VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

leggere è bello - classici di oggi da gustare Ransom Riggs MISS PEREGRINE, LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI Rizzoli PERCHÉ LEGGERE QUESTO LIBRO Per entrare in una casa i cui abitanti sono ragazzi speciali, dotati di caratteristiche o poteri davvero unici: c’è chi può volare e c’è chi può far crescere le piante. Un romanzo con tutte le caratteristiche del fantasy, nel quale si intrecciano storie di amicizia, d’amore, di affetti famigliari e dove il bene trionferà ancora una volta sul male, in un eterno presente che si ripresenta puntuale tutti i giorni ma che è anche un passato molto lontano. IL LIBRO IN BREVE Jacob, il giovane protagonista di questa storia, ha da poco tempo perso il nonno, a cui era molto legato. Le circostanze della sua morte, avvenuta in modo violento, e i racconti che l’uomo gli faceva durante l’infanzia, inducono Jacob e suo padre a compiere un viaggio in Galles alla ricerca di un luogo misterioso, dove il giovane ritroverà proprio i compagni d’infanzia del nonno di cui aveva sentito parlare e di cui aveva visto vecchie fotografie. Per loro, tutti dotati di poteri e qualità speciali, e per la loro istitutrice, Miss Peregrine, il tempo sembra non essere passato. Ma un male oscuro incombe e Jacob dovrà salvarli. IL LIBRO IN ASSAGGIO [Jacob e suo padre sono quasi giunti al termine del loro viaggio…] La nebbia ci avvolse come una benda sugli occhi. Quando il capitano annunciò che stavamo per attraccare, pensai a uno scherzo: dal ponte del traghetto vedevo solo un’interminabile cortina grigia. Dal parapetto contemplai le onde verdastre e i pesci che forse di lì a poco si sarebbero goduti la mia colazione, mentre mio padre, accanto a me in maniche di camicia, era scosso dai brividi. Era il giugno più freddo e più umido che avessi mai visto. Sperai, per il mio bene e per il suo, che le orribili trenta-sei ore patite per arrivare fin lì - tre aerei, due scali, sonnellini a turno in squallide stazioni ferroviarie e adesso quella lunga traversata da torcerti le budella - dessero i loro frutti. Poi papà gridò: - Guarda! - e alzando la testa vidi emergere dalla tela bianca davanti a noi un torreggiante spuntone di roccia. L’isola di mio nonno. Incombeva minacciosa, nascosta dalla nebbia, sorvegliata a vista da un milione di uccelli schiamazzanti: sembrava un’antica fortezza costruita dai giganti. Ammirando quelle scogliere a precipizio sul mare, le cui vette svanivano in un banco di nubi spettrali, l’idea che fosse un posto magico non mi parve più tanto ridicola. D’un tratto mi passò la nausea. Papà correva qua e là come un bambino la mattina di Natale, senza staccare gli occhi dagli uccelli in volo sopra di noi. - Jacob, guarda! - strillò, indicando uno stormo di puntini neri. - Berte minori! Ci avvicinavamo sempre più agli scogli. Notai strane sagome sotto il pelo dell’acqua. Un marinaio mi colse mentre ero chino sul parapetto ed esclamò: - Non avevi mai visto un relitto, eh? Mi voltai. - Davvero? - Sì, tutta questa zona è un cimitero del mare. - In quel momento passammo accanto a un relitto così vicino alla superficie, i contorni dello scheletro verdastro così nitidi, che pareva sul punto di tirarsi su dall’acqua come uno zombi da una tomba poco profonda. - Vedi quello? - disse il marinaio, indicando col dito. - Affondato da un U-Boot. Cerano U-Boot da queste parti? - A frotte. Il Mare d’Irlanda era infestato di sottomarini tedeschi. Se ripescassimo tutte le navi affondate, ci ritroveremmo con mezza flotta della Marina. Inarcò un sopracciglio con aria teatrale e si allontanò ridendo. Raggiunsi a passo lesto la poppa, dove restai a guardare il relitto scomparire nella nostra scia. Poi, proprio quando iniziavo a chiedermi se ci sarebbero voluti