VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

leggere è bello classici di oggi da gustare Yann Martel VITA DI PI Piemme PERCHÉ LEGGERE QUESTO LIBRO Per vivere con Pi, il giovane protagonista di questo romanzo, la sua straordinaria avventura. Un naufragio lungo più di 200 giorni con un compagno di viaggio davvero particolare, una tigre anch'essa sopravvissuta al naufragio della nave sulla quale era stata caricata. Potranno sopravvivere i naufraghi su una scialuppa in mezzo all'oceano? IL LIBRO IN BREVE Pi è un ragazzo che sta lasciando l'India insieme alla sua famiglia e agli animali del loro piccolo zoo. Durante il viaggio la nave fa naufragio e Pi si ritrova solo, unico sopravvissuto fra gli umani su una scialuppa di salvataggio. Con lui, infatti, ci sono quattro animali: una zebra, un orango, una iena e una tigre, di nome Richard Parker. I primi tre moriranno in brevissimo tempo mentre Pi trascorrerà più di 200 giorni insieme al feroce felino, fino al colpo di scena finale. IL LIBRO IN ASSAGGIO [... Pi è in mare aperto ormai da molti giorni, e con lui è sopravvissuto Richard Parker]Il fatto che sia sopravvissuto può sembrare incredibile, lo so. Io stesso stento a crederci. Il mal di mare di Richard Parker e la mia determinazione a sfruttarlo non sono le uniche spiegazioni. Ce n’è almeno una terza, altrettanto importante: io ero la sua fonte di cibo e acqua. Richard Par-ker era arrivato allo zoo da cucciolo, e lì si era abituato a sfamarsi senza bisogno di alzare una zampa. Certo, quando pioveva e l’intera barca si trasformava in un abbeveratoio, capiva da dove venisse tutta quell’acqua. E quando un banco di pesci volanti ci piombava addosso, be’ anche in quel caso il mio ruolo non era tanto evidente. Ma queste eccezioni non intaccavano la realtà dei fatti: se guardava fuoribordo, non vedeva nessuna giungla in cui cacciare, nessun fiume al quale dissetarsi. Eppure io, puntuale e miracoloso, gli davo da bere e da mangiare. E in quel modo acquistavo potere. Le prove? Rimasi in vita, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Non mi attaccò, nemmeno quando dormivo sull’incerata. E infine: sono qui a raccontarvi questa storia. Conservavo l’acqua piovana e quella dei distillatori solari nel ripostiglio, lontano dagli occhi di Richard Parker, in tre sacche di plastica da cinquanta litri ciascuna, chiuse con una corda. Non avrebbero potuto essere più preziose, neppure se avessero contenuto oro, zaffiri, rubini e diamanti. Nel mio incubo peggiore aprivo la botola una mattina e scoprivo che tutte e tre le sacche si erano rovesciate o, peggio, spaccate. Ci pensavo in continuazione. Per scongiurare il rischio di una simile tragedia, le avevo avvolte con alcune coperte e le spostavo il meno possibile per paura che si strappassero. Quando la fortuna mi sorrideva, ovvero quando la pioggia era torrenziale e le sacche stracolme, riempivo anche i due secchi di plastica, i tre bicchieri graduati e le lattine vuote. Se la pioggia continuava, usavo me stesso: mi infilavo in bocca il tubo del raccoglitore e bevevo, bevevo, bevevo. Aggiungevo sempre dell’acqua marina al secchio di Richard Parker: un po’ di più nei giorni successivi a un acquazzone, un po’ di meno nei periodi di siccità. All’inizio, lo avevo visto allungare la testa oltre il bordo della scialuppa, annusare il mare e bere qualche sorso, ma aveva smesso presto. Nonostante tutto, riuscivamo appena a dissetarci. Per tutta la durata del viaggio, la penuria di acqua potabile non smise di angosciarmi e tormentarmi. Nella spartizione delle prede che catturavo, Richard Parker faceva la parte del leone, per così dire. Non avevo scelta. Non appena issavo a bordo una tartaruga, un dorado o uno squalo, lui se ne accorgeva, e io dovevo servirlo rapidamente e generosamente. A volte non avevo il tempo di esaminare ciò che avevo davanti: se non me lo cacciavo in bocca in fretta e furia, Richard Parker lo reclamava soffiando impaziente e pestando le zampe al confine del suo territorio. La tempesta arrivò lentamente, nel pomeriggio. Le nuvole galoppavano spaventate e il mare cominciò a sollevarsi e a cadere con tale violenza che il mio cuore sprofondò. Misi in salvo la rete e i distillatori solari. Il panorama era terrificante. I marosi più alti che avessi mai visto erano semplici collinette a confronto di quelle montagne. Calai entrambe le ancore, a