VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

IL LEGAME PROFONDO TRA MADRE E FIGLI Un felice ritorno a casa Hanan al-Shaykh Un giorno la mamma ci portò in tribunale. - Mio marito non paga gli alimenti1 - disse a un uomo che aveva in testa un turbante che mi ricordava un’anguria. - Come faccio a nutrire questi due figli? Devo tagliarmi le mani e fargliele mangiare? Come faccio a vestirli? Devo strapparmi la pelle e mettergliela addosso? Sentimmo l’uomo col turbante dare una serie di spiegazioni e una frase soltanto ci restò impressa: - Gli alimenti arriveranno, e direttamente al centro di casa vostra. Giunti a casa, io stessa mi misi a misurarla contando i passi, come vedevo fare agli adulti per misurare qualsiasi cosa, persino le tombe. Trovato il centro, mi sedetti dove avevo messo un segno, in attesa degli alimenti. Gli alimenti non si fecero vedere e, mentre mia madre era nell’orticello a raccogliere le fave e a strappare le cicorie, l’indivia e le erbacce, arrivò invece mio padre e ci chiese di accompagnarlo al mercato per comprarci vestiti, carne, zucchero e caramelle. Presi dall’entusiasmo ci dimenticammo di avvertire la mamma. Ci lanciammo verso nostro padre scalzi, gli corremmo dietro mentre lui continuava a promettere: - Voglio comprarvi anche delle scarpe nuove, lucide come specchi. Ci fece camminare per una strada che si snodava tra pietre, spine e alberi. Capimmo che non era la strada per il mercato, ma quella che portava verso casa sua e della sua nuova moglie. Appena arrivati le disse: - Pensa di essere più furba di me? Bene, facciamoli vivere con noi, allora! Senza pagare alimenti e senza mal di testa! Quanto fu lunga quella notte! Ci rigiravamo nel letto e pensavamo alla mamma, che magari avrebbe immaginato che una iena avesse pisciato sui piedi di uno di noi2 e ci avesse condotti nella sua tana, mangiandoci fino a spolparci le ossa. Oppure che fossimo caduti in un pozzo e fossimo annegati. Ma mio fratello mi rassicurava: i ragazzini con cui stavamo giocando le avrebbero detto che papà era venuto a prenderci. Tentammo di addormentarci stretti stretti. Sentivo i battiti del suo cuore e lui sentiva quelli del mio. Quando si fece giorno, ci alzammo. Non riuscivo a capire lo sguardo della mia matrigna, perché i suoi occhi erano verdi. Riuscivo a capire invece quelli della mamma, occhi neri profondi, e sapevo di amarla, come sapevo anche che non dovevo amare la mia matrigna, perché mia madre non la amava. La mancanza della mamma si faceva sentire sempre più forte, tanto che a colazione non riuscimmo a ingoiare nulla, nonostante i dolci e lo zucchero. Dovevamo inghiottire un po’ di tè dopo ogni boccone. Il tempo passava lento, soprattutto perché era estate e mio padre non doveva andare a insegnare ai bambini a scuola. Io e mio fratello sedemmo tutto il tempo appiccicati l’una all’altro, in attesa della sera. Decidemmo di scappare subito prima del tramonto, senza aver fatto alcun piano e senza neanche averne parlato. Pensavamo al sopraggiungere della notte: come potevamo andare a letto senza la mamma che dormiva in mezzo a noi, stendendo le sue mani per arrivare a toccare entrambi? Aspettammo che la nostra matrigna mettesse il piatto di mujaddara vicino al fornello a legna in cui preparava il pane. Non appena entrò in casa per portarcelo, mio fratello travasò la mujaddara nel suo vestito, tenendone i lembi e mordendosi le labbra per il vapore che continuava a salire. Corremmo veloci così com’eravamo venuti, scalzi, sopra le pietre marroni e rosse, sopra le poche piante, incuranti delle spine. Continuavo a urlare: - Ahi ahi ahi… spina, spina, spina… - e mio fratello rispondeva: - La mujaddara mi brucia! Continuammo a correre, senza tenerci per mano, dimenticando l’ordine della mamma, che ci aveva detto: - Non permettete neppure agli angeli di separare le vostre mani. Proseguimmo con la paura di prendere la strada sbagliata. Vidi una pianta di pomodoro tra le rocce, dai frutti rossi come anemoni3, ma non ci fermammo. Poi, giunti a un campo di fichi, ci sentimmo al sicuro. Avvistammo il grande stagno e, appena ci apparve la roccia grigia chiamata «cammello» a causa della sua forma, avemmo la certezza di aver raggiunto il villaggio. Le spine nel frattempo avevano iniziato a infilarsi nel mio vestito, avevano raggiunto la carne, pungendomi come avrebbero fatto delle vespe o delle api, ma la mancanza della mamma e il desiderio di mangiare la mujaddara mi incoraggiavano, e correvo come se stessi divorando la terra. Il buio calò all’improvviso, tanto da dare l’impressione che quella roccia a forma di cammello avesse nascosto il sole. Non riprendemmo fiato fino a quando ci apparve da lontano casa nostra e capimmo di essere arrivati. Ma prima di poter gustare a pieno la nostra gioia vedemmo una figura che andava avanti e indietro: era nostra madre che ci stava aspettando, senza avere idea della nostra fuga. Ci vide e scoppiò a piangere. Quando la riconoscemmo, saltammo di gioia. - Siamo tornati e abbiamo portato con noi la mujaddara - urlò mio fratello. - Voglio fartela assaggiare, mamma! Lei iniziò a cantare, gesticolando e agitando le mani come se si stesse lamentando. Corse verso di noi e noi verso di lei, fino a rifugiarci nel suo petto. Ci accolse tra le sue braccia, pianse mentre ci baciava e respirava il nostro odore. - Vi ha rapito? - continuava a ripetere. - Che Dio rapisca la sua anima! Ci fece entrare in casa e mio fratello rovesciò la mujaddara in un piatto. Mangiammo con gusto le fave che ci aveva preparato la mamma e ci sdraiammo tutti e tre nello stesso letto, come facevamo di solito. Stavolta lei non si stese tra di noi, ma si sedette a soffiare sulle cosce di mio fratello, nel punto in cui si era bruciato con la mujaddara, e sui miei piedi sanguinanti. - Come hai fatto a capire che saremmo scappati per tornare a casa? - le chiesi. - Non sono forse una mamma? - mi rispose. Sentivo i versi delle mucche provenire dal nostro orto. Le immaginai sdraiate sotto la tettoia del nostro orto, con i grandi occhi che mi fissavano nel buio. Tre mucche e un bue. Mi guardai intorno per rassicurarmi di essere davvero a casa, con mia madre, e non con mio padre e sua moglie. Sentivo la felicità inondarmi, perché tutto era al suo posto. Guardavo il mobiletto, lo specchio, la stanza, la finestra e non riuscii a prendere sonno finché la mamma si sdraiò tra me e mio fratello. Sentivo il soffio del vento tra gli alberi, che riempiva di gioia il mio cuore. Il muggito delle mucche mi cullava, come se stessero cantando una ninna nanna solo per me. (Tratto da: H. al-Shaykh, La sposa ribelle, Piemme) Il testo Un marito abbandona la famiglia e si risposa. Per la moglie rimasta sola ha inizio una vita difficile, la sua unica forza è l’amore per i figli. La voglia di ribellione e il desiderio di riscatto della donna garantiranno loro un futuro migliore. L’autrice Hanan al-Shaykh, nata nel 1945 a Beirut, in Libano, vive a Londra. Conosce perfettamente l’inglese, ma scrive in arabo, sua lingua madre. Le pagine che leggerai sono tratte dal romanzo autobiografico La sposa ribelle, in cui l’autrice dà voce alla madre, permettendole di raccontare la propria vita. Le vicende sono ambientate in Libano, nella prima metà del Novecento. 1. alimenti: la quota dovuta per il mantenimento dei bambini. 