VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

Parla di te, di come sei Paola Zannoner Descrivere non è il mio forte. Chiaro, no? Ma la prof insiste, chiede che parli di me. Peggio. Tira fuori questo compito, dice «descriviti», allora le chiedo: - Scusi, prof, in che senso mi devo descrivere? - Ma come sarebbe a dire in che senso, Gioele? Descriviti, parla di te, di come sei. - Tipo? - Come sei fatto, fisicamente... il tuo carattere... le tue emozioni, se vuoi. Non mi far dire tutto, su. Voglio che siate spontanei, che ognuno parli in libertà di come si percepisce. Ah, ecco: percepisce. Vai a sapere che significa, ma a questo punto me ne guardo bene dal chiedere altro. Tante volte venisse fuori un altro di questi paroloni che m’ingarbugliano ancora di più. Maledetto foglio bianco, riempiti, su, riempiti. Che ci vuole a tirare fuori qualche frasetta, tanto per arrivare alla colonna e mezza d’ordinanza? Per ora, mi sfogo in ghirigori sugli angoli del quaderno, lo so che ho quell’aria ipnotizzata che si dice abbiano quelli molto ispirati oppure quelli che hanno il cervello disconnesso. Mi sa che io sono più del secondo tipo. Va bene, facciamola finita: cominciamo dall’età, che è un dato di fatto. Sono un tizio di tredici anni, punto. Ho già detto tutto. Cos’altro posso aggiungere? La prof ha parlato del fisico, potrei mettere quanto sono alto. Be’, non lo so. All’incirca un metro e sessantacinque, più o meno. Chiaro che mi piacerebbe di più. Eviterei le battute abbastanza scontate su quanto sono tappo, mezza cartuccia, soldo di cacio e queste amenità che alla fin fine non sono neanche originali. Almeno fai paragoni strani, no, di’: coda di lucertola, piano terra, paletto, mezzo litro, hobbit, quarto d’ora, no, troppa fantasia. Spesso, poi, i commenti arrivano da certa gente che sarebbe meglio stesse zitta e pensasse agli affari suoi, ai brufoli, i nasi lunghi, i rotoli di ciccia, per esempio. Mia madre dice che «tanto devo crescere ancora». E chi ce l’ha il tempo di aspettare? Io no, io tredici anni ce li ho ora e sto in mezzo a un popolo di stanghe alte due metri: in classe mia devono aver fatto le selezioni per il guinness dei più alti, poi hanno ficcato in mezzo anche me, che gli sono scappato dalla lista dei Vichinghi. Insomma, eccomi qua tra gente che ti guarda dall’alto in basso, non so se rendo l’idea. Oltretutto io sono un tipo anonimo, occhi castani e capelli castani. Già castani non dà l’idea di nulla, se non di un colore marroncino che non sto a dire a cosa somiglia, tanto si è capito. In ogni caso, io quasi quasi i capelli me li taglio tutti a zero. Meglio rapato che con i ciuffi a cascata sulle orecchie come il cane dei nonni, una specie di beagle incrociato con uno spinone: da quando è nato si vede benissimo che si chiede chi è. Di sicuro non «l’amore di Livia sua» come gli strilla mia nonna in adorazione. Infatti lui, per tutta risposta, sospira come un mantice e va a raggomitolarsi in salotto, per sfuggire ai baci nonneschi. Tutti noi sfuggiamo a quei baci lì, pieni di rossetto e di euforia. Scappo io, ma si sa, ho l’età ingrata come insistono a ripetere tutti, ma proprio tutti, da mamma e papà fino al postino che mi avrà visto sì e no due volte in vita sua. Ma scappano anche i miei fratelli, e pure le biscugine che pure smorfioseggiano alla grande. Bah! Sono ancora qui con l’occhio fisso sulle tre cose scritte riguardo all’altezza e gli occhi castani. Detto questo, ci sta bene forse parlare di sport. Su quello non ci piove, no? A tutti i ragazzi piace lo sport. Se non che io non sono di quelli con la foga del calcio. Non so se ci siamo capiti. Due