funi e moschettoni per arrampicarci sull’isola, le scogliere digradarono per accoglierci. Aggirammo un promontorio e puntammo su una baia a forma di mezzaluna. In lontananza un piccolo porto traboccava di pescherecci colorati, più indietro un paesino era immerso in una scodella di prati verdi. Un collage di campi punteggiati di pecore si estendeva sulle colline che salivano fino a tratteggiare un alto crinale, dove aleggiava un muro di nubi, simile a una balaustra di ovatta. Spettacolare! Mi corse giù per la schiena un brivido d’avventura, mentre il traghetto entrava sbuffando nella baia. Mi sentivo un esploratore che scopre una terra ignota là dove le mappe segnavano solo una distesa uniforme di blu. Quando il traghetto attraccò, ci caricammo i bagagli in spalla e ci incamminammo in direzione del paese. A un esame più attento appurai che, triste realtà, da vicino quel posto non sembrava poi tanto bello. I cottage intonacati di bianco, suggestivi se non fosse stato per le antenne satellitari che spuntavano dai tetti, erano inframmezzati da un reticolo di sentieri di ghiaia e fango. Ai confini del paese, cottage abbandonati e senza più tetto testimoniavano il calo della popolazione: figli che nuove opportunità avevano distolto da tradizioni secolari di pesca e allevamento. Trovammo quello che doveva essere il curatore in una stanza addobbata con vecchie reti da pesca e cesoie per tosare le pecore. Si illuminò vedendoci, poi si rabbuiò di nuovo quando capì che ci eravamo persi. - Probabilmente state cercando il Priest Hole - disse. - È l’unico affittacamere dell’isola. Ci spiegò la strada con un accento cadenzato e un po’ ridicolo. Mio padre lo ringraziò e si voltò per andarsene, io però avevo un’altra domanda. - Dove possiamo trovare il vecchio orfanotrofio? - Il vecchio cosa? - fece lui, scrutandomi a occhi socchiusi. Per un terribile istante temetti che fossimo sbarcati sull’isola sbagliata o, peggio ancora, che il nonno si fosse inventato anche l’orfanotrofio. - Un collegio per bambini rifugiati - precisai. - Durante la guerra. Una grande casa. Lui si morse il labbro e mi squadrò con aria dubbiosa, forse per decidere se aiutarmi o lavarsene le mani. Ebbe pietà. - Non so niente dei rifugiati - rispose - ma credo di conoscere il luogo che cerchi. È su, dall’altra parte dell’isola, dopo la palude e oltre il bosco. Se fossi in te non andrei fin lì. Meglio non allontanarsi troppo dal sentiero. Ci sono soltanto erba bagnata e sterco di pecora a separarti dal precipizio. - Buono a sapersi - intervenne mio padre, guardandomi. - Promettimi che non ci andrai da solo. - Va bene, va bene. - Perché vi interessa? - domandò l’uomo. - Non è esattamente sulle mappe per turisti. - Un piccolo progetto di genealogia - replicò mio padre, indugiando sull’uscio. - Mio padre ha vissuto qui per qualche anno, da bambino. Voleva evitare ogni riferimento a psichiatri e nonni morti, evidentemente. Ringraziò ancora il curatore e mi scortò in fretta fuori dalla porta. Ripercorremmo i nostri passi fino a trovarci davanti a una statua di pietra scura dall’aria lugubre, un monumento intitolato “La donna in attesa”, dedicato alla memoria degli isolani dispersi in mare. La donna aveva un’espressione afflitta e tendeva le mani in direzione del porto, ma anche verso il Priest Hole proprio di fronte. Ora, non me intendo molto di hotel, ma mi bastò un’occhiata all’insegna sbiadita per capire che non era un posticino a quattro stelle, con i cioccolatini sul cuscino. In cima c’era scritto: VINI, BIRRE, LIQUORI a grosse lettere. Più sotto, in caratteri più piccoli, GASTRONOMIA. E su una scritta a mano, lungo il bordo inferiore, quasi fosse stato un ripensamento dell’ultimo istante, si leggeva: Affittasi stanze. Ma la e era stata cancellata e sostituita da una a: stanza. [...]