2. una iena… noi: credenza araba secondo cui la iena, per catturare la preda, le urina addosso. 3. anemoni: fiori bellissimi dal colore rosso intenso. USA IL DIZIONARIO “snodare” è sinonimo di sciogliere; invece “snodarsi” ha il significato di ... COMPRENDERE 1. Chi racconta? 2. Qual è la situazione iniziale? 3. Come si comporta il padre? 4. Quando e come i due fratelli decidono di scappare (r. 44-49)? 5. In che modo la madre dimostra la sua incontenibile gioia nel rivedere i figli? 6. Come si conclude l’episodio? ANALIZZARE 7. Ci sono suoni e oggetti familiari che danno sicurezza: quali suoni sente e quali oggetti guarda la bambina? E che cosa prova (r. 89-96)? 8. La figura della mamma è descritta per lo più in modo implicito, infatti possiamo ricavare molte informazioni su di lei da atteggiamenti e azioni, mentre altre informazioni date in modo esplicito sono sparse nel testo. Indica quali tra queste sono informazioni esplicite (E) e quali implicite (I). a. occhi neri e profondi b. molto affettuosa c. molto premurosa d. capace di esprimere in modo evidente collera o gioia 9. Che lavoro fa il padre dei bambini? Individua e trascrivi la frase che te lo fa capire (rileggi la parte centrale del testo, dopo che i bambini hanno fatto colazione). LESSICO E GRAMMATICA 10. Quale verbo indica l’entusiasmo dei bambini alle promesse del padre (r. 16-19)? 11. Quesito INVALSI Nella frase «Tentammo di addormentarci stretti stretti» (r. 32) l’uso del verbo “tentammo” ti fa capire che A. i fratelli cercano di addormentarsi l’un l’altro B. i fratelli cercano di dormire ma non ci riescono C. i fratelli sono tentati ma cercano di non dormire D. i fratelli riescono ad addormentarsi stando vicini ESPRIMERE E VALUTARE 12. Parlare Anche a casa tua ci sono suoni e oggetti familiari che ti danno sicurezza e gioia? Quali e perché? Parlane in classe.
IL LEGAME PROFONDO TRA MADRE E FIGLI Un felice ritorno a casa Hanan al-Shaykh Un giorno la mamma ci portò in tribunale. - Mio marito non paga gli alimenti1 - disse a un uomo che aveva in testa un turbante che mi ricordava un’anguria. - Come faccio a nutrire questi due figli? Devo tagliarmi le mani e fargliele mangiare? Come faccio a vestirli? Devo strapparmi la pelle e mettergliela addosso? Sentimmo l’uomo col turbante dare una serie di spiegazioni e una frase soltanto ci restò impressa: - Gli alimenti arriveranno, e direttamente al centro di casa vostra. Giunti a casa, io stessa mi misi a misurarla contando i passi, come vedevo fare agli adulti per misurare qualsiasi cosa, persino le tombe. Trovato il centro, mi sedetti dove avevo messo un segno, in attesa degli alimenti. Gli alimenti non si fecero vedere e, mentre mia madre era nell’orticello a raccogliere le fave e a strappare le cicorie, l’indivia e le erbacce, arrivò invece mio padre e ci chiese di accompagnarlo al mercato per comprarci vestiti, carne, zucchero e caramelle. Presi dall’entusiasmo ci dimenticammo di avvertire la mamma. Ci lanciammo verso nostro padre scalzi, gli corremmo dietro mentre lui continuava a promettere: - Voglio comprarvi anche delle scarpe nuove, lucide come specchi. Ci fece camminare per una strada che si snodava tra pietre, spine e alberi. Capimmo che non era la strada per il mercato, ma quella che portava verso casa sua e della sua nuova moglie. Appena arrivati le disse: - Pensa di essere più furba di me? Bene, facciamoli vivere con noi, allora! Senza pagare alimenti e senza mal di testa! Quanto fu lunga quella notte! Ci rigiravamo nel letto e pensavamo alla mamma, che magari avrebbe immaginato che una iena avesse pisciato sui piedi di uno di noi2 e ci avesse condotti nella sua tana, mangiandoci