, tra XII e XIII secolo D. Durante il Rinascimento, tra XV e XVI secolo 16. Confronta quanto hai letto nelle informazioni storiche a p. 786 con ciò che narra il testo. Quali tra i seguenti elementi sono storici (S) e quali frutto della fantasia (F) dell’autrice? a. il duca e la marchesa del testo b. il castello c. la famiglia nobiliare di Challant d. l’inventore Enrico da Morazzone e. la guerra tra Pisa e Genova AUTOVALUTAZIONE • Ho trovato la lettura del testo narrativo ☐ facile ☐ di media difficoltà ☐ difficile • Negli esercizi ☐ ho capito le consegne ☐ non ho capito bene le consegne ☐ conoscevo il significato delle parole ☐ non conoscevo il significato delle parole • Ho avuto difficoltà a rispondere alle domande n° ..........• Ho studiato e conosco bene il periodo storico cui si fa riferimento in questo testo.☐ sì☐ no