leggere è bello - classici di oggi da gustare Ransom Riggs MISS PEREGRINE, LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI Rizzoli PERCHÉ LEGGERE QUESTO LIBRO Per entrare in una casa i cui abitanti sono ragazzi speciali, dotati di caratteristiche o poteri davvero unici: c’è chi può volare e c’è chi può far crescere le piante. Un romanzo con tutte le caratteristiche del fantasy, nel quale si intrecciano storie di amicizia, d’amore, di affetti famigliari e dove il bene trionferà ancora una volta sul male, in un eterno presente che si ripresenta puntuale tutti i giorni ma che è anche un passato molto lontano. IL LIBRO IN BREVE Jacob, il giovane protagonista di questa storia, ha da poco tempo perso il nonno, a cui era molto legato. Le circostanze della sua morte, avvenuta in modo violento, e i racconti che l’uomo gli faceva durante l’infanzia, inducono Jacob e suo padre a compiere un viaggio in Galles alla ricerca di un luogo misterioso, dove il giovane ritroverà proprio i compagni d’infanzia del nonno di cui aveva sentito parlare e di cui aveva visto vecchie fotografie. Per loro, tutti dotati di poteri e qualità speciali, e per la loro istitutrice, Miss Peregrine, il tempo sembra non essere passato. Ma un male oscuro incombe e Jacob dovrà salvarli. IL LIBRO IN ASSAGGIO [Jacob e suo padre sono quasi giunti al termine del loro viaggio…] La nebbia ci avvolse come una benda sugli occhi. Quando il capitano annunciò che stavamo per attraccare, pensai a uno scherzo: dal ponte del traghetto vedevo solo un’interminabile cortina grigia. Dal parapetto contemplai le onde verdastre e i pesci che forse di lì a poco si sarebbero goduti la mia colazione, mentre mio padre, accanto a me in maniche di camicia, era scosso dai brividi. Era il giugno più freddo e più umido che avessi mai visto. Sperai, per il mio bene e per il suo, che le orribili trenta-sei ore patite per arrivare fin lì - tre aerei, due scali, sonnellini a turno in squallide stazioni ferroviarie e adesso quella lunga traversata da torcerti le budella - dessero i loro frutti. Poi papà gridò: - Guarda! - e alzando la testa vidi emergere dalla tela bianca davanti a noi un torreggiante spuntone di roccia. L’isola di mio nonno. Incombeva minacciosa, nascosta dalla nebbia, sorvegliata a vista da un milione di uccelli schiamazzanti: sembrava un’antica fortezza costruita dai giganti. Ammirando quelle scogliere a precipizio sul mare, le cui vette svanivano in un banco di nubi spettrali, l’idea che fosse un posto magico non mi parve più tanto ridicola. D’un tratto mi passò la nausea. Papà correva qua e là come un bambino la mattina di Natale, senza staccare gli occhi dagli uccelli in volo sopra di noi. - Jacob, guarda! - strillò, indicando uno stormo di puntini neri. - Berte minori! Ci avvicinavamo sempre più agli scogli. Notai strane sagome sotto il pelo dell’acqua. Un marinaio mi colse mentre ero chino sul parapetto ed esclamò: - Non avevi mai visto un relitto, eh? Mi voltai. - Davvero? - Sì, tutta questa zona è un cimitero del mare. - In quel momento passammo accanto a un relitto così vicino alla superficie, i contorni dello scheletro verdastro così nitidi, che pareva sul punto di tirarsi su dall’acqua come uno zombi da una tomba poco profonda. - Vedi quello? - disse il marinaio, indicando col dito. - Affondato da un U-Boot. Cerano U-Boot da queste parti? - A frotte. Il Mare d’Irlanda era infestato di sottomarini tedeschi. Se ripescassimo tutte le navi affondate, ci ritroveremmo con mezza flotta della Marina. Inarcò un sopracciglio con aria teatrale e si allontanò ridendo. Raggiunsi a passo lesto la poppa, dove restai a guardare il relitto scomparire nella nostra scia. Poi, proprio quando iniziavo a chiedermi se ci sarebbero voluti funi e moschettoni per arrampicarci