VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

LA PAURA DI RESTARE SOLI Gli amici della mia infanzia Daniel Pennac Andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei maestri. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo. (Evviva!). Non ero portato dapprima all’aritmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non fatti), portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo sport né peraltro da alcuna attività parascolastica. - Capisci? Capisci o no quello che ti spiego? Non capivo. Questa incapacità a capire aveva radici così lontane che la famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b. - Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto. Così ironizzava mio padre per scacciare i suoi stessi timori. Detto senza alcuna particolare malignità. Era la nostra forma di complicità. Mio padre e io abbiamo optato molto presto per il sorriso. Ma torniamo ai miei inizi. Ultimogenito di quattro fratelli, ero un caso a parte. I miei genitori non avevano avuto occasione di fare pratica con i miei fratelli maggiori, la cui carriera scolastica, seppur non eccezionalmente brillante, si era svolta senza intoppi. Ero oggetto di stupore, e di stupore costante poiché gli anni passavano senza apportare il benché minimo miglioramento. «Mi cadono le braccia», «Non posso capacitarmi» sono per me esclamazioni familiari, associate a sguardi adulti in cui colgo un abisso di incredulità scavato dalla mia incapacità di assimilare alcunché. A quanto pareva, tutti capivano più in fretta di me. - Ma sei proprio duro di comprendonio! Un pomeriggio dell’anno della maturità (uno degli anni della maturità), mentre mio padre mi spiegava trigonometria nella stanza che fungeva da biblioteca, il nostro cane venne quatto quatto a mettersi sul letto dietro di noi. Appena individuato, fu seccamente mandato via: - Fila di là, cane, sulla tua poltrona! Cinque minuti dopo, il cane era di nuovo sul letto. Ma si era preso la briga di andare a recuperare la vecchia coperta che proteggeva la sua poltrona e vi si era steso sopra. Ammirazione generale, ovviamente, e giustificata: tanto di cappello a un animale in grado di associare un divieto all’idea astratta di pulizia e trarne la conclusione che occorresse farsi la cuccia per godere della compagnia dei padroni, con un vero e proprio ragionamento! Fu un argomento di conversazione che in famiglia durò per anni. Personalmente, ne trassi l’insegnamento che anche il cane di casa afferrava più in fretta di me. Credo di avergli bisbigliato all’orecchio: - Domani ci vai tu a scuola! Eppure, esteriormente, pur non essendo agitato, ero un bambino vivace che amava giocare. Bravissimo alle biglie, imbattibile a palla prigioniera, campione del mondo nelle battaglie di cuscini, amavo giocare. Piuttosto chiacchierone e ridanciano, diciamo pure burlone, mi facevo degli amici a tutti i livelli della classe, fra i somari, certo, ma anche fra le teste di serie - non avevo pregiudizi. Più di qualunque cosa, alcuni insegnanti mi rimproveravano questa allegria. Oltre che negato, insolente. Il minimo della buona educazione, per un somaro, è essere discreto: nato morto sarebbe l’ideale. Ma la vitalità era vitale per me, se così si può dire. Il gioco mi salvava dall’amarezza che provavo non appena ripiombavo nella mia vergogna solitaria. Mio Dio, la solitudine del somaro nella vergogna di non fare mai quello che è giusto! E il desiderio di fuggire… Ho provato presto il desiderio di fuggire. Dove? Non è chiaro. Diciamo fuggire da me stesso, e tuttavia dentro di me. Ma in un io che fosse accettato dagli altri. Devo probabilmente a questa voglia di fuggire gli strani ideogrammi1 che precedettero la mia grafia. Invece di formare le lettere dell’alfabeto, disegnavo omini che scappavano sui margini e lì creavano delle bande. Eppure all’inizio mi applicavo, rifinivo le lettere meglio che potevo, ma pian piano le lettere si trasformavano in quegli esserini allegri e saltellanti che se ne andavano a folleggiare altrove, ideogrammi della mia sete di vivere. Ancora oggi uso questi omini quando firmo le copie dei miei libri. È la banda della mia infanzia, cui sono fedele. (Tratto da: D. Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli) Il testo Uno scrittore può andare male a scuola? E se lui stesso ammettesse di essere stato, per un po’ di tempo, un vero “somaro”? E riguardo alle amicizie, come se la cavava il giovane Daniel? L’autore Daniel Pennac (Casablanca, Marocco, 1944) è uno scrittore francese. Ha iniziato scrivendo libri per bambini, ma è diventato famoso con la saga del signor Malaussène e della sua strampalata famiglia. Fino a pochi anni fa ha insegnato lettere in un liceo della periferia di Parigi. Tra i suoi romanzi per ragazzi ricordiamo il ciclo di Kamo, Abbaiare stanca e L’occhio del lupo. Nel libro da cui è tratto questo brano Pennac racconta la sua esperienza di “pessimo alunno”, come lui stesso si definisce. 1. ideogrammi: segni grafici che rappresentano un’idea, come i geroglifici egiziani. USA IL DIZIONARIO • Il verbo “afferrava” qui è usato in senso letterale o figurato? • Con quale sinonimo potresti sostituirlo? COMPRENDERE 1. Il brano può essere suddiviso in due grandi parti, dette macrosequenze: di che cosa si parla nella prima? E nella seconda? Scrivilo in non più di cinque righe. 2. Qual è il problema dello scolaro Pennac? 3. Quale leggenda aveva creato la famiglia per spiegare la sua incapacità? 4. Come si comporta il padre di fronte agli insuccessi scolastici del figlio? 5. Chi riusciva a ragionare più in fretta del ragazzo? In quale episodio lo si era visto? 6. Com’era di carattere Daniel? Aveva amici? Era socievole? 7. Da che cosa lo salvava il gioco? 8. Perché alcuni insegnanti ritenevano che fosse insolente? 9. Qual era la sua vergogna? E il suo desiderio? 10. In che cosa consisteva «la banda della sua infanzia»? Era reale o immaginaria? Perché Daniel se la creava? LESSICO 11. Collega i termini del testo della prima colonna con i sinonimi della seconda. PAROLE riprovazione (r. 2-3) disortografico (r. 5) incline (r. 5) riscattati (r. 9) ironizzava (r. 19) optato (r. 21) tanto di cappello (r. 41) insolente (r. 56) SINONIMI ricompensati complimenti disposto dato la preferenza irrispettoso scherzava che soffre di un disturbo di apprendimento della scrittura disapprovazione 12. Quale espressione, tra quelle elencate di seguito, spiega che cosa sono le «teste di serie»? ☐ Ragazzi di serie A, i migliori ☐ Ragazzi molto intelligenti ☐ Ragazzi che andavano bene a scuola ☐ Teste speciali 13. La frase «mi facevo degli amici a tutti i livelli della classe, fra i somari, certo, ma anche fra le teste di serie - non avevo pregiudizi» (r. 53-54) contiene un’espressione che fa sorridere. Qual è e perché? 14. Quesito INVALSI Nella frase «Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?» (r. 11) perché il secondo “Capisci” è in corsivo? A. Per dare l’idea del tono esasperato di chi parla B. Perché è una ripetizione C. Per dare più forza al senso della parola D. Per dare meglio l’idea della domanda diretta 15. Quesito INVALSI La parola “Eppure” nella frase «Eppure, esteriormente, pur non essendo agitato, ero un bambino vivace che amava giocare» (r. 49-50) potrebbe essere sostituita da A. quindi B. allora C. tuttavia D. infatti ESPRIMERE E VALUTARE 16. Scrivere In un’altra pagina di diario, Pennac scrive che, per fare in modo che la scuola vada bene, occorre “pelare la cipolla”. Quali sono, nella tua esperienza di studente, gli “strati” che occorrerebbe togliere, cioè gli ostacoli che ti impediscono di stare bene a scuola e di vivere fino in fondo il momento presente? Paure, distrazioni, rabbia, desideri insoddisfatti…? LIBRI PER TE Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli L’autore parla della sua esperienza di insegnante e tratta il tema della scuola dal punto di vista degli alunni, in particolare dal punto di vista di quelli che non hanno buoni risultati, situazione che conosce bene. Con episodi buffi, toccanti e ironici presenta i problemi dei giovani e la loro sete di sapere e d’imparare, contrariamente ai luoghi comuni.