profondità diverse, perché non interferissero l’una con l’altra. Arrampicandosi sulle onde, la scialuppa si aggrappava alle ancore come uno scalatore alle funi. Si impennava fino a raggiungere le creste bianco neve, un’esplosione di luce e di schiuma oltre la quale c’era lo strapiombo. Da lassù la vista spaziava per chilometri e chilometri. Ma la montagna slittava oltre e la barca affondava a una velocità da ribaltare lo stomaco. In un baleno eravamo di nuovo a valle, all’ombra di migliaia di tonnellate di acqua. Solo lo scarso peso dell’imbarcazione faceva sì che fossimo ancora a galla. Il mare tornava a gonfiarsi e ricominciava il giro sulle montagne russe. Poi arrivò un’onda seriamente intenzionata a portarci con sé e la prua scomparve sott’acqua. Ero sconvolto, folle di terrore. Udii il ruggito di Richard Parker e capii che la morte ci era addosso. Non mi restava che scegliere: preferivo morire annegato o sbranato? Scelsi di morire sbranato. Mentre l’ennesima valle ci ingoiava, saltai sull’incerata e la srotolai fino a poppa, imprigionando Richard Parker. Se protestò, non lo udii. Adesso, con l’incerata ben tesa, la barca era protetta, eccetto che a prua. Mi rannicchiai e tirai il lembo dell’incerata sulla mia testa. Non avevo molto spazio. Fra la panca laterale, larga poco più di mezzo metro, e il bordo della scialuppa c’erano appena trenta centimetri. Ma, pur convinto di essere in punto di morte, non trovai il coraggio di scendere sul fondo della barca. La barca si inerpicava senza sosta, inesorabilmente. Mi accorsi di scivolare verso poppa. Con una frenetica torsione della mano, riuscii ad avvolgere la fune attorno a un altro gancio. In quella posizione, non potevo fare molto di più. Mi aggrappai alla fune con tutte le mie forze: la scialuppa aveva un’inclinazione di quarantacinque gradi. L’inclinazione era aumentata quando fendemmo la cresta e passammo sul fianco opposto dell’onda. Una piccola parte del suo carico d’acqua ci investì con la forza di un pugno colossale. La scialuppa si sbilanciò in avanti e un torrente di acqua con una tigre a mollo mi venne incontro. Non avevo un’idea precisa di dove fosse Richard Parker, perché sotto l’incerata era buio pesto. Prima che la vallata successiva ci risucchiasse ero mezzo annegato. Per il resto del giorno e delle prime ore notturne, facemmo su e giù senza sosta, finché il terrore non divenne monotono e l’indifferenza si impadronì di me. Ero aggrappato alla fune con una mano e al sedile di prua con l’altra, il corpo schiacciato contro la panca laterale. Ero fradicio, infreddolito e ferito. Il fragore della tempesta era costante, come i ruggiti di Richard Parker. A un certo punto della notte, mi accorsi che il putiferio si era placato, la barca beccheggiava tranquilla. Attraverso uno squarcio nell’incerata vidi il cielo notturno. Era stellato e senza nuvole. Strisciai all’aperto e mi sdraiai. All’alba mi resi conto di aver perso la zattera. Le ancore, miracolosamente, non si erano perse e, fedeli, continuavano a far sentire la loro presenza. All’estremità della cima galleggiavano solo due remi e un giubbotto di salvataggio. Era come guardare l’unica trave annerita scampata all’incendio della tua casa. Perlustrai ogni centimetro dell’orizzonte. Niente. La mia piccola città marina era svanita. Le ancore, miracolosamente, non si erano perse e, fedeli, continuavano a far sentire la loro presenza. La scialuppa era ridotta male. Molte provviste erano andate perse. Controllai il ripostiglio, terrorizzato da quel che avrei potuto scoprire. Ma le sacche d’acqua erano intatte, la rete aveva impedito che fossero sballottate troppo violentemente. Ero a pezzi, depresso. Richard Parker era così silenzioso che mi domandai se non fosse affogato. No: mentre riavvolgevo parzialmente l’incerata, la luce del giorno lo raggiunse. Si mosse e soffiò. Quindi emerse dall’acqua e si sistemò sul sedile di poppa. Presi ago e filo e rammendai gli squarci nell’incerata. Poi legai un secchio alla fune e cominciai a svuotare la scialuppa. Richard Parker mi guardava distrattamente, avevo l’impressione che quasi tutto quello che facevo lo annoiasse. A causa del caldo procedevo lentamente. Una secchiata mi restituì qualcosa che avevo perso. La ripescai. Nel palmo della mia mano era racchiuso tutto ciò che mi separava dalla morte: l’ultimo fischietto di salvataggio arancione.
