VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

IL DESIDERIO DI AMICIZIA E IL CORAGGIO DI FARSI AVANTI Nel gruppo dei “grandi”! Erri De Luca Andò così la prima volta che salii al balcone. Dal finestrino a pianoterra del cortile dove abitavo, il pomeriggio guardavo il gioco dei più grandi. Il pallone calciato male schizzò in alto e finì sul terrazzino di quel primo piano. Era perduto, un superflex paravinil un po’ sgonfio per l’uso. Mentre bisticciavano sul guaio mi affacciai e chiesi se mi facevano giocare con loro. Sì, se ci compri un altro pallone. No, con quello, risposi. Incuriositi accettarono. Mi arrampicai lungo un tubo dell’acqua, discendente, che passava accanto al terrazzino e proseguiva in cima. Era piccolo e fissato al muro del cortile con dei morsetti arrugginiti. Cominciai a salire, il tubo era coperto da polvere, la presa era meno sicura di quello che mi ero immaginato. Mi ero impegnato, ormai. Guardai in su: dietro i vetri di una finestra del terzo piano c’era lei, la bambina che cercavo di sbirciare. Era al suo posto, la testa appoggiata sulle mani. Di solito guardava il cielo, in quel momento no, guardava giù. Dovevo continuare e continuai. Per un bambino cinque metri sono un precipizio. Scalai il tubo puntando i piedi sui morsetti fino all’altezza del terrazzino. Sotto di me si erano azzittiti i commenti. Allungai la mano sinistra per arrivare alla ringhiera di ferro, mi mancava un palmo. In quel punto dovevo fidarmi dei piedi e stendere il braccio che teneva il tubo. Decisi di farlo di slancio e ci arrivai con la sinistra. Ora dovevo portarci la destra. Strinsi forte la presa sul ferro del terrazzo e buttai la destra ad afferrare. Persi l’appoggio dei piedi: le mani ressero per un momento il corpo nel vuoto, poi subito un ginocchio, poi due piedi e scavalcai. Com’è che non avevo avuto paura? Capii che la mia paura era timida, per uscire allo scoperto aveva bisogno di stare da sola. Lì invece c’erano gli occhi dei bambini sotto e quelli di lei sopra. La mia paura si vergognava di uscire. Si sarebbe vendicata dopo, la sera al buio nel letto, col fruscìo dei fantasmi nel vuoto. Buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me. La discesa era più facile, potevo stendere la mano verso il tubo contando su due buoni appoggi per i piedi sul bordo del terrazzino. Prima di allungarmi verso il tubo guardai veloce al terzo piano. Mi ero offerto all’impresa per desiderio che si accorgesse di me, minuscolo scopettino da cortile. Era lì con gli occhi sbarrati, prima che potessi azzardare un sorriso era scomparsa. Stupido a guardare se lei stava guardando. Bisognava crederci senza controllare, come si fa con gli angeli custodi. Mi arrabbiai con me buttandomi lungo il tubo in discesa per togliermi da quel palcoscenico. Sotto mi aspettava il premio, l’ammissione al gioco. Mi misero in porta e fu così deciso il mio ruolo, sarei diventato portiere. Da quel giorno mi chiamarono «’a scigna», la scimmia. Mi tuffavo in mezzo ai loro piedi per afferrare la palla e salvare la porta. Il portiere è l’ultima difesa, dev’essere l’eroe della trincea. Prendevo calci sulle mani, in faccia, non piangevo. Ero fiero di giocare coi più grandi. (Tratto da: E. De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli) Il testo Un ragazzino un po’ solo, un gruppo di ragazzi più grandi, un vecchio palazzo, un pallone malamente calciato, gli occhi curiosi di una ragazzina: pochi ingredienti per una storia di coraggio, impegno, desiderio di amicizia e primi battiti del cuore… L’autore Erri (Enrico) De Luca (Napoli, 1950) è uno scrittore e un poeta. Ha pubblicato il suo primo libro a quarant’anni, dopo aver fatto svariati mestieri tra cui l’operaio, il camionista, il muratore. Ha imparato da solo l’ebraico antico per poter tradurre la Bibbia, cui ha dedicato diversi studi. È un grande appassionato di montagna e provetto alpinista. Il brano che stai per leggere è ambientato a Napoli negli anni Cinquanta del Novecento. COMPRENDERE 1. Che cosa fa il ragazzino il pomeriggio? Che cosa vorrebbe fare? 2. Quale fatto gli offre l’occasione di farsi notare dai ragazzi più grandi? 3. Da chi vorrebbe anche farsi notare? 4. Che cos’è più forte della paura? 5. Perché la ragazzina «era lì con gli occhi sbarrati»? 6. Qual è il premio per l’impresa compiuta? LESSICO 7. Il protagonista riceve un soprannome dai grandi. Perché lo chiamano proprio “’a scigna”? 8. Spiega il significato di queste due espressioni “pensate” dal protagonista su se stesso: • «minuscolo scopettino da cortile»; • «il portiere è l’ultima difesa, dev’essere l’eroe della trincea». In particolare, metti in rilievo lo stato d’animo del ragazzino nelle due diverse situazioni: come si sente nella prima? E nella seconda? 