VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

VIA DALLA SCUOLA, IN LACRIME Lo studio è roba da ricchi? Gavino Ledda Il 7 gennaio 1944 mi trovai per la prima volta sui banchi di scuola, con tre mesi di ritardo rispetto ai miei compagni. I primi giorni i compagni mi prendevano in giro e sghignazzavano sulla mia ignoranza. Tutti, maschi e femmine, erano più grandi di me. Molti erano ripetenti. E nei miei confronti erano spavaldi: sapevano già far bene le aste, scrivere e leggere le vocali e le consonanti. Per fortuna come compagno di banco mi toccò Pizzente, che si era presentato in classe nello stesso giorno. Per noi la maestra fu costretta a ritornare alle aste. E almeno con lui per un po’ potei condividere la mia soggezione e timidezza, cui lui ben presto reagì con aria quasi di sfida: da alunno scapestrato che avrebbe voluto apprendere tutto fuorché a leggere e scrivere. Del mio compagno di banco ricordo che era sempre in disordine: non portava mai né cartella né quaderni e non stava mai attento alle lezioni. Durante gli intervalli pregavo le compagne e i compagni di classe di aiutarmi a compitare1 le vocali e le consonanti che loro incominciavano a scrivere con una certa speditezza. La mia esperienza scolastica, contrariamente alla volontà mia e della maestra, durò poco più di un mese e cessò molto prima che io divenissi propriamente un alunno. La maestra mi si era molto affezionata e già molti compagni e compagne che mi avevano preso in giro nei primi giorni, li avevo conquistati a furia di rubare loro aste, consonanti e vocali. La storia, però, stava tramando ai miei danni inesorabilmente come lo scorrere del tempo. E una mattina di febbraio, mentre la maestra si sforzava di farmi scrivere alla lavagna, mio padre, sorretto dalla convinzione morale di essere il mio proprietario, con lo sguardo terrificante di un falco affamato dalla strada fulminò la scuola. La raggiunse con impeto fragoroso piombando in classe. Avanzò fino alla cattedra senza far parola e salutò la maestra con un secco buongiorno. - Buongiorno - gli rispose la maestra mentre lui le s’impalò davanti irrigidito e seccato dalla situazione. Alla sua vista gli scolari zittirono tutti sui banchi. Mio padre venne subito al sodo. La sua fierezza e la sua imponenza dominavano nell’abbigliamento pastorale: pantaloni di fustagno, giacca di velluto liscio, scarponi e berretto rigido. Inizialmente, però, non riuscì a nascondere una forte impazienza. I suoi occhi lampeggiarono. - Sono venuto a riprendermi il ragazzo. Mi serve a governare le pecore e a custodirle… È mio. E io sono solo. Non posso continuare a lasciare il gregge incustodito quando vengo qui a Siligo2 a portare il latte in caseificio o a portarmi via le provviste. Io non faccio solo il pastore. Per tirare avanti onestamente e senza derubare il vicino, mi tocca coltivare una parte della tanca3 a grano per il fabbisogno di casa. Gavino, anche se è piccolo, custodirà le pecore mentre io marrerò4 il grano o poterò la vigna o lavorerò all’oliveto che ho già cominciato a piantare… Come vede da solo non posso fare tutte queste cose stando dietro alle pecore. Incustodite, potrebbero assalirmi la vigna o il grano, e non possiamo stare un anno senza pane… Insomma, lui mi custodirà le pecore mentre io farò tutte le altre cose per procacciare il sostentamento ai suoi fratelli più piccoli… Io non ne ho di soldi per comprare loro i mezzi di sussistenza. Mi spiace riprenderglielo, ma senza di lui non potrei più andare avanti. Questa è stata sempre la storia di noi pastori. Ci sono banditi dappertutto e lei lo sa benissimo, signora maestra. - Gavino è ancora troppo piccolo! Come potrà custodire le pecore e far paura ai banditi? La sua presenza sarà inutile… Qui imparerà a vivere prima di esporsi alla vita. Gli mancano ancora le penne per prendere il volo. - Cosa ne sa lei della pastorizia? I pastori volano tutti senza ali. Il tono si fece risoluto. - Non è necessario che il ragazzo sia grande per custodire le pecore. Quanto ai banditi, poi, basta un respiro umano. Avrà fiato sufficiente per chiamarmi da una vallata all’altra, se