VOLTIAMO PAGINA ANTOLOGIA 1

Cenerompola Marco Dallari Alcuni anni orsono viveva, nel regno di Nuova Fiabolandia, una bella fanciulla di nome Cenerompola. Cenerompola abitava in una casa grande e antica assieme alle due sorellastre e alla matrigna. Il regno di Nuova Fiabolandia era prospero e felice, e il lavoro non mancava a nessuno. Le sorellastre, Genoveffa e Anastasia, erano impiegate, la matrigna, dopo la morte del suo buon marito, percepiva una decorosa pensione: insomma in quella casa non mancava nulla, e ci si poteva permettere, di tanto in tanto, anche qualche divertimento. Soltanto Cenerompola non lavorava, o meglio, lavorava come una forsennata, ma in casa. Passava tutte le sue giornate china a lustrare i pavimenti, intenta a lucidare vetri e maniglie, affannata a lavare e stirare tende e tappeti. Ed era talmente immedesimata in questo ruolo di pulitrice fino all’eccesso, da trascurare il proprio aspetto, e da diventare infine sciatta, disordinata, quasi brutta. «Esci con me questo sabato!» la invitava Anastasia. «Vieni a casa dei nostri amici, si sente un poco di musica, si fanno due salti...» le diceva Genoveffa. «Distraiti un poco, piccola - le diceva la matrigna - pensa più a te stessa e meno alle faccende domestiche: anche se la casa non è risplendente e ordinata come uno specchio non è la fine del mondo, quel poco di indispensabile lo si può fare tutte e quattro assieme, in poco tempo. È la casa che deve servire a noi, non noi che dobbiamo essere schiave della casa!». Ciononostante, malgrado le sagge parole di quella santa donna della matrigna e gli inviti delle sorellastre, Cenerompola continuava a dire che no, che non poteva, che non aveva voglia, che c’era da pulire, che era stanca, che aveva mal di testa, che la musica non le piaceva. E non se ne faceva nulla. E non soltanto rifiutava di uscire di casa, ma impediva alle sorelle, da vera cocciuta e rompiscatole, di invitare i loro amici. Appena infatti una di loro proponeva qualche invito, una cenetta, una festicciola, erano tragedie che pareva facessero rasentare a Cenerom-pola l’esaurimento nervoso: «Ma come, io sgobbo tutto il santo giorno per tenere in ordine la casa e voi chiamate qui una banda di ragazzacci che sporcano dappertutto, che buttano in terra le cicche, che impolverano i tappeti, che fanno ditate sui muri. E poi si fa confusione!.». E aggiungeva, da falsa scocciatrice in malafede qual era: «Aaah, ma fate presto, voi, a fare gli inviti; fate presto, voi, a trasformare la casa in una balera1, tanto poi c’è la Cenerompola che pulisce, c’è la sorella cretina, che vi stira i vestiti, che lava i piatti, eh? eh?». E non se ne rifaceva nulla. Le vittime più grandi di queste manie di Cenerompola non erano però le sorellastre, che bene o male almeno fuori di casa potevano fare i comodi loro, ma Giacomo e Gastone, due topi. I simpatici roditori, che da anni vivevano nella casa, erano infatti ossessionati dalle trappole che questa fanatica disseminava sempre e ovunque. «I topi sporcano, seminano cacche, portano malattie, lasciano le impronte delle loro zampette dappertutto - urlava Cenerompola spargendo gabbiette e pezzi di formaggio avvelenati - devono scomparire!». I due animali vivevano nel terrore, e se fino a quel momento se l’erano cavata era, oltre che per la loro astuzia e intelligenza, per l’aiuto di Angelo, un mite gatto bianco che, un poco per bontà d’animo, un poco per rappresaglia contro Cenerompola che lo costringeva a indossare, in casa, pantofole di feltro perché non graffiasse i pavimenti in legno, si era coalizzato con loro, e, d’accordo anche con la buona matrigna, li aveva salvati più d’una volta. La vita per loro era tuttavia impossibile, e senz’altro non sarebbe durata a lungo se un