9. Quesito INVALSI Nell’espressione «Mi ero impegnato, ormai» (r. 16) la parola “ormai” A. esprime l’idea di una cosa conclusa C. ha il valore di “già” B. significa “giunti a questo punto” D. sottolinea il tempo passato ANALIZZARE 10. Il periodo «Buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me» (r. 44) ci suggerisce che A. la discesa è facile, non è più emozionante, quindi i ragazzi lo aspettano giocando B. i ragazzi, una volta ottenuto il pallone, si dimenticano totalmente di lui C. in realtà i “grandi” non vogliono giocare con lui D. il ragazzino è triste perché ha capito che non lo accettano 11. Qual è la durata della vicenda del recupero del pallone? A. Un giorno C. Qualche minuto B. Un pomeriggio D. Un tempo imprecisato 12. Gli stati d’animo del protagonista cambiano durante lo sviluppo della storia. Noi te li diamo già in ordine, tu riconosci le situazioni e completa le frasi utilizzando quelle proposte, come negli esempi. giocare con i grandi • il gioco si faceva duro • riuscire a recuperare il pallone • la bambina si accorgesse di lui • avercela fatta nell’impresa • la bambina era scomparsa • infatti, quando c’erano altri non si faceva “vedere” • se stesso ESPRIMERE E VALUTARE 13. Parlare Il protagonista si offre di recuperare la palla, anche in modo pericoloso, per essere accettato dal gruppo dei grandi. Condividi questo comportamento? Come ti comporti tu, quando desideri far parte di un gruppo di ragazzi che ancora non conosci? Chiedi di giocare con loro, cerchi di farti notare in qualche modo o aspetti che siano gli altri a fare il primo passo? Quali stati d’animo provi? Parlane con i tuoi compagni. Per parlare in modo efficace • Da’ agli altri la possibilità di esprimersi, aspetta con pazienza il tuo turno, ascoltando quello che i tuoi compagni dicono. • Quando intervieni, di’ la tua facendo anche confronti con quanto detto prima. PAROLE PER PARLARE Ti diamo qualche spunto per il tuo intervento. • A me il comportamento del protagonista ha fatto venire in mente quella volta in cui anch’io… • A me questo ragazzino sembra un po’ matto: rischiare l’osso del collo per un pallone! Per essere accettato da un gruppo io sicuramente non… • Devo proprio ammetterlo: anch’io, come lui, a volte sto al balcone a guardare giocare gli altri, vorrei scendere, unirmi a loro, ma…
IL DESIDERIO DI AMICIZIA E IL CORAGGIO DI FARSI AVANTI Nel gruppo dei “grandi”! Erri De Luca Andò così la prima volta che salii al balcone. Dal finestrino a pianoterra del cortile dove abitavo, il pomeriggio guardavo il gioco dei più grandi. Il pallone calciato male schizzò in alto e finì sul terrazzino di quel primo piano. Era perduto, un superflex paravinil un po’ sgonfio per l’uso. Mentre bisticciavano sul guaio mi affacciai e chiesi se mi facevano giocare con loro. Sì, se ci compri un altro pallone. No, con quello, risposi. Incuriositi accettarono. Mi arrampicai lungo un tubo dell’acqua, discendente, che passava accanto al terrazzino e proseguiva in cima. Era piccolo e fissato al muro del cortile con dei morsetti arrugginiti. Cominciai a salire, il tubo era coperto da polvere, la presa era meno sicura di quello che mi ero immaginato. Mi ero impegnato, ormai. Guardai in su: dietro i vetri di una finestra del terzo piano c’era lei, la bambina che cercavo di sbirciare. Era al suo posto, la testa appoggiata sulle mani. Di solito guardava il cielo, in quel momento no, guardava giù. Dovevo continuare e continuai. Per un bambino cinque metri sono un precipizio. Scalai il tubo puntando i piedi sui morsetti fino all’altezza del terrazzino. Sotto di me si erano azzittiti i commenti. Allungai la mano sinistra per arrivare alla ringhiera di ferro, mi mancava un palmo. In quel punto dovevo fidarmi dei piedi e stendere il braccio che teneva il tubo. Decisi di farlo di slancio e ci arrivai con la sinistra. Ora dovevo portarci la destra. Strinsi forte la presa sul ferro del terrazzo e buttai la destra ad afferrare. Persi l’appoggio dei piedi: le mani ressero per un momento il corpo nel vuoto, poi subito un ginocchio, poi due piedi e scavalcai. Com’è che non avevo avuto paura? Capii che la mia paura era timida, per uscire allo scoperto aveva bisogno di stare da sola. Lì invece c’erano gli occhi dei bambini sotto e quelli di lei sopra. La mia paura si vergognava di uscire. Si sarebbe vendicata dopo, la sera al buio nel letto, col fruscìo dei fantasmi nel vuoto. Buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me. La discesa era più facile, potevo stendere la mano verso il tubo contando su due buoni appoggi per i piedi sul bordo del terrazzino. Prima di allungarmi verso il tubo guardai