sarà il caso… Non sarà né il primo né l’ultimo… Anch’io ho trascorso la mia infanzia in questo modo. Infanzia! Puh! Sono dovuto diventare adulto prima del tempo. A questo punto seguì un momento di silenzio come se in aula non vi fosse nessuno al di fuori della sua volontà. La maestra e gli alunni, anzi, sembravano volerselo ascoltare, quel silenzio terribile. - Saprò fare di lui un ottimo pastore capace di produrre latte, formaggio e carne. Lui non deve studiare. Ora deve pensare a crescere. Quando sarà grande la quinta elementare la farà come fanno molti prima di arruolarsi5. Lo studio è roba da ricchi: quello è per i leoni e noi non siamo che agnelli. Io me ne stavo lì, paralizzato, davanti alla lavagna come se quel discorso mi avesse inchiodato i piedi. Di colpo però di fronte al terribile «discorso della realtà», non ho potuto far altro che piangere e aggrapparmi alla maestra quasi per lasciar smorzare nell’orizzonte della nuova realtà la terribile luce del fulmine ed il boato del tuono esplosi sugli occhi e sulla bocca di mio padre. La maestra mi lasciò sfogare un po’ nel pianto e subito cominciò a prepararmi anche lei alla triste realtà. - Diventerai un grande pastore. Tuo padre ti insegnerà a mungere le pecore e le mucche. Sono molto belle, sai! Mi sussurrò queste cose lisciandomi i capelli, cercando di calmare il mio pianto, asciugandomi le lacrime con il suo fazzoletto. Mio padre stava lì, rigido nel suo abbigliamento pastorale, aspettando che mi adattassi alla verità, giunta troppo in fretta. Ma dalla sua rigidezza traspariva un insopportabile imbarazzo. E come per vincere il suo stato di disagio, mentre si allontanava spingendomi verso la porta, non poté fare a meno di cercare ulteriori giustificazioni di fronte alla maestra e agli scolari, storditi dal discorso. - Io ho bisogno di lui, in campagna… diversamente non riuscirò a mandare avanti la famiglia. Ecco! Se il governo mi pagasse un uomo per custodirmi le pecore o mi aiutasse in altro modo, io, glielo lascerei… a studiare. Il ragazzo è mio. Cosa vuole questo governo? Che per mandare lui a scuola, gli altri miei figli muoiano di fame? No. No. Io, il ragazzo me lo prendo e lo uso perché non ne posso fare a meno. E voglio vedere la barba di questa legge vigliacca, che cosa sarà in grado di farmi. Mi sento tranquillo! È la legge che non è tranquilla. Vuole rendere la scuola obbligatoria. La povertà! Quella è obbligatoria. Con le lacrime agli occhi e con quel tuono che stava ancora rintronandomi nella testa diedi così l’ultimo sguardo, penetrante, a tutta l’aula, quasi me la volessi portar via passando in rassegna frettolosamente tutti i banchi. Nel mio silenzio salutai tutti i compagni imprimendoli nella mente per non scordarli più. Ancora una volta fissai i particolari dell’aula che avevano colpito di più la mia fantasia: la lavagna, la cattedra e le carte geografiche. - Beh! Buongiorno, signora maestra. - Coraggio, Gavino - sussurrò la maestra facendo scomparire pian piano il suo volto sorridente, accostando i battenti della porta. (Tratto da: G. Ledda, Padre padrone, Feltrinelli) Il testo Queste sono le prime pagine dell’autobiografia intitolata Padre padrone, che racconta l’eccezionale lotta di un ragazzo che ha voluto liberarsi a ogni costo dalla sottomissione al padre, dalla povertà e dall’ignoranza. L’autore Gavino Ledda, nato in provincia di Sassari nel 1938, è rimasto analfabeta fino a vent’anni, perché il padre aveva bisogno di lui come pastore e non gli aveva permesso di frequentare la scuola. Dopo aver imparato a leggere e scrivere durante il servizio militare, ha continuato a studiare con tenacia e volontà, fino a laurearsi e a diventare professore universitario. Nel libro Padre padrone l’autore racconta la storia della propria vita. Questo brano è ambientato in Sardegna nel 1944. USA IL DIZIONARIO • I compagni erano “spavaldi”, troppo sicuri di sé. Scrivi un contrario di “spavaldo”: • Trova e sottolinea in queste righe la parola sinonimo di “scavezzacollo”. 1. compitare: leggere lentamente, pronunciando separatamente i suoni di cui sono formate le parole e dividendo le sillabe. 