giorno non fosse avvenuto un miracolo. Giacomo e Gastone erano infatti intenti a discutere con grande preoccupazione la loro triste sorte quando comparve all’improvviso, in una luce azzurra e accompagnata da un suono d’arpe, Topina, la fata madrina dell’E.M.P.A.P. (Ente Magico per la Protezione degli Animali Perseguitati). Mentre i ratti fissavano l’apparizione con stupore e anche un po’ di paura, lei si rivolse loro con molta dolcezza, e chiese quale fosse il problema che li assillava. Concitati e speranzosi al tempo stesso, i due raccontarono le loro disavventure e l’esistenza grama cui erano costretti. «Vediamo cosa si può fare per voi, dunquedunquedunquedunque...» la fata pensava concentratissima, poi all’improvviso: «Ma certo!» esclamò, e scomparve lasciando Giacomo e Gastone esterrefatti. Nuova Fiabolandia, essendo un regno, aveva un re, una regina (moglie del re) e un principe (figlio del re e della regina). Costui era un bel ragazzo, prestante e molto elegante, aveva fatto molto sport, indossava sempre abiti bianchi, molto aderenti, grandi mantelli azzurri, e, un poco vanitoso, amava molto farsi vedere in giro su bellissimi cavalli bianchi. Era quindi, per il suo aspetto, molto ammirato, ma non lo era altrettanto per la sua intelligenza. Come molti principi azzurri da fiaba, non diceva infatti mai niente, non prendeva mai un’iniziativa che non fosse suggerita dai genitori, non faceva alcun lavoro, e si limitava a gironzolare, con il suo ciuffone biondo al vento, il cavallo bianco, il mantello azzurro e basta. Fu così che la fata Topina, trasformatasi in una chiromante con tanto di civetta sulla spalla e sfera di cristallo in mano, si presentò alla corte, chiedendo di leggere il futuro della famiglia reale. Introdotta alla presenza del re e della regina, dopo aver fatto un grande inchino, prese a guardar dentro la sfera di cristallo e ad assumere un’aria preoccupata, e più guardava e più pareva corrucciarsi2. «Cosa vedi, buona chiromante?» chiese la regina con una punta di ansia nella voce. «Oh, nulla di grave, altezza, ma vostro figlio...» e si interruppe, continuando a fissare la sfera. «Che predici, per lui? Forse malattie, disgrazie?». «No, no, mia regina - disse con tono rassicurante la fata - ma tu sai che il giovane è distratto, non avvezzo a badare a sé, disordinato.». «Ebbene?». «Ebbene, vedo che se non troverà presto una moglie che possa accudirlo, quando voi scomparirete, e voglia il cielo che ciò avvenga fra mille anni, avrà grossi problemi». «Questa donna ha ragione! - esclamò il re. - Dobbiamo trovargli una moglie, tanto più che è così rimbambito che da solo non se la troverebbe mai!». «Ma Agenore - lo interruppe la regina - bisognerà pure che se la scelga da solo! Siamo una coppia moderna, sì o no? Non vorrai essere tu a trovare la moglie per tuo figlio!». «Potreste fare in questo modo - intervenne la fata - organizzare una grande festa, invitare tutte le ragazze del regno, e può darsi che di una lui si innamori.». L’idea piacque, e così fu fatto. Il giorno dopo, a casa di Cenerompola, fu recapitato l’invito per una grande festa danzante che il re organizzava, a palazzo, per festeggiare il suo amato figliolo. La gioia di Anastasia e Genoveffa fu grande. Com’era però prevedibile, Cenerompola non volle saperne. A nulla parvero valere né le sagge considerazioni della matrigna né gli entusiastici inviti delle sorelle. Lei insisteva per restare a casa. Venne la sera fatidica. Con grande emozione madre e sorelle si prepararono per la festa. Mentre si vestivano e si truccavano, tentavano ancora di convincere la noiosa fanciulla a seguirle: «Sarà una cosa divertentissima!». «Chissà che barba» rispondeva lei. «Farai un affronto alla famiglia reale». «Non si accorgeranno