fino a spolparci le ossa. Oppure che fossimo caduti in un pozzo e fossimo annegati. Ma mio fratello mi rassicurava: i ragazzini con cui stavamo giocando le avrebbero detto che papà era venuto a prenderci. Tentammo di addormentarci stretti stretti. Sentivo i battiti del suo cuore e lui sentiva quelli del mio. Quando si fece giorno, ci alzammo. Non riuscivo a capire lo sguardo della mia matrigna, perché i suoi occhi erano verdi. Riuscivo a capire invece quelli della mamma, occhi neri profondi, e sapevo di amarla, come sapevo anche che non dovevo amare la mia matrigna, perché mia madre non la amava. La mancanza della mamma si faceva sentire sempre più forte, tanto che a colazione non riuscimmo a ingoiare nulla, nonostante i dolci e lo zucchero. Dovevamo inghiottire un po’ di tè dopo ogni boccone. Il tempo passava lento, soprattutto perché era estate e mio padre non doveva andare a insegnare ai bambini a scuola. Io e mio fratello sedemmo tutto il tempo appiccicati l’una all’altro, in attesa della sera. Decidemmo di scappare subito prima del tramonto, senza aver fatto alcun piano e senza neanche averne parlato. Pensavamo al sopraggiungere della notte: come potevamo andare a letto senza la mamma che dormiva in mezzo a noi, stendendo le sue mani per arrivare a toccare entrambi? Aspettammo che la nostra matrigna mettesse il piatto di mujaddara vicino al fornello a legna in cui preparava il pane. Non appena entrò in casa per portarcelo, mio fratello travasò la mujaddara nel suo vestito, tenendone i lembi e mordendosi le labbra per il vapore che continuava a salire. Corremmo veloci così com’eravamo venuti, scalzi, sopra le pietre marroni e rosse, sopra le poche piante, incuranti delle spine. Continuavo a urlare: - Ahi ahi ahi… spina, spina, spina… - e mio fratello rispondeva: - La mujaddara mi brucia! Continuammo a correre, senza tenerci per mano, dimenticando l’ordine della mamma, che ci aveva detto: - Non permettete neppure agli angeli di separare le vostre mani. Proseguimmo con la paura di prendere la strada sbagliata. Vidi una pianta di pomodoro tra le rocce, dai frutti rossi come anemoni3, ma non ci fermammo. Poi, giunti a un campo di fichi, ci sentimmo al sicuro. Avvistammo il grande stagno e, appena ci apparve la roccia grigia chiamata «cammello» a causa della sua forma, avemmo la certezza di aver raggiunto il villaggio. Le spine nel frattempo avevano iniziato a infilarsi nel mio vestito, avevano raggiunto la carne, pungendomi come avrebbero fatto delle vespe o delle api, ma la mancanza della mamma e il desiderio di mangiare la mujaddara mi incoraggiavano, e correvo come se stessi divorando la terra. Il buio calò all’improvviso, tanto da dare l’impressione che quella roccia a forma di cammello avesse nascosto il sole. Non riprendemmo fiato fino a quando ci apparve da lontano casa nostra e capimmo di essere arrivati. Ma prima di poter gustare a pieno la nostra gioia vedemmo una figura che andava avanti e indietro: era nostra madre che ci stava aspettando, senza avere idea della nostra fuga. Ci vide e scoppiò a piangere. Quando la riconoscemmo, saltammo di gioia. - Siamo tornati e abbiamo portato con noi la mujaddara - urlò mio fratello. - Voglio fartela assaggiare, mamma! Lei iniziò a cantare, gesticolando e agitando le mani come se si stesse lamentando. Corse verso di noi e noi verso di lei, fino a rifugiarci nel suo petto. Ci accolse tra le sue braccia, pianse mentre ci baciava e respirava il nostro odore. - Vi ha rapito? - continuava a ripetere. - Che Dio rapisca la sua anima! Ci fece entrare in casa e mio fratello rovesciò la mujaddara in un piatto. Mangiammo con gusto le fave che ci