tiri in porta li faccio volentieri, chiaro. Ma non sono di quelli che stanno nel pallone come bachi dentro la mela: allenamento e partite a tutta manetta e tra uno e l’altra ci sta giusto il tempo per tifare la propria squadra. No, io a questa cosa non ci sto dentro, come si dice. Tutto quello stress di corse e piegamenti, una fatica boia, non fa per me. E poi gli allenatori sono sadici, ti stanno addosso come falchi, molto peggio degli insegnanti, perché hanno le mani più libere. In ogni caso, io non sono uno del genere «promessa sportiva», sono più il tipo che se la prende comoda. Sono così fin da quando ero piccolo, anche se i miei da quest’orecchio non ci sentono. Mamma mi ha costretto a giocare a pallavolo, pallacanestro e pallamano. Poi mi ha fatto provare con le arti marziali, non si sa mai che bassetto come sono mi scopra un maestro di kung fu. Mi chiedo: perché si deve faticare in questo modo? Dal momento che ho già dato per sette anni tra palle varie e mosse di karate, mi sono meritato la pensione a vita da ogni forma di movimento intenso. Ebbene sì, sono un paramecio. Avete presente cos’è un paramecio? Una specie di verme, un invertebrato sempre fermo, immobile: se ne sta lì a vermeggiare, credo abbastanza felice, dato che nella sua società nessuno gli dice cosa deve fare e non fare. È vietato? Se in natura c’è un essere così ci sarà ben un motivo, no? E se io lo prendo come modello, allora, che male c’è? Bisogna per forza essere tutti motivati, agitati? Insomma: io sono un tipo tranquillo... Mi piace seguire i miei sogni e la mia musica, soprattutto se si tratta di musica rap! Comunque sarà meglio chiudere questa roba, questo componimento. Altezza, capelli e sport. Mezza colonna. Io chiuderei bottega. Posso? (Tratto da: P. Zannoner, Lasciatemi in pace!, De Agostini) Il testo Dopo aver letto alcune descrizioni di persone, forse già ti aspetti la fatidica consegna: «E ora descriviti tu»! Paura del foglio bianco? Non sai da che parte iniziare? Non preoccuparti, sei in buona compagnia… Gioele la pensa esattamente come te! L’autrice Paola Zannoner (1958) è una scrittrice italiana che vive a Firenze. È autrice di molti libri di narrativa per ragazzi. La descrizione che leggerai in queste pagine è ambientata al giorno d’oggi. COMPRENDERE 1. Quale richiesta mette in crisi il ragazzino protagonista del brano? 2. Che cosa pensa Gioele della sua statura? 3. Perché si definisce un «tipo anonimo»? 4. Qual è il rapporto di Gioele con lo sport? LESSICO 5. Quesito INVALSI Alla riga 26, l’aggettivo “scontate” significa A. ribassate B. concluse C. banali D. inattese 6. Quesito INVALSI Le biscugine di Gioele “smorfioseggiano alla grande” (r. 60), cioè hanno atteggiamenti molto A. sdolcinati B. bruschi C. schizzinosi D. superbi ANALIZZARE 7. «Descrivere non è il mio forte», afferma Gioele (r. 1). Eppure, quando comincia a scrivere, ci dice parecchie cose di sé, dando vita a un ritratto piuttosto vivace. Completa la tabella, rileggendo il testo per trovare le informazioni richieste. ESPRIMERE E VALUTARE 8. Scrivere Eh sì: ecco che arriva anche per te la consegna: «Descriviti!». Segui il metodo di Gioele: • Scegli alcune caratteristiche del tuo aspetto, alcuni tratti del tuo carattere o alcune cose che ti piace fare. • Per ciascun elemento scelto, aggiungi alcune informazioni di tipo soggettivo, ponendoti le seguenti domande: - Sono soddisfatto di questo aspetto di me? - Che cosa dicono in proposito gli altri? - Com’ero prima? - Quali sono i miei interessi? - Che cosa mi aspetto succeda in futuro? • Usa un linguaggio quotidiano, simile a quello che usi con i tuoi amici.