neppure della mia assenza.» ribatteva. «Ti annoierai a casa». «Finirò di pulire l’argenteria» affermava la sventurata. Le sorelle e la buona matrigna erano però appena uscite quando, soffusa3 della solita luce azzurrina e accompagnata dall’ormai noto suono d’arpa, comparve la fata Topina. «Che cavolo fai qui, perché non sei andata alla festa?» chiese un poco seccata. «E tu chi sei...?» chiese Cenerompola stupita. «Sono una fata, chi vuoi che sia! Rispondimi tu, piuttosto». «Devo pulire.» tentò Cenerompola. Ma non aveva neppure finito l’ultima parola che la fata, con un colpo di bacchetta magica, aveva reso splendente tutta la casa, brillante l’argenteria, lucidi come specchi i vetri, senza un granello di polvere i tappeti. «N... non ho il vestito adatto.» tentò allora la squallida fanciulla. Un altro colpo di bacchetta magica, e Cenerompola si trovò improvvisamente elegante come una principessa, truccata come una fotomodella, pettinata come appena uscita dal parrucchiere delle dive. «Ma come raggiungo il palazzo reale.?» disse con un filo di voce. La bacchetta magica volteggiò ancora una volta nell’aria, la porta si spalancò, e nella strada comparve una meravigliosa carrozza rosa guidata da due topi in livrea4 e tirata da quattro enormi gatti bianchi. «Non hai più scuse: vai e non fare storie!» disse Topina con cortese fermezza. E Cenerompola andò. Il suo ingresso a palazzo fu sensazionale. La festa era già cominciata, ma l’orchestra si fermò d’un tratto rapita dalla sua bellezza sconvolgente. Tutti i presenti non poterono trattenersi dal guardarla con ammirazione. Qualcuno fischiò sommessamente. Il vecchio re strabuzzò gli occhi, subito represso dalla moglie un poco seccata, ma ammirata a sua volta. Il principe, che stava ballando con Anastasia, la piantò in mezzo alla pista e si diresse, con sguardo sognante, verso la bellissima Cenerompola. La musica ricominciò, poi smise, ricominciò ancora. Il principe non abbandonava Cenerompola. Dopo qualche tempo, cercando di vincere la timidezza e l’imbarazzo derivante dalla scarsa abitudine a parlare e dalla sua fondamentale ottusità, il principe stava per chiedere a Cenerompola di sposarlo. Ma ecco che, proprio allo scoccare della mezzanotte, la disgraziata venne improvvisamente colta da un pensiero improvviso: non aveva messo le trappole per Giacomo e Gastone! «La casa è tutta pulita - pensò preoccupatissima - chissà che danni tremendi faranno le bestiacce...!». E fuggì, lasciando il principe come un allocco. Nella furia, però, come succede sovente in questi casi, perse una scarpetta, che rimase sulla gradinata del cortile del palazzo reale. Quante lacrime d’amore versò il principe su quella scarpina! Deperiva a vista d’occhio, pareva malatissimo, gridava che sarebbe morto, se non avesse ritrovato la fanciulla per cui impazziva d’amore. I genitori, lì per lì, non videro che una soluzione: spedire in tutte le case del regno i messi5 con la scarpina. La fanciulla al cui piede essa si fosse adattata perfettamente sarebbe stata la moglie del principe. Inutile dire che molte ragazze sperarono invano che la scarpina fosse della loro misura per riuscire a sposare il bel principe, molte altre temevano invece questa eventualità poiché lo consideravano un bellimbusto un po’ stupidotto. Né le une né le altre tuttavia superarono la prova. Infine i messi giunsero anche nella casa di Cenerompola. La scarpina fu indossata da Genoveffa, ma le era stretta; Anastasia la provò ma le era larga. Infine fu chiamata proprio lei, Cenerompola, che non si era neppure accorta dell’arrivo del principe con il suo seguito, perché stava strofinando furiosamente le capocchie dei chiodi cui erano appesi i quadri di casa. La scarpetta fu infilata nel suo piede e vi si