VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

CUCINARE BENE È FACILE? NON SEMPRE! Un buon piatto di spaghetti Giuseppe Marotta In casa non mancava il commestibile1. Si trattava di cucinare, è vero; ma Adalberto assicurò che con una modesta quantità di olio e di conserva di pomodoro si sentiva in grado di fare una salsa squisita. - Poi - disse - c’è una cassa di spaghetti. Credi che ci sia difficile farne cuocere due porzioni per noi? Scegliemmo una pentola, e Adalberto disse: - Quant’acqua? - Molta - dissi. - Ho sentito dire che la pasta va cotta in molta acqua. Lo dice anche Archimede. Un corpo immerso in un liquido2… - Non fare lo sciocco - disse - e non mi distrarre, perché, in attesa che l’acqua bolla, io preparo la salsa e ho bisogno di tutta la mia attenzione. Egli trovò una scatola di conserva di pomodoro e l’aprì. Adoperò, per aprirla, la punta di un coltello; e poi disse che di conserva gliene bastava una metà della scatola, quanto press’a poco ce n’era rimasta: quella sparsa sulla sua maglia era superflua3. Prese quindi una padella, la lavò, ci versò sopra alquanto olio e la mise sul fornello. Io lo osservavo attentamente e sono in grado di descrivere ogni particolare. Ecco che cosa avvenne. Adalberto accese il gas e assunse un’aria di serena fiducia. Passò qualche minuto; poi si udì uno strano sibilo, uno zirlìo4 sommesso, qualcosa che ricordava una miccia accesa: quindi una serie di scoppi. Contemporaneamente Adalberto emise un urlo, si portò le mani alla faccia e si mise a saltare in modo impressionante. - Che fai? - dissi piacevolmente sorpreso. - La riuscita di questa salsa implica forse l’uso di danze propiziatorie5? Ma, senz’avvedermene, avevo fatto due o tre passi verso il fornello; udii uno scoppio più forte degli altri e provai una crudele trafittura alla guancia destra. Non fui io a porgere l’altra guancia; fu una seconda goccia d’olio bollente che vi si trasferì malvagiamente dalla padella. Altre la seguirono e rincorsero me e Adalberto per tutta la cucina, che non era grande. Ma che diavolo hai fatto? - chiesi. - Hai messo olio e nitroglicerina6? - Debbo aver lasciato qualche goccia d’acqua nel padellino - disse Adalberto, pallido - e l’olio bollente… Riprendemmo coraggio e Adalberto versò nella padella la conserva. Ci versò anche un bottone dei polsini e ne tentò inutilmente il ricupero. Poi, mentre Adalberto cercava di ottenere l’amalgama7 dell’olio e della conserva, affrontammo il problema del sale. - A momenti l’acqua bolle - dissi - quanto sale devo metterci? Adalberto sussultò. - Non ne ho la minima idea - confessò - e intanto il sale ha una grande importanza: se sbagliamo la dose, tutto va male. Ricordo che una volta la cuoca mise due volte il sale nella minestra, per fortuna eravamo in campagna e per le capre fu una festa. Ora tu capisci che noi, ignorando completamente la proporzione, potremo mettere due, e anche dieci volte la dose normale. - Tutto sta - dissi dopo una lunga meditazione - nel non metterne troppo. Ad aggiungere si fa sempre a tempo. Io direi: mettiamocene un pizzico per volta, e ogni volta assaggiamo l’acqua: quando sembrerà a punto8, allora introduciamo la pasta. Egli trovò buona l’idea, ma lasciò a me il compito di assaggiare. Ai più induriti criminali bisognerebbe ogni tanto dar da bere qualche bicchiere d’acqua calda; essi espierebbero troppo duramente, forse, ma migliorerebbero. Io ne assaggiai due o tre cucchiai, eppure ancor oggi, quando sono sul punto di commettere qualche cattiva azione, me ne ricordo. Quando mi riebbi, l’acqua bolliva e mettemmo la pasta in pentola. - Tu - disse Adalberto - non ti muovere di lì, tienli d’occhio. - Ma - dissi - e come si fa a regolarsi? - Non