leggere è bello classici di oggi da gustare Yann Martel VITA DI PI Piemme PERCHÉ LEGGERE QUESTO LIBRO Per vivere con Pi, il giovane protagonista di questo romanzo, la sua straordinaria avventura. Un naufragio lungo più di 200 giorni con un compagno di viaggio davvero particolare, una tigre anch'essa sopravvissuta al naufragio della nave sulla quale era stata caricata. Potranno sopravvivere i naufraghi su una scialuppa in mezzo all'oceano? IL LIBRO IN BREVE Pi è un ragazzo che sta lasciando l'India insieme alla sua famiglia e agli animali del loro piccolo zoo. Durante il viaggio la nave fa naufragio e Pi si ritrova solo, unico sopravvissuto fra gli umani su una scialuppa di salvataggio. Con lui, infatti, ci sono quattro animali: una zebra, un orango, una iena e una tigre, di nome Richard Parker. I primi tre moriranno in brevissimo tempo mentre Pi trascorrerà più di 200 giorni insieme al feroce felino, fino al colpo di scena finale. IL LIBRO IN ASSAGGIO [... Pi è in mare aperto ormai da molti giorni, e con lui è sopravvissuto Richard Parker]Il fatto che sia sopravvissuto può sembrare incredibile, lo so. Io stesso stento a crederci. Il mal di mare di Richard Parker e la mia determinazione a sfruttarlo non sono le uniche spiegazioni. Ce n’è almeno una terza, altrettanto importante: io ero la sua fonte di cibo e acqua. Richard Par-ker era arrivato allo zoo da cucciolo, e lì si era abituato a sfamarsi senza bisogno di alzare una zampa. Certo, quando pioveva e l’intera barca si trasformava in un abbeveratoio, capiva da dove venisse tutta quell’acqua. E quando un banco di pesci volanti ci piombava addosso, be’ anche in quel caso il mio ruolo non era tanto evidente. Ma queste eccezioni non intaccavano la realtà dei fatti: se guardava fuoribordo, non vedeva nessuna giungla in cui cacciare, nessun fiume al quale dissetarsi. Eppure io, puntuale e miracoloso, gli davo da bere e da mangiare. E in quel modo acquistavo potere. Le prove? Rimasi in vita, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Non mi attaccò, nemmeno quando dormivo sull’incerata. E infine: sono qui a raccontarvi questa storia. Conservavo l’acqua piovana e quella dei distillatori solari nel ripostiglio, lontano dagli occhi di Richard Parker, in tre sacche di plastica da cinquanta litri ciascuna, chiuse con una corda. Non avrebbero potuto essere più preziose, neppure se avessero contenuto oro, zaffiri, rubini e diamanti. Nel mio incubo peggiore aprivo la botola una mattina e scoprivo che tutte e tre le sacche si erano rovesciate o, peggio, spaccate. Ci pensavo in continuazione. Per scongiurare il rischio di una simile tragedia, le avevo avvolte con alcune coperte e le spostavo il meno possibile per paura che si strappassero. Quando la fortuna mi sorrideva, ovvero quando la pioggia era torrenziale e le sacche stracolme, riempivo anche i due secchi di plastica, i tre bicchieri graduati e le lattine vuote. Se la pioggia continuava, usavo me stesso: mi infilavo in bocca il tubo del raccoglitore e bevevo, bevevo, bevevo. Aggiungevo sempre dell’acqua marina al secchio di Richard Parker: un po’ di più nei giorni successivi a un acquazzone, un po’ di meno nei periodi di siccità. All’inizio, lo avevo visto allungare la testa oltre il bordo della scialuppa, annusare il mare e bere qualche sorso, ma aveva smesso presto. Nonostante tutto, riuscivamo appena a dissetarci. Per tutta la durata del viaggio, la penuria di acqua potabile non smise di angosciarmi e tormentarmi. Nella spartizione delle prede che catturavo, Richard Parker faceva la parte del leone, per così dire. Non avevo scelta. Non appena issavo a bordo una tartaruga, un dorado o uno squalo, lui se ne accorgeva, e io dovevo servirlo rapidamente e generosamente. A volte non avevo il tempo di esaminare ciò che avevo davanti: se non me lo cacciavo in bocca in fretta e furia, Richard Parker lo reclamava soffiando impaziente e pestando le zampe al confine del suo territorio. La tempesta arrivò lentamente, nel pomeriggio. Le nuvole galoppavano spaventate e il mare cominciò a sollevarsi e a cadere con tale violenza che il mio cuore sprofondò. Misi in salvo la rete e i distillatori solari. Il panorama era terrificante. I marosi più alti che avessi mai visto erano semplici collinette a confronto di quelle montagne. Calai entrambe le ancore, a profondità diverse, perché