2. Siligo: comune in provincia di Sassari, in Sardegna. 3. tanca: piccolo campo delimitato da muretti in pietra. 4. marrerò: setaccerò. 5. arruolarsi: partire per il servizio militare. AL CINEMA Per cogliere il momento centrale narrato nel testo, guarda questa sequenza di Padre padrone, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1977. • Oggi è toccato a Gavino… (da Padre Padrone di Paolo e Vittorio Taviani) LESSICO 1. A che cosa viene paragonato lo sguardo del padre (r. 28)? 2. Nel brano ci sono molte parole ed espressioni che appartengono al mondo pastorale e agricolo: trascrivine cinque e spiegane il significato. COMPRENDERE 3. Dove e quando si svolge la vicenda? 4. La famiglia del bambino è ricca o povera? 5. Che cosa accade? 6. Il bambino ha emozioni diverse nel corso di quell’unico mese di scuola della sua infanzia. Collega le espressioni della colonna di destra con quelle della colonna di sinistra. AVVENIMENTI i primi giorni i compagni lo prendevano in giro la maestra è affezionata, alcuni compagni lo aiutano l’arrivo e il discorso del padre l’abbandono della scuola EMOZIONI sentirsi più a suo agio paralizzato dalla paura soggezione e timidezza grande tristezza 7. Il comportamento della maestra di fronte al padre non è sempre uguale: • all’inizio cerca di convincerlo a lasciare il figlio a scuola, dicendo… • durante e alla fine del discorso del padre consola Gavino: in che modo? 8. A metà del secolo scorso in Italia, in alcune zone povere di campagna, i figli venivano considerati come proprietà della famiglia, che dovevano aiutare lavorando. Quali frasi, infatti, dice il padre di Gavino? Ritrovale sul testo e sottolineale. 9. Il padre prova anche un po’ di imbarazzo, infatti in alcuni punti del suo discorso sembra scusarsi per il suo intervento: che cosa dice (r. 53-55 e 92-97)? 10. Che cosa pensa il padre di Gavino dell’istruzione (r. 70-74)? E della legge che obbliga i genitori a mandare i figli a scuola (r. 97-100)? ESPRIMERE E VALUTARE 11. Parlare Rispondi alla domanda posta dal titolo e confronta la tua risposta in classe.
VIA DALLA SCUOLA, IN LACRIME Lo studio è roba da ricchi? Gavino Ledda Il 7 gennaio 1944 mi trovai per la prima volta sui banchi di scuola, con tre mesi di ritardo rispetto ai miei compagni. I primi giorni i compagni mi prendevano in giro e sghignazzavano sulla mia ignoranza. Tutti, maschi e femmine, erano più grandi di me. Molti erano ripetenti. E nei miei confronti erano spavaldi: sapevano già far bene le aste, scrivere e leggere le vocali e le consonanti. Per fortuna come compagno di banco mi toccò Pizzente, che si era presentato in classe nello stesso giorno. Per noi la maestra fu costretta a ritornare alle aste. E almeno con lui per un po’ potei condividere la mia soggezione e timidezza, cui lui ben presto reagì con aria quasi di sfida: da alunno scapestrato che avrebbe voluto apprendere tutto fuorché a leggere e scrivere. Del mio compagno di banco ricordo che era sempre in disordine: non portava mai né cartella né quaderni e non stava mai attento alle lezioni. Durante gli intervalli pregavo le compagne e i compagni di classe di aiutarmi a compitare1 le vocali e le consonanti che loro incominciavano a scrivere con una certa speditezza. La mia esperienza scolastica, contrariamente alla volontà mia e della maestra, durò poco più di un mese e cessò molto prima che io divenissi propriamente un alunno. La maestra mi si era molto affezionata e già molti compagni e compagne che mi avevano preso in giro nei primi giorni, li avevo conquistati a furia di rubare loro aste, consonanti e vocali. La storia, però, stava tramando ai miei danni inesorabilmente come lo scorrere del tempo. E una mattina di febbraio, mentre la maestra si sforzava di farmi scrivere alla lavagna, mio padre, sorretto dalla convinzione morale di essere il mio proprietario, con lo sguardo terrificante di un falco affamato dalla strada fulminò la scuola. La raggiunse con impeto fragoroso piombando in classe. Avanzò fino alla cattedra senza far parola e salutò la maestra con un secco buongiorno. - Buongiorno - gli rispose la maestra