LA PAURA DI RESTARE SOLI Gli amici della mia infanzia Daniel Pennac Andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei maestri. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo. (Evviva!). Non ero portato dapprima all’aritmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non fatti), portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo sport né peraltro da alcuna attività parascolastica. - Capisci? Capisci o no quello che ti spiego? Non capivo. Questa incapacità a capire aveva radici così lontane che la famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b. - Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto. Così ironizzava mio padre per scacciare i suoi stessi timori. Detto senza alcuna particolare malignità. Era la nostra forma di complicità. Mio padre e io abbiamo optato molto presto per il sorriso. Ma torniamo ai miei inizi. Ultimogenito di quattro fratelli, ero un caso a parte. I miei genitori non avevano avuto occasione di fare pratica con i miei fratelli maggiori, la cui carriera scolastica, seppur non eccezionalmente brillante, si era svolta senza intoppi. Ero oggetto di stupore, e di stupore costante poiché gli anni passavano senza apportare il benché minimo miglioramento. «Mi cadono le braccia», «Non posso capacitarmi» sono per me esclamazioni familiari, associate a sguardi adulti in cui colgo un abisso di incredulità scavato dalla mia incapacità di assimilare alcunché. A quanto pareva, tutti capivano più in fretta di me. - Ma sei proprio duro di comprendonio! Un pomeriggio dell’anno della maturità (uno degli anni della maturità), mentre mio padre mi spiegava trigonometria nella stanza che fungeva da biblioteca, il nostro cane venne quatto quatto a mettersi sul letto dietro di noi. Appena individuato, fu seccamente mandato via: - Fila di là, cane, sulla tua poltrona! Cinque minuti dopo, il cane era di nuovo sul letto. Ma si era preso la briga di andare a recuperare la vecchia coperta che proteggeva la sua poltrona e vi si era steso sopra. Ammirazione generale, ovviamente, e giustificata: tanto di cappello a un animale in grado di associare un divieto all’idea astratta di pulizia e trarne la conclusione che occorresse farsi la cuccia per godere della compagnia dei padroni, con un vero e proprio ragionamento! Fu un argomento di conversazione che in famiglia durò per anni. Personalmente, ne trassi l’insegnamento che anche il cane di casa afferrava più in fretta di me. Credo di avergli bisbigliato all’orecchio: - Domani ci vai tu a scuola! Eppure, esteriormente, pur non essendo agitato, ero un bambino vivace che amava giocare. Bravissimo alle biglie, imbattibile a palla prigioniera, campione del mondo nelle battaglie di cuscini, amavo giocare. Piuttosto chiacchierone e ridanciano, diciamo pure burlone, mi facevo degli amici a tutti i livelli della classe, fra i somari, certo, ma anche fra le teste di serie - non avevo pregiudizi. Più di qualunque cosa, alcuni insegnanti mi rimproveravano questa allegria. Oltre che negato, insolente. Il minimo della buona educazione, per un somaro, è essere discreto: nato morto sarebbe l’ideale. Ma la vitalità era vitale per me, se così si può dire. Il gioco mi salvava dall’amarezza che provavo non appena ripiombavo nella mia vergogna solitaria. Mio Dio, la solitudine del somaro nella vergogna di non fare mai quello che è giusto! E il desiderio di fuggire… Ho provato presto il desiderio di fuggire. Dove? Non è chiaro. Diciamo fuggire da me stesso, e tuttavia dentro di me. Ma in un io che fosse accettato dagli altri. Devo probabilmente a questa voglia di fuggire gli strani ideogrammi1 che precedettero la mia grafia. Invece di formare le lettere dell’alfabeto, disegnavo omini che scappavano sui margini e lì creavano delle bande. Eppure all’inizio mi applicavo, rifinivo le lettere meglio che potevo, ma pian piano le lettere si trasformavano in quegli esserini allegri e saltellanti che se ne andavano a folleggiare altrove, ideogrammi della mia sete di vivere. Ancora oggi uso questi omini quando firmo le copie dei miei libri. È la banda della mia infanzia, cui sono fedele. (Tratto da: D. Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli) Il testo Uno scrittore può andare male a scuola? E se lui stesso ammettesse di essere stato, per un po’ di tempo, un vero “somaro”? E riguardo alle amicizie, come se la cavava il giovane Daniel? L’autore Daniel Pennac (Casablanca, Marocco, 1944) è uno scrittore francese. Ha iniziato scrivendo libri per bambini, ma è diventato famoso con la saga del signor Malaussène e della sua strampalata famiglia. Fino a pochi anni fa ha insegnato lettere in un liceo della periferia di Parigi. Tra i suoi romanzi per ragazzi ricordiamo il ciclo di Kamo, Abbaiare stanca e L’occhio del lupo. Nel libro da cui è tratto questo brano Pennac racconta la sua esperienza di “pessimo alunno”, come lui stesso si definisce. 1. ideogrammi: segni grafici che rappresentano un’idea, come i geroglifici egiziani. USA IL DIZIONARIO • Il verbo “afferrava” qui è usato in senso letterale o figurato? • Con quale sinonimo potresti sostituirlo? COMPRENDERE 1. Il brano può essere suddiviso in due grandi parti, dette macrosequenze: di che cosa si parla nella prima? E nella seconda? Scrivilo in non più di cinque righe. 2. Qual è il problema dello scolaro Pennac? 3. Quale leggenda aveva creato la famiglia per spiegare la sua incapacità? 4. Come si comporta il padre di fronte agli insuccessi scolastici del figlio? 5. Chi riusciva a ragionare più in fretta del ragazzo? In quale episodio lo si era visto? 6. Com’era di carattere Daniel? Aveva amici? Era socievole? 7. Da che cosa lo salvava il gioco? 8. Perché alcuni insegnanti ritenevano che fosse insolente? 9. Qual era la sua vergogna? E il suo desiderio? 10. In che cosa consisteva «la banda della sua infanzia»? Era reale o immaginaria? Perché Daniel se la creava? LESSICO 11. Collega i termini del testo della prima colonna con i sinonimi della seconda. PAROLE riprovazione (r. 2-3) disortografico (r. 5) incline (r. 5) riscattati (r. 9) ironizzava (r. 19) optato (r. 21) tanto di cappello (r. 41) insolente (r. 56) SINONIMI ricompensati complimenti disposto dato la preferenza irrispettoso scherzava che soffre di un disturbo di apprendimento della scrittura disapprovazione 12. Quale espressione, tra quelle elencate di seguito, spiega che cosa sono le «teste di serie»? ☐ Ragazzi di serie A, i migliori  ☐ Ragazzi molto intelligenti ☐ Ragazzi che andavano bene a scuola  ☐ Teste speciali 13. La frase «mi facevo degli amici a tutti i livelli della classe, fra i somari, certo, ma anche fra le teste di serie - non avevo pregiudizi» (r. 53-54) contiene un’espressione che fa sorridere. Qual è e perché? 14. Quesito INVALSI Nella frase «Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?» (r. 11) perché il secondo “Capisci” è in corsivo? A. Per dare l’idea del tono esasperato di chi parla B. Perché è una ripetizione C. Per dare più forza al senso della parola D. Per dare meglio l’idea della domanda diretta 15. Quesito INVALSI La parola “Eppure” nella frase «Eppure, esteriormente, pur non essendo agitato, ero un bambino vivace che amava giocare» (r. 49-50) potrebbe essere sostituita da A. quindi B. allora C. tuttavia D. infatti ESPRIMERE E VALUTARE 16. Scrivere In un’altra pagina di diario, Pennac scrive che, per fare in modo che la scuola vada bene, occorre “pelare la cipolla”. Quali sono, nella tua esperienza di studente, gli “strati” che occorrerebbe togliere, cioè gli ostacoli che ti impediscono di stare bene a scuola e di vivere fino in fondo il momento presente? Paure, distrazioni, rabbia, desideri insoddisfatti…? LIBRI PER TE Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli L’autore parla della sua esperienza di insegnante e tratta il tema della scuola dal punto di vista degli alunni, in particolare dal punto di vista di quelli che non hanno buoni risultati, situazione che conosce bene. Con episodi buffi, toccanti e ironici presenta i problemi dei giovani e la loro sete di sapere e d’imparare, contrariamente ai luoghi comuni.