Parla di te, di come sei Paola Zannoner Descrivere non è il mio forte. Chiaro, no? Ma la prof insiste, chiede che parli di me. Peggio. Tira fuori questo compito, dice «descriviti», allora le chiedo: - Scusi, prof, in che senso mi devo descrivere? - Ma come sarebbe a dire in che senso, Gioele? Descriviti, parla di te, di come sei. - Tipo? - Come sei fatto, fisicamente... il tuo carattere... le tue emozioni, se vuoi. Non mi far dire tutto, su. Voglio che siate spontanei, che ognuno parli in libertà di come si percepisce. Ah, ecco: percepisce. Vai a sapere che significa, ma a questo punto me ne guardo bene dal chiedere altro. Tante volte venisse fuori un altro di questi paroloni che m’ingarbugliano ancora di più. Maledetto foglio bianco, riempiti, su, riempiti. Che ci vuole a tirare fuori qualche frasetta, tanto per arrivare alla colonna e mezza d’ordinanza? Per ora, mi sfogo in ghirigori sugli angoli del quaderno, lo so che ho quell’aria ipnotizzata che si dice abbiano quelli molto ispirati oppure quelli che hanno il cervello disconnesso. Mi sa che io sono più del secondo tipo. Va bene, facciamola finita: cominciamo dall’età, che è un dato di fatto. Sono un tizio di tredici anni, punto. Ho già detto tutto. Cos’altro posso aggiungere? La prof ha parlato del fisico, potrei mettere quanto sono alto. Be’, non lo so. All’incirca un metro e sessantacinque, più o meno. Chiaro che mi piacerebbe di più. Eviterei le battute abbastanza scontate su quanto sono tappo, mezza cartuccia, soldo di cacio e queste amenità che alla fin fine non sono neanche originali. Almeno fai paragoni strani, no, di’: coda di lucertola, piano terra, paletto, mezzo litro, hobbit, quarto d’ora, no, troppa fantasia. Spesso, poi, i commenti arrivano da certa gente che sarebbe meglio stesse zitta e pensasse agli affari suoi, ai brufoli, i nasi lunghi, i rotoli di ciccia, per esempio. Mia madre dice che «tanto devo crescere ancora». E chi ce l’ha il tempo di aspettare? Io no, io tredici anni ce li ho ora e sto in mezzo a un popolo di stanghe alte due metri: in classe mia devono aver fatto le selezioni per il guinness dei più alti, poi hanno ficcato in mezzo anche me, che gli sono scappato dalla lista dei Vichinghi. Insomma, eccomi qua tra gente che ti guarda dall’alto in basso, non so se rendo l’idea. Oltretutto io sono un tipo anonimo, occhi castani e capelli castani. Già castani non dà l’idea di nulla, se non di un colore marroncino che non sto a dire a cosa somiglia, tanto si è capito. In ogni caso, io quasi quasi i capelli me li taglio tutti a zero. Meglio rapato che con i ciuffi a cascata sulle orecchie come il cane dei nonni, una specie di beagle incrociato con uno spinone: da quando è nato si vede benissimo che si chiede chi è. Di sicuro non «l’amore di Livia sua» come gli strilla mia nonna in adorazione. Infatti lui, per tutta risposta, sospira come un mantice e va a raggomitolarsi in salotto, per sfuggire ai baci nonneschi. Tutti noi sfuggiamo a quei baci lì, pieni di rossetto e di euforia. Scappo io, ma si sa, ho l’età ingrata come insistono a ripetere tutti, ma proprio tutti, da mamma e papà fino al postino che mi avrà visto sì e no due volte in vita sua. Ma scappano anche i miei fratelli, e pure le biscugine che pure smorfioseggiano alla grande. Bah! Sono ancora qui con l’occhio fisso sulle tre cose scritte riguardo all’altezza e gli occhi castani. Detto questo, ci sta bene forse parlare di sport. Su quello non ci piove, no? A tutti i ragazzi piace lo sport. Se non che io non sono di quelli con la foga del calcio. Non so se ci siamo capiti. Due tiri in porta li faccio