so dove ho letto - disse - che ci vuole un sesto senso. Forse io l’ho. Bada tu alla salsa, io sto alla pentola. Badai io alla salsa, se così posso definire l’occupazione di girarvi dentro un cucchiaio; intanto Adalberto teneva fissi gli occhi nella pentola. A un tratto egli fece il gesto definitivo - chiuse cioè il gas - e urlò: - Presto il colino! Girai intorno uno sguardo agitato, fremente. Il colino? Intuivo vagamente che cosa fosse, ma non lo vedevo da nessuna parte. Corsi di qua e di là, rovesciai due o tre sedie, aprii altrettante scansie, vidi ogni specie di stoviglie e di utensili, ma nessun colino. - Presto - ruggì Adalberto - o gli spaghetti vanno a male! La mia agitazione gli si comunicò. Egli abbandonò la pentola e si unì alle ricerche, camminammo su ciò che un istante prima era stata una pila di piatti, scivolammo su sei pezzi di burro, ma non riuscimmo a scovare il colino. - Corri alla salsa, animale! - gridò Adalberto - e quanto agli spaghetti, se ancora sono degni di questo nome, faremo a meno del colino. Egli corse alla pentola, l’afferrò e si diresse all’acquaio. - Sciocco che sono! - disse. - Basta tener fermo il coperchio e rovesciare la pentola perché l’acqua scorra e la pasta rimanga all’asciutto. Infatti era vero. Adalberto, però, appena cercò di mantenere fermo il coperchio, che scottava, disse: - Ah! - e ritirò le dita. Gli spaghetti non parvero sorpresi di trovarsi nell’acquaio, invece che nei piatti. Vi si adagiarono anzi mollemente, stancamente: e anche fra i pochi che si trovarono nell’alternativa di scegliere, non uno preferì la pentola. La fame e l’amore piegano ogni orgoglio: specialmente la fame. Adalberto disse, senza guardarmi in faccia: - Non c’è che riprenderli e lavarli. Li lavammo e li versammo nei piatti. Ma ogni eroismo ha un limite: il loro aspetto ci dissuase da ogni approccio9. Non dimenticherò mai quegli spaghetti. Erano pallidi e gonfi; avevano un che di naufragio e di malattia; non parevano usciti da una pentola, ma da un sanatorio10. Saremmo venuti alle mani, se uno sguardo dato alla cucina, in cui già pareva si fosse svolta una battaglia, non ci avesse trattenuti. Mangiammo un chilo di pane raffermo11 e ci bevemmo sopra un paio di litri d’acqua. Le dive cinematografiche, che ricorrono a tanti espedienti per simulare l’angoscia delle scene drammatiche, dovrebbero sperimentare una colazione così: per un buon paio d’ore si eseguono i più spasmodici12 singhiozzi con una naturalezza sorprendente. (Tratto da: G. Marotta, Tutte a me, Ceschina) Il testo Due ragazzi decidono di prepararsi un piatto di spaghetti al sugo di pomodoro: una preparazione che sembra semplice semplice, ma… L’autore Giuseppe Marotta (Napoli, 1902-1963) è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e critico cinematografico. A causa delle difficoltà economiche seguite alla morte del padre, avvenuta quando lui aveva solo nove anni, dovette ben presto abbandonare la scuola e iniziare a lavorare come operaio. Continuò però a studiare di sera, riuscì a far pubblicare i suoi primi racconti e, dopo essersi trasferito a Milano, iniziò la carriera di giornalista al «Corriere della Sera». 1. il commestibile: il cibo. 2. Un corpo immerso in un liquido: viene citato il famoso principio di Archimede (che qui non c’entra affatto) sui solidi che galleggiano. 3. superflua: non necessaria. 4. zirlìo: è il verso del tordo, usato anche per indicare suoni acuti e sibilanti o, come in questo caso, rumori simili allo sfrigolìo della miccia. 5. danze propiziatorie: eseguite per rendere le divinità favorevoli all’impresa che si sta per compiere. 6. nitroglicerina: esplosivo molto potente. 7. l’amalgama: la mescolanza. 