adattò come un guanto. Al principe, sul momento, venne un accidente: non aveva infatti riconosciuto nella Cenerompola sciatta e malvestita, con i bei capelli nascosti da un fazzoletto orrendo, l’affascinante fanciulla della sera della festa. Ma la fata Topina, con un colpo molto tempestivo di bacchetta magica, le ridiede l’aspetto meraviglioso di poche sere prima. Se lo stupore di tutti fu grande, la gioia del principe pareva non avere limiti. Saltava urlando qua e là per la casa e pareva che gli desse di volta il cervello. Le nozze furono celebrate il giorno successivo con festeggiamenti sontuosi, Cenerompola andò a vivere al palazzo dove prese a infastidire con le sue manie i suoceri, il marito e tutti coloro che vivevano nel palazzo, mentre la matrigna, Anastasia, Genoveffa, Giacomo, Gastone e Angelo, il mite gatto bianco, vissero a lungo felici e contenti. (Tratto da: M. Dallari, La fata intenzionale: per una pedagogia della fiaba e della controfiaba, La Nuova Italia) Il testo E se Cenerentola non fosse una vittima, maltrattata dalla matrigna e dalle sorellastre, ma una fanatica della pulizia, sciatta e mal vestita? E se la fatina dovesse proteggere i topini perseguitati? Insomma, se Cenerentola diventasse Cenerompola, cosa cambierebbe nella storia? Il Principe Azzurro la vorrebbe ancora in sposa? L’autore Marco Dallari, nato a Modena nel 1947, è professore di pedagogia presso l’Università di Trento, dove dirige anche un laboratorio di comunicazione e narratività. È direttore, tra l’altro, di una collana di libri d’arte per ragazzi. USA IL DIZIONARIO Quale verbo, in queste righe, significa “sfiorare”, “andar vicino”? 1. balera: locale da ballo popolare. USA IL DIZIONARIO “Coalizzarsi” qui ha il significato di: ☐ congiungersi ☐ unire le forze ☐ crescere insieme • I topini sono “concitati”, cioè • Il principe è “prestante”, cioè ha un fisico 2. corrucciarsi: rattristarsi. USA IL DIZIONARIO Scrivi un sinonimo di “avvezzo”: • Nella frase «Venne la sera fatidica» potresti sostituire la parola “fatidica” con: ☐ attesa ☐ fatale ☐ fatata • Scrivi un sinonimo di “affronto”: 3. soffusa: circondata come da un alone. 4. livrea: uniforme, divisa. USA IL DIZIONARIO • Che cos’è un allocco? • Che cosa significa “fare una faccia da allocco”? 5. messi: messaggeri, inviati. USA IL DIZIONARIO Il colpo di bacchetta magica è “tempestivo”, cioè capita proprio PER IL PIACERE DI LEGGERE • J. e W. Grimm, Cenerentola • C. Perrault, Cenerentola e la scarpetta di vetro (trad. di C. Collodi) • Fiaba araba, Il pesciolino rosso e lo zoccoletto d’oro AL CINEMA Segui Cenerentola al cinema, in televisione e a teatro. • I sogni son desideri di felicità… (da Cenerentola di Walt Disney) • Cenerentolo • Allo scoccare del dodicesimo rintocco… (da Il Cenerentolo di Frank Tashlin) • La scarpetta di Aurora (da Cenerentola, fiction Rai 1) • Passi di danza (balletto, musiche di Sergej Prokofiev) COMPRENDERE 1. Da quali parole capiamo subito che la matrigna di questa fiaba è ben diversa da quella della fiaba tradizionale? Trovale e sottolineale. 2. Il principe è descritto con un tono ☐ ironico ☐ allegro ☐ riflessivo Perché? ☐ Per elogiare i suoi meriti ☐ Per metterne in ridicolo i comportamenti ☐ Per rovesciare la fiaba tradizionale ANALIZZARE 3. La vicenda di Cenerompola si svolge in modo abbastanza simile alla fiaba tradizionale. Che cosa cambia, allora? Completa sul quaderno una tabella come la seguente, in modo da far risaltare le somiglianze e le differenze. 4. Quali sono, tra i seguenti, i principali elementi di modernità? ☐ Il tempo e il luogo sono determinati con precisione ☐ La protagonista ha dei difetti ☐ Non è presente l’elemento magico ☐ La conclusione è inaspettata: i “felici e contenti” non sono Cenerompola e il suo principe