sull’isola, le scogliere digradarono per accoglierci. Aggirammo un promontorio e puntammo su una baia a forma di mezzaluna. In lontananza un piccolo porto traboccava di pescherecci colorati, più indietro un paesino era immerso in una scodella di prati verdi. Un collage di campi punteggiati di pecore si estendeva sulle colline che salivano fino a tratteggiare un alto crinale, dove aleggiava un muro di nubi, simile a una balaustra di ovatta. Spettacolare! Mi corse giù per la schiena un brivido d’avventura, mentre il traghetto entrava sbuffando nella baia. Mi sentivo un esploratore che scopre una terra ignota là dove le mappe segnavano solo una distesa uniforme di blu. Quando il traghetto attraccò, ci caricammo i bagagli in spalla e ci incamminammo in direzione del paese. A un esame più attento appurai che, triste realtà, da vicino quel posto non sembrava poi tanto bello. I cottage intonacati di bianco, suggestivi se non fosse stato per le antenne satellitari che spuntavano dai tetti, erano inframmezzati da un reticolo di sentieri di ghiaia e fango. Ai confini del paese, cottage abbandonati e senza più tetto testimoniavano il calo della popolazione: figli che nuove opportunità avevano distolto da tradizioni secolari di pesca e allevamento. Trovammo quello che doveva essere il curatore in una stanza addobbata con vecchie reti da pesca e cesoie per tosare le pecore. Si illuminò vedendoci, poi si rabbuiò di nuovo quando capì che ci eravamo persi. - Probabilmente state cercando il Priest Hole - disse. - È l’unico affittacamere dell’isola. Ci spiegò la strada con un accento cadenzato e un po’ ridicolo. Mio padre lo ringraziò e si voltò per andarsene, io però avevo un’altra domanda. -    Dove possiamo trovare il vecchio orfanotrofio? -    Il vecchio cosa? - fece lui, scrutandomi a occhi socchiusi. Per un terribile istante temetti che fossimo sbarcati sull’isola sbagliata o, peggio ancora, che il nonno si fosse inventato anche l’orfanotrofio. -    Un collegio per bambini rifugiati - precisai. - Durante la guerra. Una grande casa. Lui si morse il labbro e mi squadrò con aria dubbiosa, forse per decidere se aiutarmi o lavarsene le mani. Ebbe pietà. - Non so niente dei rifugiati - rispose - ma credo di conoscere il luogo che cerchi. È su, dall’altra parte dell’isola, dopo la palude e oltre il bosco. Se fossi in te non andrei fin lì. Meglio non allontanarsi troppo dal sentiero. Ci sono soltanto erba bagnata e sterco di pecora a separarti dal precipizio. -    Buono a sapersi - intervenne mio padre, guardandomi. - Promettimi che non ci andrai da solo. -    Va bene, va bene. -    Perché vi interessa? - domandò l’uomo. - Non è esattamente sulle mappe per turisti. -    Un piccolo progetto di genealogia - replicò mio padre, indugiando sull’uscio. - Mio padre ha vissuto qui per qualche anno, da bambino. Voleva evitare ogni riferimento a psichiatri e nonni morti, evidentemente. Ringraziò ancora il curatore e mi scortò in fretta fuori dalla porta. Ripercorremmo i nostri passi fino a trovarci davanti a una statua di pietra scura dall’aria lugubre, un monumento intitolato “La donna in attesa”, dedicato alla memoria degli isolani dispersi in mare. La donna aveva un’espressione afflitta e tendeva le mani in direzione del porto, ma anche verso il Priest Hole proprio di fronte. Ora, non me intendo molto di hotel, ma mi bastò un’occhiata all’insegna sbiadita per capire che non era un posticino a quattro stelle, con i cioccolatini sul cuscino. In cima c’era scritto: VINI, BIRRE, LIQUORI a grosse lettere. Più sotto, in caratteri più piccoli, GASTRONOMIA. E su una scritta a mano, lungo il bordo inferiore, quasi fosse stato un ripensamento dell’ultimo istante, si leggeva: Affittasi stanze. Ma la e era stata cancellata e sostituita da una a: stanza. [...]