volentieri, chiaro. Ma non sono di quelli che stanno nel pallone come bachi dentro la mela: allenamento e partite a tutta manetta e tra uno e l’altra ci sta giusto il tempo per tifare la propria squadra. No, io a questa cosa non ci sto dentro, come si dice. Tutto quello stress di corse e piegamenti, una fatica boia, non fa per me. E poi gli allenatori sono sadici, ti stanno addosso come falchi, molto peggio degli insegnanti, perché hanno le mani più libere. In ogni caso, io non sono uno del genere «promessa sportiva», sono più il tipo che se la prende comoda. Sono così fin da quando ero piccolo, anche se i miei da quest’orecchio non ci sentono. Mamma mi ha costretto a giocare a pallavolo, pallacanestro e pallamano. Poi mi ha fatto provare con le arti marziali, non si sa mai che bassetto come sono mi scopra un maestro di kung fu. Mi chiedo: perché si deve faticare in questo modo? Dal momento che ho già dato per sette anni tra palle varie e mosse di karate, mi sono meritato la pensione a vita da ogni forma di movimento intenso. Ebbene sì, sono un paramecio. Avete presente cos’è un paramecio? Una specie di verme, un invertebrato sempre fermo, immobile: se ne sta lì a vermeggiare, credo abbastanza felice, dato che nella sua società nessuno gli dice cosa deve fare e non fare. È vietato? Se in natura c’è un essere così ci sarà ben un motivo, no? E se io lo prendo come modello, allora, che male c’è? Bisogna per forza essere tutti motivati, agitati? Insomma: io sono un tipo tranquillo... Mi piace seguire i miei sogni e la mia musica, soprattutto se si tratta di musica rap! Comunque sarà meglio chiudere questa roba, questo componimento. Altezza, capelli e sport. Mezza colonna. Io chiuderei bottega. Posso? (Tratto da: P. Zannoner, Lasciatemi in pace!, De Agostini) Il testo Dopo aver letto alcune descrizioni di persone, forse già ti aspetti la fatidica consegna: «E ora descriviti tu»! Paura del foglio bianco? Non sai da che parte iniziare? Non preoccuparti, sei in buona compagnia… Gioele la pensa esattamente come te! L’autrice Paola Zannoner (1958) è una scrittrice italiana che vive a Firenze. È autrice di molti libri di narrativa per ragazzi. La descrizione che leggerai in queste pagine è ambientata al giorno d’oggi. COMPRENDERE 1. Quale richiesta mette in crisi il ragazzino protagonista del brano?  2. Che cosa pensa Gioele della sua statura?  3. Perché si definisce un «tipo anonimo»?  4. Qual è il rapporto di Gioele con lo sport? LESSICO 5. Quesito INVALSI Alla riga 26, l’aggettivo “scontate” significa A. ribassate  B. concluse  C. banali  D. inattese 6. Quesito INVALSI Le biscugine di Gioele “smorfioseggiano alla grande” (r. 60), cioè hanno atteggiamenti molto A. sdolcinati  B. bruschi  C. schizzinosi  D. superbi ANALIZZARE 7. «Descrivere non è il mio forte», afferma Gioele (r. 1). Eppure, quando comincia a scrivere, ci dice parecchie cose di sé, dando vita a un ritratto piuttosto vivace. Completa la tabella, rileggendo il testo per trovare le informazioni richieste. ESPRIMERE E VALUTARE 8. Scrivere Eh sì: ecco che arriva anche per te la consegna: «Descriviti!». Segui il metodo di Gioele: • Scegli alcune caratteristiche del tuo aspetto, alcuni tratti del tuo carattere o alcune cose che ti piace fare. • Per ciascun elemento scelto, aggiungi alcune informazioni di tipo soggettivo, ponendoti le seguenti domande: - Sono soddisfatto di questo aspetto di me? - Che cosa dicono in proposito gli altri? - Com’ero prima? - Quali sono i miei interessi? - Che cosa mi aspetto succeda in futuro? • Usa un linguaggio quotidiano, simile a quello che usi con i tuoi amici.