Cenerompola Marco Dallari Alcuni anni orsono viveva, nel regno di Nuova Fiabolandia, una bella fanciulla di nome Cenerompola. Cenerompola abitava in una casa grande e antica assieme alle due sorellastre e alla matrigna. Il regno di Nuova Fiabolandia era prospero e felice, e il lavoro non mancava a nessuno. Le sorellastre, Genoveffa e Anastasia, erano impiegate, la matrigna, dopo la morte del suo buon marito, percepiva una decorosa pensione: insomma in quella casa non mancava nulla, e ci si poteva permettere, di tanto in tanto, anche qualche divertimento. Soltanto Cenerompola non lavorava, o meglio, lavorava come una forsennata, ma in casa. Passava tutte le sue giornate china a lustrare i pavimenti, intenta a lucidare vetri e maniglie, affannata a lavare e stirare tende e tappeti. Ed era talmente immedesimata in questo ruolo di pulitrice fino all’eccesso, da trascurare il proprio aspetto, e da diventare infine sciatta, disordinata, quasi brutta. «Esci con me questo sabato!» la invitava Anastasia. «Vieni a casa dei nostri amici, si sente un poco di musica, si fanno due salti...» le diceva Genoveffa. «Distraiti un poco, piccola - le diceva la matrigna - pensa più a te stessa e meno alle faccende domestiche: anche se la casa non è risplendente e ordinata come uno specchio non è la fine del mondo, quel poco di indispensabile lo si può fare tutte e quattro assieme, in poco tempo. È la casa che deve servire a noi, non noi che dobbiamo essere schiave della casa!». Ciononostante, malgrado le sagge parole di quella santa donna della matrigna e gli inviti delle sorellastre, Cenerompola continuava a dire che no, che non poteva, che non aveva voglia, che c’era da pulire, che era stanca, che aveva mal di testa, che la musica non le piaceva. E non se ne faceva nulla. E non soltanto rifiutava di uscire di casa, ma impediva alle sorelle, da vera cocciuta e rompiscatole, di invitare i loro amici. Appena infatti una di loro proponeva qualche invito, una cenetta, una festicciola, erano tragedie che pareva facessero rasentare a Cenerom-pola l’esaurimento nervoso: «Ma come, io sgobbo tutto il santo giorno per tenere in ordine la casa e voi chiamate qui una banda di ragazzacci che sporcano dappertutto, che buttano in terra le cicche, che impolverano i tappeti, che fanno ditate sui muri. E poi si fa confusione!.». E aggiungeva, da falsa scocciatrice in malafede qual era: «Aaah, ma fate presto, voi, a fare gli inviti; fate presto, voi, a trasformare la casa in una balera1, tanto poi c’è la Cenerompola che pulisce, c’è la sorella cretina, che vi stira i vestiti, che lava i piatti, eh? eh?». E non se ne rifaceva nulla. Le vittime più grandi di queste manie di Cenerompola non erano però le sorellastre, che bene o male almeno fuori di casa potevano fare i comodi loro, ma Giacomo e Gastone, due topi. I simpatici roditori, che da anni vivevano nella casa, erano infatti ossessionati dalle trappole che questa fanatica disseminava sempre e ovunque. «I topi sporcano, seminano cacche, portano malattie, lasciano le impronte delle loro zampette dappertutto - urlava Cenerompola spargendo gabbiette e pezzi di formaggio avvelenati - devono scomparire!». I due animali vivevano nel terrore, e se fino a quel momento se l’erano cavata era, oltre che per la loro astuzia e intelligenza, per l’aiuto di Angelo, un mite gatto bianco che, un poco per bontà d’animo, un poco per rappresaglia contro Cenerompola che lo costringeva a indossare, in casa, pantofole di feltro perché non graffiasse i pavimenti in legno, si era coalizzato con loro, e, d’accordo anche con la buona matrigna, li aveva salvati più d’una volta. La vita per loro era tuttavia impossibile, e senz’altro non sarebbe durata a lungo se un giorno non fosse