8. a punto: con la giusta dose di sale. 9. ci dissuase da ogni approccio: ci convinse a rinunciare a qualsiasi forma di avvicinamento e contatto. 10. sanatorio: casa di cura per malati ai polmoni. 11. raffermo: indurito, non fresco. 12. spasmodici: che provocano contrazioni. LESSICO 1. Come si possono definire i due protagonisti? Scegli e sottolinea gli aggettivi adatti: insicuri • accorti • inetti • impacciati • smaliziati • astuti • inesperti • goffi • maldestri • dotati • versatili • sprovveduti • eclettici • avveduti 2. In due punti del testo l’autore usa la tecnica della personificazione, attribuendo azioni tipicamente umane agli ingredienti della ricetta. Trova le frasi e sottolineale. COMPRENDERE 3. Come si conclude la preparazione degli spaghetti? I due amici riescono finalmente a mangiarli? 4. Come definiresti il testo che hai letto? Prevalentemente… ☐ descrittivo ☐ informativo ☐ umoristico ESPRIMERE E VALUTARE 5. Scrivere Trasforma il brano letto in un testo regolativo, cioè scrivi una ricetta con la quale preparare un appetitoso piatto di spaghetti! 6. Alla maggior parte degli italiani piacciono gli spaghetti e la pizza, e amano condividere questi cibi con gli amici mangiando in allegria. Ma questi piatti piacciono proprio a tutti? Leggi che cosa ne pensano per esempio due ragazze, una proveniente da Capo Verde e l’altra dalle Filippine. TI ABITUERAI ANCHE TU All’inizio, quando sono arrivata in Italia, non riuscivo ad adattarmi al cibo. Mangiavo sempre riso con il tonno, la canja oppure jemada, l’uovo sbattuto. In parte, mamma aveva ragione. Sapeva che gli italiani mangiavano solo pasta. Dicevo a mamma: - Come farò? Lei mi rispondeva: - Gli altri si sono abituati, e non sono morti. Ti abituerai anche tu. Intanto mi mandava le scatolette di tonno capoverdiano e addirittura la carne di maiale già cucinata, in una scatoletta ben sigillata. Col passare del tempo mi sono abituata ad apprezzare la cucina italiana, per cui ho detto a mia madre di non mandarmi più roba da mangiare. (Jesus Maria de Lourdes, Racordai. Vengo da un’isola di Capo Verde, Sinnos) L’INIZIO DI UNO SCAMBIO I primi giorni mi sedevo a tavola ma non toccavo cibo. In particolare quando mangiavano l’insalata inorridivo e pensavo dentro di me «questi sono simili agli animali, perché solo le bestie mangiano l’insalata senza cuocerla». Mai nelle Filippine qualcuno avrebbe mangiato la verdura senza prima averla cotta, solo agli animali viene data verdura fresca. Mi davano l’insalata e io rifiutavo dicendo che era «pericoloso mangiarla» e allora loro ridevano. Quando la signora è venuta a sapere che non mangiavo ha chiamato nuovamente la domestica filippina della madre, era preoccupata del fatto che non toccavo il cibo. Mi fece chiedere cosa volevo, se desideravo il riso, che tipo di carne o altro. Ha compilato una lista di alimenti che desideravo e li ha fatti comprare, ma la cuoca non li sapeva cucinare e allora iniziai a farlo io. Era l’inizio di uno scambio, di un confronto di capacità: lo stesso ingrediente poteva essere cucinato in maniera diversa, ognuno imparava dall’altro e allora assaggiare diventava naturale, una forma di rispetto ma anche di curiosità. E io imparavo da loro ed esploravo nuovi sapori; e questo avveniva con reciprocità. (Irma Perez Tobias, Manila-Rome, Sinnos) • Se in classe ci sono ragazzi che arrivano dall’estero, mettete in comune qualche ricetta e, perché no, provatela! Per parlare in modo efficace SPIEGO LA MIA RICETTA Preparati a spiegare a voce alta la ricetta che hai scelto. Segui questa scaletta. • La ricetta che ho scelto è… • Mi piace questa ricetta perché… • Questi sono gli ingredienti e le dosi… • Per la preparazione, bisogna… • In totale, il tempo occorrente è…