mentre lui le s’impalò davanti irrigidito e seccato dalla situazione. Alla sua vista gli scolari zittirono tutti sui banchi. Mio padre venne subito al sodo. La sua fierezza e la sua imponenza dominavano nell’abbigliamento pastorale: pantaloni di fustagno, giacca di velluto liscio, scarponi e berretto rigido. Inizialmente, però, non riuscì a nascondere una forte impazienza. I suoi occhi lampeggiarono. - Sono venuto a riprendermi il ragazzo. Mi serve a governare le pecore e a custodirle… È mio. E io sono solo. Non posso continuare a lasciare il gregge incustodito quando vengo qui a Siligo2 a portare il latte in caseificio o a portarmi via le provviste. Io non faccio solo il pastore. Per tirare avanti onestamente e senza derubare il vicino, mi tocca coltivare una parte della tanca3 a grano per il fabbisogno di casa. Gavino, anche se è piccolo, custodirà le pecore mentre io marrerò4 il grano o poterò la vigna o lavorerò all’oliveto che ho già cominciato a piantare… Come vede da solo non posso fare tutte queste cose stando dietro alle pecore. Incustodite, potrebbero assalirmi la vigna o il grano, e non possiamo stare un anno senza pane… Insomma, lui mi custodirà le pecore mentre io farò tutte le altre cose per procacciare il sostentamento ai suoi fratelli più piccoli… Io non ne ho di soldi per comprare loro i mezzi di sussistenza. Mi spiace riprenderglielo, ma senza di lui non potrei più andare avanti. Questa è stata sempre la storia di noi pastori. Ci sono banditi dappertutto e lei lo sa benissimo, signora maestra. - Gavino è ancora troppo piccolo! Come potrà custodire le pecore e far paura ai banditi? La sua presenza sarà inutile… Qui imparerà a vivere prima di esporsi alla vita. Gli mancano ancora le penne per prendere il volo. - Cosa ne sa lei della pastorizia? I pastori volano tutti senza ali. Il tono si fece risoluto. - Non è necessario che il ragazzo sia grande per custodire le pecore. Quanto ai banditi, poi, basta un respiro umano. Avrà fiato sufficiente per chiamarmi da una vallata all’altra, se sarà il caso… Non sarà né il primo né l’ultimo… Anch’io ho trascorso la mia infanzia in questo modo. Infanzia! Puh! Sono dovuto diventare adulto prima del tempo. A questo punto seguì un momento di silenzio come se in aula non vi fosse nessuno al di fuori della sua volontà. La maestra e gli alunni, anzi, sembravano volerselo ascoltare, quel silenzio terribile. - Saprò fare di lui un ottimo pastore capace di produrre latte, formaggio e carne. Lui non deve studiare. Ora deve pensare a crescere. Quando sarà grande la quinta elementare la farà come fanno molti prima di arruolarsi5. Lo studio è roba da ricchi: quello è per i leoni e noi non siamo che agnelli. Io me ne stavo lì, paralizzato, davanti alla lavagna come se quel discorso mi avesse inchiodato i piedi. Di colpo però di fronte al terribile «discorso della realtà», non ho potuto far altro che piangere e aggrapparmi alla maestra quasi per lasciar smorzare nell’orizzonte della nuova realtà la terribile luce del fulmine ed il boato del tuono esplosi sugli occhi e sulla bocca di mio padre. La maestra mi lasciò sfogare un po’ nel pianto e subito cominciò a prepararmi anche lei alla triste realtà. - Diventerai un grande pastore. Tuo padre ti insegnerà a mungere le pecore e le mucche. Sono molto belle, sai! Mi sussurrò queste cose lisciandomi i capelli, cercando di calmare il mio pianto, asciugandomi le lacrime con il suo fazzoletto. Mio padre stava lì, rigido nel suo abbigliamento pastorale, aspettando che mi adattassi alla verità, giunta troppo in fretta. Ma dalla sua rigidezza traspariva un insopportabile imbarazzo. E come per vincere il suo stato di disagio, mentre si allontanava spingendomi verso la porta, non poté fare a meno di cercare ulteriori giustificazioni di fronte alla maestra e agli scolari, storditi dal discorso. - Io ho bisogno di lui, in campagna… diversamente non riuscirò a mandare avanti la famiglia. Ecco! Se il governo mi pagasse un uomo per custodirmi le pecore o mi aiutasse in altro modo, io, glielo lascerei… a studiare. Il ragazzo è mio. Cosa vuole questo governo? Che per mandare lui