avvenuto un miracolo. Giacomo e Gastone erano infatti intenti a discutere con grande preoccupazione la loro triste sorte quando comparve all’improvviso, in una luce azzurra e accompagnata da un suono d’arpe, Topina, la fata madrina dell’E.M.P.A.P. (Ente Magico per la Protezione degli Animali Perseguitati). Mentre i ratti fissavano l’apparizione con stupore e anche un po’ di paura, lei si rivolse loro con molta dolcezza, e chiese quale fosse il problema che li assillava. Concitati e speranzosi al tempo stesso, i due raccontarono le loro disavventure e l’esistenza grama cui erano costretti. «Vediamo cosa si può fare per voi, dunquedunquedunquedunque...» la fata pensava concentratissima, poi all’improvviso: «Ma certo!» esclamò, e scomparve lasciando Giacomo e Gastone esterrefatti. Nuova Fiabolandia, essendo un regno, aveva un re, una regina (moglie del re) e un principe (figlio del re e della regina). Costui era un bel ragazzo, prestante e molto elegante, aveva fatto molto sport, indossava sempre abiti bianchi, molto aderenti, grandi mantelli azzurri, e, un poco vanitoso, amava molto farsi vedere in giro su bellissimi cavalli bianchi. Era quindi, per il suo aspetto, molto ammirato, ma non lo era altrettanto per la sua intelligenza. Come molti principi azzurri da fiaba, non diceva infatti mai niente, non prendeva mai un’iniziativa che non fosse suggerita dai genitori, non faceva alcun lavoro, e si limitava a gironzolare, con il suo ciuffone biondo al vento, il cavallo bianco, il mantello azzurro e basta. Fu così che la fata Topina, trasformatasi in una chiromante con tanto di civetta sulla spalla e sfera di cristallo in mano, si presentò alla corte, chiedendo di leggere il futuro della famiglia reale. Introdotta alla presenza del re e della regina, dopo aver fatto un grande inchino, prese a guardar dentro la sfera di cristallo e ad assumere un’aria preoccupata, e più guardava e più pareva corrucciarsi2. «Cosa vedi, buona chiromante?» chiese la regina con una punta di ansia nella voce. «Oh, nulla di grave, altezza, ma vostro figlio...» e si interruppe, continuando a fissare la sfera. «Che predici, per lui? Forse malattie, disgrazie?». «No, no, mia regina - disse con tono rassicurante la fata - ma tu sai che il giovane è distratto, non avvezzo a badare a sé, disordinato.». «Ebbene?». «Ebbene, vedo che se non troverà presto una moglie che possa accudirlo, quando voi scomparirete, e voglia il cielo che ciò avvenga fra mille anni, avrà grossi problemi». «Questa donna ha ragione! - esclamò il re. - Dobbiamo trovargli una moglie, tanto più che è così rimbambito che da solo non se la troverebbe mai!». «Ma Agenore - lo interruppe la regina - bisognerà pure che se la scelga da solo! Siamo una coppia moderna, sì o no? Non vorrai essere tu a trovare la moglie per tuo figlio!». «Potreste fare in questo modo - intervenne la fata - organizzare una grande festa, invitare tutte le ragazze del regno, e può darsi che di una lui si innamori.». L’idea piacque, e così fu fatto. Il giorno dopo, a casa di Cenerompola, fu recapitato l’invito per una grande festa danzante che il re organizzava, a palazzo, per festeggiare il suo amato figliolo. La gioia di Anastasia e Genoveffa fu grande. Com’era però prevedibile, Cenerompola non volle saperne. A nulla parvero valere né le sagge considerazioni della matrigna né gli entusiastici inviti delle sorelle. Lei insisteva per restare a casa. Venne la sera fatidica. Con grande emozione madre e sorelle si prepararono per la festa. Mentre si vestivano e si truccavano, tentavano ancora di convincere la noiosa fanciulla a seguirle: «Sarà una cosa divertentissima!». «Chissà che barba» rispondeva lei. «Farai un affronto alla famiglia reale». «Non si accorgeranno neppure della