aveva preparato la mamma e ci sdraiammo tutti e tre nello stesso letto, come facevamo di solito. Stavolta lei non si stese tra di noi, ma si sedette a soffiare sulle cosce di mio fratello, nel punto in cui si era bruciato con la mujaddara, e sui miei piedi sanguinanti. - Come hai fatto a capire che saremmo scappati per tornare a casa? - le chiesi. - Non sono forse una mamma? - mi rispose. Sentivo i versi delle mucche provenire dal nostro orto. Le immaginai sdraiate sotto la tettoia del nostro orto, con i grandi occhi che mi fissavano nel buio. Tre mucche e un bue. Mi guardai intorno per rassicurarmi di essere davvero a casa, con mia madre, e non con mio padre e sua moglie. Sentivo la felicità inondarmi, perché tutto era al suo posto. Guardavo il mobiletto, lo specchio, la stanza, la finestra e non riuscii a prendere sonno finché la mamma si sdraiò tra me e mio fratello. Sentivo il soffio del vento tra gli alberi, che riempiva di gioia il mio cuore. Il muggito delle mucche mi cullava, come se stessero cantando una ninna nanna solo per me. (Tratto da: H. al-Shaykh, La sposa ribelle, Piemme) Il testo Un marito abbandona la famiglia e si risposa. Per la moglie rimasta sola ha inizio una vita difficile, la sua unica forza è l’amore per i figli. La voglia di ribellione e il desiderio di riscatto della donna garantiranno loro un futuro migliore. L’autrice Hanan al-Shaykh, nata nel 1945 a Beirut, in Libano, vive a Londra. Conosce perfettamente l’inglese, ma scrive in arabo, sua lingua madre. Le pagine che leggerai sono tratte dal romanzo autobiografico La sposa ribelle, in cui l’autrice dà voce alla madre, permettendole di raccontare la propria vita. Le vicende sono ambientate in Libano, nella prima metà del Novecento. 1. alimenti: la quota dovuta per il mantenimento dei bambini. 2. una iena… noi: credenza araba secondo cui la iena, per catturare la preda, le urina addosso. 3. anemoni: fiori bellissimi dal colore rosso intenso. USA IL DIZIONARIO “snodare” è sinonimo di sciogliere; invece “snodarsi” ha il significato di ... COMPRENDERE 1. Chi racconta? 2. Qual è la situazione iniziale? 3. Come si comporta il padre? 4. Quando e come i due fratelli decidono di scappare (r. 44-49)? 5. In che modo la madre dimostra la sua incontenibile gioia nel rivedere i figli? 6. Come si conclude l’episodio? ANALIZZARE 7. Ci sono suoni e oggetti familiari che danno sicurezza: quali suoni sente e quali oggetti guarda la bambina? E che cosa prova (r. 89-96)? 8. La figura della mamma è descritta per lo più in modo implicito, infatti possiamo ricavare molte informazioni su di lei da atteggiamenti e azioni, mentre altre informazioni date in modo esplicito sono sparse nel testo. Indica quali tra queste sono informazioni esplicite (E) e quali implicite (I). a. occhi neri e profondi b. molto affettuosa c. molto premurosa d. capace di esprimere in modo evidente collera o gioia 9. Che lavoro fa il padre dei bambini? Individua e trascrivi la frase che te lo fa capire (rileggi la parte centrale del testo, dopo che i bambini hanno fatto colazione). LESSICO E GRAMMATICA 10. Quale verbo indica l’entusiasmo dei bambini alle promesse del padre (r. 16-19)? 11. Quesito INVALSI Nella frase «Tentammo di addormentarci stretti stretti» (r. 32) l’uso del verbo “tentammo” ti fa capire che A. i fratelli cercano di addormentarsi l’un l’altro B. i fratelli cercano di dormire ma non ci riescono C. i fratelli sono tentati ma cercano di non dormire D. i fratelli riescono ad addormentarsi stando vicini ESPRIMERE E VALUTARE 12. Parlare Anche a casa tua ci sono suoni e oggetti familiari che ti danno sicurezza e gioia? Quali e perché? Parlane in classe.