a scuola, gli altri miei figli muoiano di fame? No. No. Io, il ragazzo me lo prendo e lo uso perché non ne posso fare a meno. E voglio vedere la barba di questa legge vigliacca, che cosa sarà in grado di farmi. Mi sento tranquillo! È la legge che non è tranquilla. Vuole rendere la scuola obbligatoria. La povertà! Quella è obbligatoria. Con le lacrime agli occhi e con quel tuono che stava ancora rintronandomi nella testa diedi così l’ultimo sguardo, penetrante, a tutta l’aula, quasi me la volessi portar via passando in rassegna frettolosamente tutti i banchi. Nel mio silenzio salutai tutti i compagni imprimendoli nella mente per non scordarli più. Ancora una volta fissai i particolari dell’aula che avevano colpito di più la mia fantasia: la lavagna, la cattedra e le carte geografiche. - Beh! Buongiorno, signora maestra. - Coraggio, Gavino - sussurrò la maestra facendo scomparire pian piano il suo volto sorridente, accostando i battenti della porta. (Tratto da: G. Ledda, Padre padrone, Feltrinelli) Il testo Queste sono le prime pagine dell’autobiografia intitolata Padre padrone, che racconta l’eccezionale lotta di un ragazzo che ha voluto liberarsi a ogni costo dalla sottomissione al padre, dalla povertà e dall’ignoranza. L’autore Gavino Ledda, nato in provincia di Sassari nel 1938, è rimasto analfabeta fino a vent’anni, perché il padre aveva bisogno di lui come pastore e non gli aveva permesso di frequentare la scuola. Dopo aver imparato a leggere e scrivere durante il servizio militare, ha continuato a studiare con tenacia e volontà, fino a laurearsi e a diventare professore universitario. Nel libro Padre padrone l’autore racconta la storia della propria vita. Questo brano è ambientato in Sardegna nel 1944. USA IL DIZIONARIO • I compagni erano “spavaldi”, troppo sicuri di sé. Scrivi un contrario di “spavaldo”: • Trova e sottolinea in queste righe la parola sinonimo di “scavezzacollo”. 1. compitare: leggere lentamente, pronunciando separatamente i suoni di cui sono formate le parole e dividendo le sillabe. 2. Siligo: comune in provincia di Sassari, in Sardegna. 3. tanca: piccolo campo delimitato da muretti in pietra. 4. marrerò: setaccerò. 5. arruolarsi: partire per il servizio militare. AL CINEMA Per cogliere il momento centrale narrato nel testo, guarda questa sequenza di Padre padrone, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1977. • Oggi è toccato a Gavino… (da Padre Padrone di Paolo e Vittorio Taviani) LESSICO 1. A che cosa viene paragonato lo sguardo del padre (r. 28)? 2. Nel brano ci sono molte parole ed espressioni che appartengono al mondo pastorale e agricolo: trascrivine cinque e spiegane il significato. COMPRENDERE 3. Dove e quando si svolge la vicenda? 4. La famiglia del bambino è ricca o povera? 5. Che cosa accade? 6. Il bambino ha emozioni diverse nel corso di quell’unico mese di scuola della sua infanzia. Collega le espressioni della colonna di destra con quelle della colonna di sinistra. AVVENIMENTI i primi giorni i compagni lo prendevano in giro la maestra è affezionata, alcuni compagni lo aiutano l’arrivo e il discorso del padre l’abbandono della scuola EMOZIONI sentirsi più a suo agio paralizzato dalla paura soggezione e timidezza grande tristezza 7. Il comportamento della maestra di fronte al padre non è sempre uguale: • all’inizio cerca di convincerlo a lasciare il figlio a scuola, dicendo… • durante e alla fine del discorso del padre consola Gavino: in che modo? 8. A metà del secolo scorso in Italia, in alcune zone povere di campagna, i figli venivano considerati come proprietà della famiglia, che dovevano aiutare lavorando. Quali frasi, infatti, dice il padre di Gavino? Ritrovale sul testo e sottolineale. 9. Il padre prova anche un po’ di imbarazzo, infatti in alcuni punti del suo discorso sembra scusarsi per il suo intervento: che cosa dice (r. 53-55 e 92-97)? 10. Che cosa pensa il padre di Gavino dell’istruzione (r. 70-74)? E della legge che obbliga i genitori a mandare i figli a scuola (r. 97-100)? ESPRIMERE E VALUTARE 11. Parlare Rispondi alla domanda posta dal titolo e confronta la tua risposta in classe.