mia assenza.» ribatteva. «Ti annoierai a casa». «Finirò di pulire l’argenteria» affermava la sventurata. Le sorelle e la buona matrigna erano però appena uscite quando, soffusa3 della solita luce azzurrina e accompagnata dall’ormai noto suono d’arpa, comparve la fata Topina. «Che cavolo fai qui, perché non sei andata alla festa?» chiese un poco seccata. «E tu chi sei...?» chiese Cenerompola stupita. «Sono una fata, chi vuoi che sia! Rispondimi tu, piuttosto». «Devo pulire.» tentò Cenerompola. Ma non aveva neppure finito l’ultima parola che la fata, con un colpo di bacchetta magica, aveva reso splendente tutta la casa, brillante l’argenteria, lucidi come specchi i vetri, senza un granello di polvere i tappeti. «N... non ho il vestito adatto.» tentò allora la squallida fanciulla. Un altro colpo di bacchetta magica, e Cenerompola si trovò improvvisamente elegante come una principessa, truccata come una fotomodella, pettinata come appena uscita dal parrucchiere delle dive. «Ma come raggiungo il palazzo reale.?» disse con un filo di voce. La bacchetta magica volteggiò ancora una volta nell’aria, la porta si spalancò, e nella strada comparve una meravigliosa carrozza rosa guidata da due topi in livrea4 e tirata da quattro enormi gatti bianchi. «Non hai più scuse: vai e non fare storie!» disse Topina con cortese fermezza. E Cenerompola andò. Il suo ingresso a palazzo fu sensazionale. La festa era già cominciata, ma l’orchestra si fermò d’un tratto rapita dalla sua bellezza sconvolgente. Tutti i presenti non poterono trattenersi dal guardarla con ammirazione. Qualcuno fischiò sommessamente. Il vecchio re strabuzzò gli occhi, subito represso dalla moglie un poco seccata, ma ammirata a sua volta. Il principe, che stava ballando con Anastasia, la piantò in mezzo alla pista e si diresse, con sguardo sognante, verso la bellissima Cenerompola. La musica ricominciò, poi smise, ricominciò ancora. Il principe non abbandonava Cenerompola. Dopo qualche tempo, cercando di vincere la timidezza e l’imbarazzo derivante dalla scarsa abitudine a parlare e dalla sua fondamentale ottusità, il principe stava per chiedere a Cenerompola di sposarlo. Ma ecco che, proprio allo scoccare della mezzanotte, la disgraziata venne improvvisamente colta da un pensiero improvviso: non aveva messo le trappole per Giacomo e Gastone! «La casa è tutta pulita - pensò preoccupatissima - chissà che danni tremendi faranno le bestiacce...!». E fuggì, lasciando il principe come un allocco. Nella furia, però, come succede sovente in questi casi, perse una scarpetta, che rimase sulla gradinata del cortile del palazzo reale. Quante lacrime d’amore versò il principe su quella scarpina! Deperiva a vista d’occhio, pareva malatissimo, gridava che sarebbe morto, se non avesse ritrovato la fanciulla per cui impazziva d’amore. I genitori, lì per lì, non videro che una soluzione: spedire in tutte le case del regno i messi5 con la scarpina. La fanciulla al cui piede essa si fosse adattata perfettamente sarebbe stata la moglie del principe. Inutile dire che molte ragazze sperarono invano che la scarpina fosse della loro misura per riuscire a sposare il bel principe, molte altre temevano invece questa eventualità poiché lo consideravano un bellimbusto un po’ stupidotto. Né le une né le altre tuttavia superarono la prova. Infine i messi giunsero anche nella casa di Cenerompola. La scarpina fu indossata da Genoveffa, ma le era stretta; Anastasia la provò ma le era larga. Infine fu chiamata proprio lei, Cenerompola, che non si era neppure accorta dell’arrivo del principe con il suo seguito, perché stava strofinando furiosamente le capocchie dei chiodi cui erano appesi i quadri di casa. La scarpetta fu infilata nel suo piede e vi si adattò come un