CUCINARE BENE È FACILE? NON SEMPRE! Un buon piatto di spaghetti Giuseppe Marotta In casa non mancava il commestibile1. Si trattava di cucinare, è vero; ma Adalberto assicurò che con una modesta quantità di olio e di conserva di pomodoro si sentiva in grado di fare una salsa squisita. - Poi - disse - c’è una cassa di spaghetti. Credi che ci sia difficile farne cuocere due porzioni per noi? Scegliemmo una pentola, e Adalberto disse: - Quant’acqua? - Molta - dissi. - Ho sentito dire che la pasta va cotta in molta acqua. Lo dice anche Archimede. Un corpo immerso in un liquido2… - Non fare lo sciocco - disse - e non mi distrarre, perché, in attesa che l’acqua bolla, io preparo la salsa e ho bisogno di tutta la mia attenzione. Egli trovò una scatola di conserva di pomodoro e l’aprì. Adoperò, per aprirla, la punta di un coltello; e poi disse che di conserva gliene bastava una metà della scatola, quanto press’a poco ce n’era rimasta: quella sparsa sulla sua maglia era superflua3. Prese quindi una padella, la lavò, ci versò sopra alquanto olio e la mise sul fornello. Io lo osservavo attentamente e sono in grado di descrivere ogni particolare. Ecco che cosa avvenne. Adalberto accese il gas e assunse un’aria di serena fiducia. Passò qualche minuto; poi si udì uno strano sibilo, uno zirlìo4 sommesso, qualcosa che ricordava una miccia accesa: quindi una serie di scoppi. Contemporaneamente Adalberto emise un urlo, si portò le mani alla faccia e si mise a saltare in modo impressionante. - Che fai? - dissi piacevolmente sorpreso. - La riuscita di questa salsa implica forse l’uso di danze propiziatorie5? Ma, senz’avvedermene, avevo fatto due o tre passi verso il fornello; udii uno scoppio più forte degli altri e provai una crudele trafittura alla guancia destra. Non fui io a porgere l’altra guancia; fu una seconda goccia d’olio bollente che vi si trasferì malvagiamente dalla padella. Altre la seguirono e rincorsero me e Adalberto per tutta la cucina, che non era grande. Ma che diavolo hai fatto? - chiesi. - Hai messo olio e nitroglicerina6? - Debbo aver lasciato qualche goccia d’acqua nel padellino - disse Adalberto, pallido - e l’olio bollente… Riprendemmo coraggio e Adalberto versò nella padella la conserva. Ci versò anche un bottone dei polsini e ne tentò inutilmente il ricupero. Poi, mentre Adalberto cercava di ottenere l’amalgama7 dell’olio e della conserva, affrontammo il problema del sale. - A momenti l’acqua bolle - dissi - quanto sale devo metterci? Adalberto sussultò. - Non ne ho la minima idea - confessò - e intanto il sale ha una grande importanza: se sbagliamo la dose, tutto va male. Ricordo che una volta la cuoca mise due volte il sale nella minestra, per fortuna eravamo in campagna e per le capre fu una festa. Ora tu capisci che noi, ignorando completamente la proporzione, potremo mettere due, e anche dieci volte la dose normale. - Tutto sta - dissi dopo una lunga meditazione - nel non metterne troppo. Ad aggiungere si fa sempre a tempo. Io direi: mettiamocene un pizzico per volta, e ogni volta assaggiamo l’acqua: quando sembrerà a punto8, allora introduciamo la pasta. Egli trovò buona l’idea, ma lasciò a me il compito di assaggiare. Ai più induriti criminali bisognerebbe ogni tanto dar da bere qualche bicchiere d’acqua calda; essi espierebbero troppo duramente, forse, ma migliorerebbero. Io ne assaggiai due o tre cucchiai, eppure ancor oggi, quando sono sul punto di commettere qualche cattiva azione, me ne ricordo. Quando mi riebbi, l’acqua bolliva e mettemmo la pasta in pentola. - Tu - disse Adalberto - non ti muovere di lì, tienli d’occhio. - Ma - dissi - e come si fa a regolarsi? - Non so dove ho letto - disse - che ci vuole un sesto senso. Forse io l’ho. Bada tu alla salsa, io sto alla pentola. Badai io alla salsa, se così posso definire l’occupazione di girarvi dentro un cucchiaio; intanto Adalberto teneva fissi gli occhi nella pentola. A un tratto egli fece il gesto definitivo - chiuse cioè il gas - e urlò: - Presto il colino! Girai intorno uno sguardo agitato, fremente. Il colino? Intuivo vagamente che cosa fosse, ma non lo vedevo da nessuna parte. Corsi di qua e di là, rovesciai due o tre sedie, aprii altrettante scansie, vidi ogni specie di stoviglie e di utensili, ma nessun colino. - Presto - ruggì Adalberto - o gli spaghetti vanno a male! La mia agitazione gli si comunicò. Egli abbandonò la pentola e si unì alle ricerche, camminammo su ciò che un istante prima era stata una pila di piatti, scivolammo su sei pezzi di burro, ma non riuscimmo a scovare il colino. - Corri alla salsa, animale! - gridò Adalberto - e quanto agli spaghetti, se ancora sono degni di questo nome, faremo a meno del colino. Egli corse alla pentola, l’afferrò e si diresse all’acquaio. - Sciocco che sono! - disse. - Basta tener fermo il coperchio e rovesciare la pentola perché l’acqua scorra e la pasta rimanga all’asciutto. Infatti era vero. Adalberto, però, appena cercò di mantenere fermo il coperchio, che scottava, disse: - Ah! - e ritirò le dita. Gli spaghetti non parvero sorpresi di trovarsi nell’acquaio, invece che nei piatti. Vi si adagiarono anzi mollemente, stancamente: e anche fra i pochi che si trovarono nell’alternativa di scegliere, non uno preferì la pentola. La fame e l’amore piegano ogni orgoglio: specialmente la fame. Adalberto disse, senza guardarmi in faccia: - Non c’è che riprenderli e lavarli. Li lavammo e li versammo nei piatti. Ma ogni eroismo ha un limite: il loro aspetto ci dissuase da ogni approccio9. Non dimenticherò mai quegli spaghetti. Erano pallidi e gonfi; avevano un che di naufragio e di malattia; non parevano usciti da una pentola, ma da un sanatorio10. Saremmo venuti alle mani, se uno sguardo dato alla cucina, in cui già pareva si fosse svolta una battaglia, non ci avesse trattenuti. Mangiammo un chilo di pane raffermo11 e ci bevemmo sopra un paio di litri d’acqua. Le dive cinematografiche, che ricorrono a tanti espedienti per simulare l’angoscia delle scene drammatiche, dovrebbero sperimentare una colazione così: per un buon paio d’ore si eseguono i più spasmodici12 singhiozzi con una naturalezza sorprendente. (Tratto da: G. Marotta, Tutte a me, Ceschina) Il testo Due ragazzi decidono di prepararsi un piatto di spaghetti al sugo di pomodoro: una preparazione che sembra semplice semplice, ma… L’autore Giuseppe Marotta (Napoli, 1902-1963) è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e critico cinematografico. A causa delle difficoltà economiche seguite alla morte del padre, avvenuta quando lui aveva solo nove anni, dovette ben presto abbandonare la scuola e iniziare a lavorare come operaio. Continuò però a studiare di sera, riuscì a far pubblicare i suoi primi racconti e, dopo essersi trasferito a Milano, iniziò la carriera di giornalista al «Corriere della Sera». 1. il commestibile: il cibo.  2. Un corpo immerso in un liquido: viene citato il famoso principio di Archimede (che qui non c’entra affatto) sui solidi che galleggiano.  3. superflua: non necessaria.  4. zirlìo: è il verso del tordo, usato anche per indicare suoni acuti e sibilanti o, come in questo caso, rumori simili allo sfrigolìo della miccia.  5. danze propiziatorie: eseguite per rendere le divinità favorevoli all’impresa che si sta per compiere.  6. nitroglicerina: esplosivo molto potente.  7. l’amalgama: la mescolanza.  