non interferissero l’una con l’altra. Arrampicandosi sulle onde, la scialuppa si aggrappava alle ancore come uno scalatore alle funi. Si impennava fino a raggiungere le creste bianco neve, un’esplosione di luce e di schiuma oltre la quale c’era lo strapiombo. Da lassù la vista spaziava per chilometri e chilometri. Ma la montagna slittava oltre e la barca affondava a una velocità da ribaltare lo stomaco. In un baleno eravamo di nuovo a valle, all’ombra di migliaia di tonnellate di acqua. Solo lo scarso peso dell’imbarcazione faceva sì che fossimo ancora a galla. Il mare tornava a gonfiarsi e ricominciava il giro sulle montagne russe. Poi arrivò un’onda seriamente intenzionata a portarci con sé e la prua scomparve sott’acqua. Ero sconvolto, folle di terrore. Udii il ruggito di Richard Parker e capii che la morte ci era addosso. Non mi restava che scegliere: preferivo morire annegato o sbranato? Scelsi di morire sbranato. Mentre l’ennesima valle ci ingoiava, saltai sull’incerata e la srotolai fino a poppa, imprigionando Richard Parker. Se protestò, non lo udii. Adesso, con l’incerata ben tesa, la barca era protetta, eccetto che a prua. Mi rannicchiai e tirai il lembo dell’incerata sulla mia testa. Non avevo molto spazio. Fra la panca laterale, larga poco più di mezzo metro, e il bordo della scialuppa c’erano appena trenta centimetri. Ma, pur convinto di essere in punto di morte, non trovai il coraggio di scendere sul fondo della barca. La barca si inerpicava senza sosta, inesorabilmente. Mi accorsi di scivolare verso poppa. Con una frenetica torsione della mano, riuscii ad avvolgere la fune attorno a un altro gancio. In quella posizione, non potevo fare molto di più. Mi aggrappai alla fune con tutte le mie forze: la scialuppa aveva un’inclinazione di quarantacinque gradi. L’inclinazione era aumentata quando fendemmo la cresta e passammo sul fianco opposto dell’onda. Una piccola parte del suo carico d’acqua ci investì con la forza di un pugno colossale. La scialuppa si sbilanciò in avanti e un torrente di acqua con una tigre a mollo mi venne incontro. Non avevo un’idea precisa di dove fosse Richard Parker, perché sotto l’incerata era buio pesto. Prima che la vallata successiva ci risucchiasse ero mezzo annegato. Per il resto del giorno e delle prime ore notturne, facemmo su e giù senza sosta, finché il terrore non divenne monotono e l’indifferenza si impadronì di me. Ero aggrappato alla fune con una mano e al sedile di prua con l’altra, il corpo schiacciato contro la panca laterale. Ero fradicio, infreddolito e ferito. Il fragore della tempesta era costante, come i ruggiti di Richard Parker. A un certo punto della notte, mi accorsi che il putiferio si era placato, la barca beccheggiava tranquilla. Attraverso uno squarcio nell’incerata vidi il cielo notturno. Era stellato e senza nuvole. Strisciai all’aperto e mi sdraiai. All’alba mi resi conto di aver perso la zattera. Le ancore, miracolosamente, non si erano perse e, fedeli, continuavano a far sentire la loro presenza. All’estremità della cima galleggiavano solo due remi e un giubbotto di salvataggio. Era come guardare l’unica trave annerita scampata all’incendio della tua casa. Perlustrai ogni centimetro dell’orizzonte. Niente. La mia piccola città marina era svanita. Le ancore, miracolosamente, non si erano perse e, fedeli, continuavano a far sentire la loro presenza. La scialuppa era ridotta male. Molte provviste erano andate perse. Controllai il ripostiglio, terrorizzato da quel che avrei potuto scoprire. Ma le sacche d’acqua erano intatte, la rete aveva impedito che fossero sballottate troppo violentemente. Ero a pezzi, depresso. Richard Parker era così silenzioso che mi domandai se non fosse affogato. No: mentre riavvolgevo parzialmente l’incerata, la luce del giorno lo raggiunse. Si mosse e soffiò. Quindi emerse dall’acqua e si sistemò sul sedile di poppa. Presi ago e filo e rammendai gli squarci nell’incerata. Poi legai un secchio alla fune e cominciai a svuotare la scialuppa. Richard Parker mi guardava distrattamente, avevo l’impressione che quasi tutto quello che facevo lo annoiasse. A causa del caldo procedevo lentamente. Una secchiata mi restituì qualcosa che avevo perso. La ripescai. Nel palmo della mia mano era racchiuso tutto ciò che mi separava dalla morte: l’ultimo fischietto di salvataggio arancione.