guanto. Al principe, sul momento, venne un accidente: non aveva infatti riconosciuto nella Cenerompola sciatta e malvestita, con i bei capelli nascosti da un fazzoletto orrendo, l’affascinante fanciulla della sera della festa. Ma la fata Topina, con un colpo molto tempestivo di bacchetta magica, le ridiede l’aspetto meraviglioso di poche sere prima. Se lo stupore di tutti fu grande, la gioia del principe pareva non avere limiti. Saltava urlando qua e là per la casa e pareva che gli desse di volta il cervello. Le nozze furono celebrate il giorno successivo con festeggiamenti sontuosi, Cenerompola andò a vivere al palazzo dove prese a infastidire con le sue manie i suoceri, il marito e tutti coloro che vivevano nel palazzo, mentre la matrigna, Anastasia, Genoveffa, Giacomo, Gastone e Angelo, il mite gatto bianco, vissero a lungo felici e contenti. (Tratto da: M. Dallari, La fata intenzionale: per una pedagogia della fiaba e della controfiaba, La Nuova Italia) Il testo E se Cenerentola non fosse una vittima, maltrattata dalla matrigna e dalle sorellastre, ma una fanatica della pulizia, sciatta e mal vestita? E se la fatina dovesse proteggere i topini perseguitati? Insomma, se Cenerentola diventasse Cenerompola, cosa cambierebbe nella storia? Il Principe Azzurro la vorrebbe ancora in sposa? L’autore Marco Dallari, nato a Modena nel 1947, è professore di pedagogia presso l’Università di Trento, dove dirige anche un laboratorio di comunicazione e narratività. È direttore, tra l’altro, di una collana di libri d’arte per ragazzi. USA IL DIZIONARIO Quale verbo, in queste righe, significa “sfiorare”, “andar vicino”? 1. balera: locale da ballo popolare. USA IL DIZIONARIO “Coalizzarsi” qui ha il significato di: ☐ congiungersi ☐ unire le forze ☐ crescere insieme • I topini sono “concitati”, cioè • Il principe è “prestante”, cioè ha un fisico 2. corrucciarsi: rattristarsi. USA IL DIZIONARIO Scrivi un sinonimo di “avvezzo”: • Nella frase «Venne la sera fatidica» potresti sostituire la parola “fatidica” con: ☐ attesa ☐ fatale ☐ fatata • Scrivi un sinonimo di “affronto”: 3. soffusa: circondata come da un alone. 4. livrea: uniforme, divisa. USA IL DIZIONARIO • Che cos’è un allocco? • Che cosa significa “fare una faccia da allocco”? 5. messi: messaggeri, inviati. USA IL DIZIONARIO Il colpo di bacchetta magica è “tempestivo”, cioè capita proprio PER IL PIACERE DI LEGGERE • J. e W. Grimm, Cenerentola • C. Perrault, Cenerentola e la scarpetta di vetro (trad. di C. Collodi) • Fiaba araba, Il pesciolino rosso e lo zoccoletto d’oro AL CINEMA Segui Cenerentola al cinema, in televisione e a teatro. • I sogni son desideri di felicità… (da Cenerentola di Walt Disney) • Cenerentolo • Allo scoccare del dodicesimo rintocco… (da Il Cenerentolo di Frank Tashlin) • La scarpetta di Aurora (da Cenerentola, fiction Rai 1) • Passi di danza (balletto, musiche di Sergej Prokofiev) COMPRENDERE 1. Da quali parole capiamo subito che la matrigna di questa fiaba è ben diversa da quella della fiaba tradizionale? Trovale e sottolineale. 2. Il principe è descritto con un tono ☐ ironico  ☐ allegro  ☐ riflessivo Perché? ☐ Per elogiare i suoi meriti ☐ Per metterne in ridicolo i comportamenti ☐ Per rovesciare la fiaba tradizionale ANALIZZARE 3. La vicenda di Cenerompola si svolge in modo abbastanza simile alla fiaba tradizionale. Che cosa cambia, allora? Completa sul quaderno una tabella come la seguente, in modo da far risaltare le somiglianze e le differenze. 4. Quali sono, tra i seguenti, i principali elementi di modernità? ☐ Il tempo e il luogo sono determinati con precisione ☐ La protagonista ha dei difetti ☐ Non è presente l’elemento magico ☐ La conclusione è inaspettata: i “felici e contenti” non sono Cenerompola e il suo principe