8. a punto: con la giusta dose di sale.  9. ci dissuase da ogni approccio: ci convinse a rinunciare a qualsiasi forma di avvicinamento e contatto.  10. sanatorio: casa di cura per malati ai polmoni.  11. raffermo: indurito, non fresco.  12. spasmodici: che provocano contrazioni. LESSICO 1. Come si possono definire i due protagonisti? Scegli e sottolinea gli aggettivi adatti: insicuri • accorti • inetti • impacciati • smaliziati • astuti • inesperti • goffi • maldestri • dotati • versatili • sprovveduti • eclettici • avveduti 2. In due punti del testo l’autore usa la tecnica della personificazione, attribuendo azioni tipicamente umane agli ingredienti della ricetta. Trova le frasi e sottolineale. COMPRENDERE 3. Come si conclude la preparazione degli spaghetti? I due amici riescono finalmente a mangiarli? 4. Come definiresti il testo che hai letto? Prevalentemente… ☐ descrittivo ☐ informativo ☐ umoristico ESPRIMERE E VALUTARE 5. Scrivere Trasforma il brano letto in un testo regolativo, cioè scrivi una ricetta con la quale preparare un appetitoso piatto di spaghetti! 6. Alla maggior parte degli italiani piacciono gli spaghetti e la pizza, e amano condividere questi cibi con gli amici mangiando in allegria. Ma questi piatti piacciono proprio a tutti? Leggi che cosa ne pensano per esempio due ragazze, una proveniente da Capo Verde e l’altra dalle Filippine. TI ABITUERAI ANCHE TU All’inizio, quando sono arrivata in Italia, non riuscivo ad adattarmi al cibo. Mangiavo sempre riso con il tonno, la canja oppure jemada, l’uovo sbattuto. In parte, mamma aveva ragione. Sapeva che gli italiani mangiavano solo pasta. Dicevo a mamma: - Come farò? Lei mi rispondeva: - Gli altri si sono abituati, e non sono morti. Ti abituerai anche tu. Intanto mi mandava le scatolette di tonno capoverdiano e addirittura la carne di maiale già cucinata, in una scatoletta ben sigillata. Col passare del tempo mi sono abituata ad apprezzare la cucina italiana, per cui ho detto a mia madre di non mandarmi più roba da mangiare. (Jesus Maria de Lourdes, Racordai. Vengo da un’isola di Capo Verde, Sinnos) L’INIZIO DI UNO SCAMBIO I primi giorni mi sedevo a tavola ma non toccavo cibo. In particolare quando mangiavano l’insalata inorridivo e pensavo dentro di me «questi sono simili agli animali, perché solo le bestie mangiano l’insalata senza cuocerla». Mai nelle Filippine qualcuno avrebbe mangiato la verdura senza prima averla cotta, solo agli animali viene data verdura fresca. Mi davano l’insalata e io rifiutavo dicendo che era «pericoloso mangiarla» e allora loro ridevano. Quando la signora è venuta a sapere che non mangiavo ha chiamato nuovamente la domestica filippina della madre, era preoccupata del fatto che non toccavo il cibo. Mi fece chiedere cosa volevo, se desideravo il riso, che tipo di carne o altro. Ha compilato una lista di alimenti che desideravo e li ha fatti comprare, ma la cuoca non li sapeva cucinare e allora iniziai a farlo io. Era l’inizio di uno scambio, di un confronto di capacità: lo stesso ingrediente poteva essere cucinato in maniera diversa, ognuno imparava dall’altro e allora assaggiare diventava naturale, una forma di rispetto ma anche di curiosità. E io imparavo da loro ed esploravo nuovi sapori; e questo avveniva con reciprocità. (Irma Perez Tobias, Manila-Rome, Sinnos) • Se in classe ci sono ragazzi che arrivano dall’estero, mettete in comune qualche ricetta e, perché no, provatela! Per parlare in modo efficace SPIEGO LA MIA RICETTA Preparati a spiegare a voce alta la ricetta che hai scelto. Segui questa scaletta. • La ricetta che ho scelto è… • Mi piace questa ricetta perché… • Questi sono gli ingredienti e le dosi… • Per la preparazione, bisogna… • In totale, il tempo occorrente è…