veloce al terzo piano. Mi ero offerto all’impresa per desiderio che si accorgesse di me, minuscolo scopettino da cortile. Era lì con gli occhi sbarrati, prima che potessi azzardare un sorriso era scomparsa. Stupido a guardare se lei stava guardando. Bisognava crederci senza controllare, come si fa con gli angeli custodi. Mi arrabbiai con me buttandomi lungo il tubo in discesa per togliermi da quel palcoscenico. Sotto mi aspettava il premio, l’ammissione al gioco. Mi misero in porta e fu così deciso il mio ruolo, sarei diventato portiere. Da quel giorno mi chiamarono «’a scigna», la scimmia. Mi tuffavo in mezzo ai loro piedi per afferrare la palla e salvare la porta. Il portiere è l’ultima difesa, dev’essere l’eroe della trincea. Prendevo calci sulle mani, in faccia, non piangevo. Ero fiero di giocare coi più grandi. (Tratto da: E. De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli) Il testo Un ragazzino un po’ solo, un gruppo di ragazzi più grandi, un vecchio palazzo, un pallone malamente calciato, gli occhi curiosi di una ragazzina: pochi ingredienti per una storia di coraggio, impegno, desiderio di amicizia e primi battiti del cuore… L’autore Erri (Enrico) De Luca (Napoli, 1950) è uno scrittore e un poeta. Ha pubblicato il suo primo libro a quarant’anni, dopo aver fatto svariati mestieri tra cui l’operaio, il camionista, il muratore. Ha imparato da solo l’ebraico antico per poter tradurre la Bibbia, cui ha dedicato diversi studi. È un grande appassionato di montagna e provetto alpinista. Il brano che stai per leggere è ambientato a Napoli negli anni Cinquanta del Novecento. COMPRENDERE 1. Che cosa fa il ragazzino il pomeriggio? Che cosa vorrebbe fare? 2. Quale fatto gli offre l’occasione di farsi notare dai ragazzi più grandi? 3. Da chi vorrebbe anche farsi notare? 4. Che cos’è più forte della paura? 5. Perché la ragazzina «era lì con gli occhi sbarrati»? 6. Qual è il premio per l’impresa compiuta? LESSICO 7. Il protagonista riceve un soprannome dai grandi. Perché lo chiamano proprio “’a scigna”? 8. Spiega il significato di queste due espressioni “pensate” dal protagonista su se stesso: • «minuscolo scopettino da cortile»; • «il portiere è l’ultima difesa, dev’essere l’eroe della trincea». In particolare, metti in rilievo lo stato d’animo del ragazzino nelle due diverse situazioni: come si sente nella prima? E nella seconda? 9. Quesito INVALSI Nell’espressione «Mi ero impegnato, ormai» (r. 16) la parola “ormai” A. esprime l’idea di una cosa conclusa C. ha il valore di “già” B. significa “giunti a questo punto” D. sottolinea il tempo passato ANALIZZARE 10. Il periodo «Buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me» (r. 44) ci suggerisce che A. la discesa è facile, non è più emozionante, quindi i ragazzi lo aspettano giocando B. i ragazzi, una volta ottenuto il pallone, si dimenticano totalmente di lui C. in realtà i “grandi” non vogliono giocare con lui D. il ragazzino è triste perché ha capito che non lo accettano 11. Qual è la durata della vicenda del recupero del pallone? A. Un giorno C. Qualche minuto B. Un pomeriggio D. Un tempo imprecisato 12. Gli stati d’animo del protagonista cambiano durante lo sviluppo della storia. Noi te li diamo già in ordine, tu riconosci le situazioni e completa le frasi utilizzando quelle proposte, come negli esempi. giocare con i grandi • il gioco si faceva duro • riuscire a recuperare il pallone • la bambina si accorgesse di lui • avercela fatta nell’impresa • la bambina era scomparsa • infatti, quando c’erano altri non si faceva “vedere” • se stesso ESPRIMERE E VALUTARE 13. Parlare Il protagonista si offre di recuperare la palla, anche in modo pericoloso, per essere accettato dal gruppo dei grandi. Condividi questo comportamento? Come ti comporti tu, quando desideri far parte di un gruppo di ragazzi che ancora non conosci? Chiedi di giocare con loro, cerchi di farti notare in qualche modo o aspetti che siano gli altri a fare il primo passo? Quali stati d’animo provi? Parlane con i tuoi compagni. Per parlare in modo efficace • Da’ agli altri la possibilità di esprimersi, aspetta con pazienza il tuo turno, ascoltando quello che i tuoi compagni dicono. • Quando intervieni, di’ la tua facendo anche confronti con quanto detto prima. PAROLE PER PARLARE Ti diamo qualche spunto per il tuo intervento. • A me il comportamento del protagonista ha fatto venire in mente quella volta in cui anch’io… • A me questo ragazzino sembra un po’ matto: rischiare l’osso del collo per un pallone! Per essere accettato da un gruppo io sicuramente non… • Devo proprio ammetterlo: anch’io, come lui, a volte sto al balcone a guardare giocare gli altri, vorrei scendere, unirmi a loro, ma…